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 2026  gennaio 23 Venerdì calendario

Il Donetsk in cambio di garanzie e soldi. Oggi l’incontro a tre negli Emirati

L’accordo di pace c’è, la pace no. Volodymiyr Zelensky ha esitato prima di confermare il viaggio a Davos, perché la storia di questa guerra ormai lo mette di fronte a un conflitto di coscienza drammatico: accettare l’offerta di Donald Trump, con il rischio che le sue promesse si rivelino vuote e portino alla catastrofe, o proseguire una guerra che sta costando forse oltre centomila morti e condizioni inumane per milioni nel suo popolo?
Che qualcosa stia accadendo risulta già chiaro dal reticolo degli incontri. Ieri al World Economic Forum, Zelensky è rimasto a colloquio per un’ora con Trump. Nessuno dei due è uscito scuro in volto. Non c’è stata firma di documenti, ma non c’è stata rottura e Zelensky si è mostrato aperto: «La nostra squadra lavora ogni giorno con quella di Trump. Non è semplice, ma i documenti sono quasi pronti per arrivare alla pace. Siamo all’ultimo miglio, sempre molto difficile, ma oggi è stata una giornata positiva».
Sempre a Davos, martedì, Steve Witkoff e Jared Kushner avevano visto Kirill Dmitriev, il negoziatore di Vladimir Putin. Ieri mattina i due emissari di Trump erano fra le montagne svizzere, in serata sono arrivati al Cremlino per colloqui con Putin e lo stesso Dmitriev. Witkoff ha detto che non sarebbero rimasti per la notte a Mosca, perché dovevano arrivare ad Abu Dhabi in vista dei primi negoziati dal 2022 che riuniranno da oggi russi e ucraini nello stesso palazzo: la delegazione di Kiev guidata dal capo dell’amministrazione presidenziale, Kyrylo Budanov; quella russa da Dmitriev e dal capo del servizio segreto militare Igor Kostyukov.
Nelle borse i negoziatori si portano almeno quattro diversi documenti che dovrebbero costituire, in teoria, l’accordo di pace. Il primo è un testo «di cappello all’intero pacchetto», dice al Corriere il premier croato Andrej Plenkovic. Poi le tre parti fondamentali. La più pericolosa per Zelensky prevede in sostanza la cessione alla Russia della parte del Donbass – la porzione ancora libera del Donetsk – che Putin reclama. Il premier croato Plenkovic spiega che comunque «è importante che de iure il territorio non sia ceduto» perché «dobbiamo lasciare spazio e tempo per rivisitare ciò che è negoziabile» (cioè una finestra per la restituzione quando Putin non ci sarà più).
Questa concessione, per Zelensky, può essere fatale. L’opinione pubblica ucraina è contraria. E, cedendo le fortificazioni del Donetsk, scoprirebbe il fianco a nuove avanzate russe in una vasta pianura verso Dnipro e da lì, Odessa. Questa sarebbe la fine dell’Ucraina indipendente, perché il Paese perderebbe l’accesso al Mar Nero e avrebbe bisogno dell’assenso russo per esportare. Gli Usa offrono due concessioni per fargli affrontare l’enorme rischio. Un documento enumera i dettagli di un piano di finanziamenti pubblici e privati da 800 miliardi di dollari per ricostruire e rilanciare l’Ucraina, guidato dal capo del maxi-fondo Blackrock Larry Fink. Un secondo documento darebbe a Kiev garanzie di sicurezza americane, a sostegno degli europei che manderebbero uomini sul terreno. Zelensky dovrebbe cedere territorio in cambio di denaro e difese occidentali.
Ha detto ieri Witkoff: «Sono ottimista, siamo rimasti con una sola questione aperta (il Donetsk, ndr), ma abbiamo discusso tante versioni, ciò vuol dire che è risolvibile. Zelensky è disponibile». Gli accordi però non sono chiusi. Il presidente finlandese Alex Stubb informa che esiste anche un documento sulla «sequenza»: l’Ucraina dovrebbe cedere il Donetsk; tuttavia, il piano di ricostruzione da 800 miliardi è per ora è solo sulla carta; i fondi non ci sono. Né è chiaro che Putin accetti garanzie di sicurezza che prevedono soldati Nato in Ucraina.
Ieri il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski si è rivolto a Witkoff: «Mi fa piacere che una pace ci sembri vicina, ma Putin non è un uomo di pace. Serve un accordo che non getti i semi di un’altra guerra». Il dramma di coscienza di Zelensky potrebbe non essere alla fine.