repubbica.it, 22 gennaio 2026
Intervista a Paolo Baroni
È una figura fissa nello studio di Porta a porta, che compie trent’anni; su Rai 1 per celebrarlo tra gli ospiti, dalla premier Giorgia Meloni a Elly Schlein, da Carlo Conti a Milly Carlucci e Mara Venier. Papa Leone ha inviato un messaggio.
Dal 1996 Paolo Baroni, classe 1945, è il maggiordomo che fa entrare gli ospiti del programma di Buno Vespa. Volto delle commedie popolarissime di Carlo Vanzina – chi ha dimenticato in Amarsi un po’ il marchese Ludovico Brunelli, che sfotteva il verace Marco Coccia interpretato da Claudio Amendola? – Baroni inizia da disegnatore di moda, poi frequenta la scuola di teatro e viene adottato dal cinema dove appare in decine di film. Timido, gentile, accento toscano, gli occhialini con la montatura rotonda, racconta che tutto iniziò nel 1970 con Federico Fellini che girava I clowns. «Andai a a chiedergli di inserirmi come aiuto costumista. Fellini mi disse: “Questo non lo posso fare, ma ti farei fare volentieri un clown bianco”».
Com’è nato nel 1996 il ruolo del maggiordomo a “Porta a porta”?
«C’era una crisi nel cinema. Non stavo lavorando, mi suggerirono di presentarmi. Andai a un colloquio per questo lavoro in televisione. Pensai: quello che sarà, sarà. Scelsero me, da lì sono entrato e così ho continuato».
Il rapporto con Vespa com’è?
«Lui ha i suoi pensieri, le sue preoccupazioni ma con me è gentilissimo. Non ci diamo del tu… O meglio, non ricordo, forse lui mi dà del tu ma io gli do del lei. Non c’è questa confidenza. Però ricordo la puntata in cui c’era il maggiordomo di Lady Diana e mentre parlava con Bruno, lui mi fece inquadrare».
Unica trasmissione con maggiordomo.
«Io sono la ruota di scorta, non contribuisco fattivamente al programma. Diciamo che è una figura che dà un colore alla trasmissione».
Com’è Vespa?
«Ha una memoria eccezionale, è in gamba. Riesce a seguire il ragionamento di tutti gli ospiti e non perde il filo, è bravo. Ma poi fa tante cose, dai libri al vino in Puglia che è buonissimo. Quando fa la cena finale invita tutta la redazione, ci ritroviamo tutti insieme».
Per lei cosa rappresenta “Porta a porta”?
«Mi ha dato un po’ di tranquillità. Dovendo fare un bilancio è che ora ho trenta anni di più. Trenta anni di vita che sono volati».
È rimasto sempre lei.
«Quando finivamo a giugno, luglio, non avevo mai la conferma immediata, però di volta in volta, venivo richiamato».
Tra le puntate con i leader politici e quelle sui delitti, ne ricorda qualcuna in particolare?
«No, le ho lasciate scivolare. Sono tante, non saprei dirne una in particolare».
Quando ha deciso di fare l’attore?
«Ho un carattere chiuso, timido, sono ancora troppo timido. Un mio amico frequentava una scuola di teatro e decisi di iscrivermi anch’io. Ho cominciato così. Ho un diploma magistrale, dopo un anno di supplenze e un anno all’università, capii che non era quello che desideravo. Ho fatto un corso di disegno di moda di due anni a Firenze, il secondo fu quello dell’alluvione. Pensavo: con un corso così almeno avrò un mestiere, ho frequentato anche l’Accademia di Belle arti, mi piaceva tanto. Sono venuto a Roma e ho trovato lavoro, piccole cose. Mi compravano i disegni di moda: ne acquistavano due e ne copiavano dieci. Sono stato anche fisso da Clara Centinaro, che era una brava stilista».
Poi il teatro.
«Entrai nella compagnia di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann. Tanto teatro d’avanguardia, si guadagnava poco, ho lavorato anche con Carmelo Bene».
Quanto hanno contato, anni dopo, i Vanzina?
«Carlo è un amico (ne parla al presente, ndr), gli voglio bene, è una persona piena di umanità. Abbiamo girato tanti film insieme, e la gente ancora si ricorda di me per quello. Mi riconoscono per quelle particine».
Ha lavorato anche con Dino Risi.
«All’inizio mi intimoriva un po’, Risi aveva questo vocione... Ricordo Telefoni bianchi con Agostina Belli. Ripeto, ero timido, all’inizio mi sentivo schiacciato. invece Risi è sempre stato così carino, con me si divertiva; gli piacevo come personaggio e mi richiamò».
Le è rimasto un sogno, il desiderio di lavorare con qualcuno?
«Ma sono vecchio, le pare».