la Repubblica, 22 gennaio 2026
Liv Ullmann: “L’America non mi vuole più, ma con Bergman e l’Europa ho conosciuto il grande cinema”
Nell’America di Donald Trump non c’è posto per una leggenda del cinema come Liv Ullmann. La straordinaria attrice e regista norvegese, 87 anni, che con Ingmar Bergman ha scritto un pezzo di storia del cinema lo rivela durante un incontro al Dorint Hotel di Berlino. Quando le si chiede dove viva adesso, risponde: “Ho vissuto più o meno cinquant’anni in America. Sono tornata a vivere in Norvegia nell’ultimo anno, perché ho perso anche la mia “Visa card” per gli Stati Uniti”, racconta spalancando gli occhi azzurri.
Come è possibile?
«La mia pratica, trenta o quaranta anni fa, era stata sostenuta dall’International Rescue Committee, un’organizzazione per i rifugiati. E adesso li hanno tagliati fuori: non ricevono più finanziamenti dall’amministrazione Trump. E così ho ricevuto una lettera: il mio visto non era più accettato».
Che cosa rappresenta per lei essere qui?
«Sono felice e onorata di essere a Berlino. Nei tempi che viviamo, l’arte dovrebbe, e deve, essere ancora più importante, perché nell’arte riconosciamo noi stessi e riconosciamo gli altri, le persone con cui stiamo facendo esperienza della vita».
Qual è secondo lei il potenziale sociale, politico, l’influenza reale del cinema?
«Mi piace paragonarlo alle rune di migliaia di anni fa: quando le persone le incidevano sulle rocce per dire chi erano. Devono avere impiegato anni, per riuscire a lasciarle così: e ancora oggi le persone possono vederle e riconoscerle. Oggi noi, in un attimo, possiamo fare un film. Ecco: quelle sono le nostre rune. Ciò che siamo, che sentiamo, ciò che pensiamo, sappiamo farlo nei film. E il film cattura tutto: musica, suoni, fotografia, attori, e poi il riconoscimento del pubblico».
Ingmar Bergman, oltre a essere forse il regista più iconico della nostra cultura europea, ha fondato la European Film Academy con altri quaranta cineasti trentasette anni fa. Lei ha parlato dell’importanza di creare un’Academy europea, capace di stare di fronte alla vecchia Hollywood o al cinema americano?
«Quarant’anni fa non eravamo così consapevoli, preoccupati della stupidità, dell’odio, della rabbia verso persone che non possono difendersi, e per questo oggi sono orgogliosa che noi non siamo coinvolti in una guerra, se non nel senso di aiutare chi viene abusato. Ma quarant’anni fa ho imparato anche che cosa significhi essere un essere umano. Non siamo soltanto noi artisti e il cinema e tutto il resto: ci sono persone che vivono nel nostro stesso tempo e non hanno scelta. È importante che il nostro talento venga usato per quelle persone. Essere grati per ciò che abbiamo e ricordare che esistono gli altri. Il cinema è probabilmente la cosa migliore che possiamo lasciare a quelli che verranno dopo di noi. Quello che qualcuno ha fatto all’inizio con le rune, noi lo facciamo adesso con i film. E come europei dovremmo esserne fieri».
Parlando di Bergman e di tempi difficili: il suo film “La vergogna” è stato citato oggi da Juliette Binoche come qualcosa che l’ha colpita particolarmente, ripercorrendo la sua biografia. Come guarda lei oggi quel film, nel 2026, quasi sessant’anni dopo?
«È più della metà della mia vita. E penso che Bergman sia stato accusato ingiustamente di non partecipare all’orrore che accade nel mondo, alle guerre e a tutto il resto. Penso che quel film lo mostri in modo evidente. Sono orgogliosa di lui: lo accusavano di essere disinteressato e invece quel film racconta davvero la storia di due persone normali che cambiano completamente per ciò che succede loro – e non cambiano in meglio. È una riflessione su quanto incidano su di noi le cose cattive. Possiamo essere gli stessi, ma agire in modo molto diverso rispetto a ciò che accade. E così succede alla coppia in La vergogna, un film che ho amato e che oggi mi sembra abbia guadagnato una nuova freschezza».
Lei dice che oggi quel film sembra ancora più attuale.
«Sì, se oggi Bergman uscisse come un regista “normale”, nessuno potrebbe dire: “non capisce cosa sta succedendo”, perché oggi sta succedendo davvero. Le persone stanno cambiando: alcune in meglio e alcune in molto peggio».
Stellan Skarsgård ha sostenuto di recente che Bergman fosse un “nazista durante la guerra” e “l’unica persona che conosco che ha pianto quando Hitler è morto”.
«Bergman non era un nazista. Io non so cosa abbia fatto o detto da giovane, non lo conoscevo così bene nella vita privata: ho fatto il mio primo film con lui, Persona, ma non ha mai rappresentato idee naziste. Mai. E poi Stellan Skarsgård – che io ammiro moltissimo come attore – è più giovane di me. Ma possiamo credere quello che vogliamo benché sia triste che abbia sostenuto una cosa del genere. Stellan a volte parla molto, un po’ come faccio io: una volta ha detto anche che lavorare in Norvegia non è così bello perché i pranzi non sono buoni...».
