repubbica.it, 22 gennaio 2026
Ddl stupri, Bongiorno cambia il testo: via la parola consenso, sanzioni ridotte. Avs: inaccettabile
Prima venne “il consenso libero e attuale”, approvato all’unanimità alla Camera ma poi stoppato dai veti leghisti. Poi quello “riconoscibile a seconda del contesto”, proposto dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno per tentare una mediazione tra maggioranza e opposizione. Ora spunta invece il concetto di “dissenso” e sparisce la parola “consenso”. Una giravolta ritenuta «inaccettabile» dalle opposizioni.
Non solo: le pene vengono distinte. Per la la violenza sessuale senza altre specificazioni, la reclusione si riduce: da 4-10 anni rispetto ai 6-12 anni del testo votato all’unanimità in prima lettura. Resta, invece, il range di 6-12 anni se «il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa». Pene comunque diminuite di non più dei 2/3 per i casi di minore gravità.
In commissione Giustizia al Senato è arrivato oggi il nuovo testo dell’articolo 609 bis relativo al reato di violenza sessuale.
Nella proposta di riformulazione, scritta nero su bianco sempre da Bongiorno, si legge che «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostante del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso».
Un concetto nuovo sul quale, nei giorni scorsi, Pd e Avs avevano promesso «barricate».
Perché in questo caso, si spiega, di fronte a un caso di violenza, la prova che ci fosse un dissenso sarebbe a carico della vittima. Con il rischio dunque di aumentare tutti quei casi di vittimizzazione secondaria – stato di ebbrezza, assunzione di droga, abbigliamento, tempi della denuncia – all’interno dei processi.
«Al centro resta la volontà della donna – ribatte Bongiorno – Il nuovo testo si incentra sulla volontà della donna e include anche le condotte di freezing cioè quelle a sorpresa. Mi sembra un buon punto di equilibrio», spiega la senatrice.
Ma la valutazione delle opposizioni è invece totalmente negativa. Sia nel metodo – nell’ultima commissione era stata la stessa Bongiorno a restare cauta sull’ipotesi di un testo che riformulasse quello base per evitare che venisse impallinato da una raffica di emendamenti – sia nel merito.
E difatti per Alleanza verdi e sinistra la proposta della presidente della Commissione «sconfessa l’accordo bipartisan raggiunto alla Camera. La violenza sessuale è un crimine contro le donne, senza un sì non c’è rapporto sessuale, ma un reato. Bongiorno ci fa fare un enorme passo indietro. Dal consenso si passa al dissenso. Hanno vinto i veti della destra», afferma il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama.
«La proposta della presidente Bongiorno non è accettabile», sostiene pure la senatrice di Avs Ilaria Cucchi, «per la destra chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un no abbastanza forte. Come se non bastasse la violenza subita. Il consenso a un rapporto sessuale c’è o non c’è, non è un’interpretazione da valutare caso per caso. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi possibili alibi agli aggressori. Sulla violenza sessuale non sono possibili mediazioni. Siamo tornati al ’te la sei cercata’».
Il primo ddl, già approvato all’unanimità alla Camera e frutto di un accordo bipartisan su input della premier Giorgia Meloni e della leader dem Elly Schlein, parla di consenso “libero e attuale”. Si sarebbe dovuto approvare il 25 novembre a Palazzo Madama, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ma all’arrivo in Senato, era stato stoppato su pressioni del centrodestra, dopo una accesa polemica politica. Bongiorno aveva così fissato un nuovo ciclo di audizioni, durato un mese. A inizio gennaio era ripresa la discussione in commissione, con l’obiettivo di portare il nuovo test, frutto di una mediazione, in Aula a metà febbraio. Ora però le posizioni sembrano di nuovo distanti. «Meloni – conclude Cucchi – ci aveva messo la faccia, oggi la perde».