Come sente oggi il rapporto con Bergman?
«L’ho incontrato tardi nella mia vita di attrice, perché avevo già fatto film, teatro, persino film all’estero. Avevo 24 anni ed è stato fantastico. Lo incontrai per strada, ero con Bibi Andersson, disse: “Vorrei che tu fossi in un film. Diresti di sì?”. Rischiò, perché non mi conosceva, mentre io non rischiai perché avevo visto già tanti dei suoi film. Credo di essere stata “giusta” per lui perché, in molti modi, a volte io ero lui, nel senso che dicevo cose che lui pensava. E credo che lui abbia iniziato a pensare: “Forse è questa la donna che può dirle”».
Che cosa significano per lei i premi?
«Sono sincera, conta il lavoro. I premi… sì, io sono stata seduta lì e non ero la vincitrice. Sono stata candidata all’Oscar una volta, ci andai con il mio “circolo di cucito”, le mie amiche, e non le fecero entrare. Ovviamente non vinsi, e quando tornai a casa, loro mi avevano lasciato sul cuscino un biglietto: “Per noi eri la migliore”. Ma io ero felice: avevo degli amici».
Un premio alla carriera, in questo caso, è anche l’occasione per riflettere su di lei come artista?
«Sono fiera di questo premio, sono vecchia e non recito più, non faccio più nulla, e mi chiedo: che cosa può fare una persona alla mia età? Ma è un’età bellissima perché ho tanti ricordi, e ricordi diversi da quelli che avevo da giovane. E soprattutto oggi, in un mondo così orribile, per me è molto importante essere qui perché non posso più viaggiare e fare tutto ciò che facevo prima, ma posso venire qui e dire: questa città verde dove sono stata tante volte è aperta, ed è un luogo da cui dire che noi europei siamo d’accordo sulla pace, sull’amicizia. Quindi sì, questo premio significa molto per me».
Ricorda il primo momento in cui ha capito di voler essere un’artista, un’attrice?
«Ero timida, lo sono ancora molto. Ma quando entravo in un cinema sentivo di appartenere a quel mondo. Non è che sapessi di essere un’attrice: ero seduta lì. L’ho capito a tredici anni. Poi, dopo aver recitato a lungo, ho pensato: posso scrivere, posso dirigere. E tutto quello che faccio, a volte viene male e altre bene ma quella sensazione di appartenenza mi ha dato libertà».
Se un regista della nuova generazione norvegese le chiedesse di partecipare a un film?
«No, no davvero».
Nemmeno suo nipote?
«No, ma spero che faccia molti film. Ho amato il suo lavoro di debutto, parla di cosa significhi sentirsi diversi e non capire sempre che cosa sta succedendo. È un film importante. Lui è molto talentuoso, ed è qui oggi perché ha vinto un premio l’anno scorso e ora consegnerà un premio al miglior esordiente. Quando era giovane guardavamo insieme vecchi film in tv e poi discutevamo. Quando avevo la sua età amavo film vecchi e nuovi, Miracolo a Milano l’ho visto molte volte. E quando lui aveva tredici anni, lo guardavamo insieme e ne apprezzavamo la potenza simbolica».
Il cinema di oggi la appassiona come quello di una volta? Ci sono registi, attrici, film che ammira negli ultimi vent’anni?
«Posso parlare degli artisti con cui ho lavorato, ad esempio Cate Blanchett, con lei ho fatto teatro, o Jessica Chastain, con cui ho lavorato al cinema».
A proposito di Jessica Chastain: che cosa pensa della versione di Hagai Levi di “Scene da un matrimonio”?
«Non è il modo in cui lo vedevo io o in cui lo vedeva Bergman ma è la loro lettura attualizzata. Jessica lo sa, ci siamo incontrate quando stava lavorando al progetto, sa che noi avevamo un’altra idea. Ma sono passati molti, molti anni tra la nostra versione e la sua e lei è un’attrice meravigliosa».
Qual è stato il punto di svolta della sua carriera che l’ha trasformata di più come attrice e come persona?
«È stato l’incontro con una grande attrice danese. Io mi vergognavo quasi di essere attrice perché alla mia famiglia non piaceva, poi ho iniziato a recitare in teatro. Quando ho fatto il mio primo lavoro da regista, avevo scritto una scena e pensavo: “Io l’avrei fatta così, ma adesso lei la farà in un altro modo”. Lei recitò vicino a un pianoforte, parlando del futuro e della paura. E improvvisamente ho pensato: “Dio, non ci avrei mai pensato”. Stava usando quel momento per dire cose sue. Quello è recitare: creare. Da allora sono sempre stata orgogliosa di essere attrice: perché ti dà la possibilità di dire e di essere cose che, magari, nella vita non osi».