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 2026  gennaio 22 Giovedì calendario

Grande fuga da Kiev: via in 600mila per gelo e blackout

Secondo il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, in dieci giorni la capitale ucraina ha perso 600 mila abitanti. Il grande gelo, la grande fuga. Ci sono appartamenti in cui il termometro in salotto segna 4 gradi. Ci si inventa di tutto, per scaldare casa, ma è una battaglia persa se vivi in un condominio in distacco elettrico prolungato, con tubi del riscaldamento ghiacciati ed esplosi.
L’attacco russo alle centrali ucraine, il 9 gennaio, ha provocato un disastro per milioni di civili. Ci sono case, racconta Klitschko in un’intervista al britannico Times, in cui non è possibile neppure usare il gabinetto: è tutto ghiacciato, persino l’acqua negli scarichi. «Non tutti possono lasciare la città, ma la popolazione sta diminuendo», dice il sindaco snocciolando i numeri e descrivendo la portata della crisi: 5.600 condomini senza riscaldamento, la riva sinistra a secco, continue interruzioni di corrente. Anche quando arriva, la luce salta per il sovraccarico improvviso provocato dagli elettrodomestici che si riaccendono insieme.
I tecnici della compagnia privata Dtek assicurano che le infrastrutture critiche sono state riparate, ma la rete elettrica della capitale opera in modalità di grave emergenza: la quantità di corrente disponibile è notevolmente inferiore al fabbisogno invernale. E questo è l’inverno più rigido degli ultimi anni: le temperature sono ancora comprese tra – 10° e – 20°, e il meteo sforna previsioni gelide anche per i prossimi giorni. Klitschko aveva suggerito di abbandonare temporaneamente la capitale a chiunque avesse un’alternativa: una casa in campagna con fonti di riscaldamento autonomo, un camino, una stufa a legna. L’appello, ha ribadito ieri, resta valido. Riscaldamento, acqua ed elettricità sono ancora un lusso, molti appartamenti non ne dispongono.
Ma nel ghiaccio e nella neve che sbiancano Kiev brucia invece la polemica tra il sindaco e Zelensky. Accusandolo di aver gestito male e in ritardo l’emergenza, il presidente ne ha affidato la gestione parallela a organi di livello governativo. È un braccio di ferro che odora di campagna elettorale, una prospettiva non più così lontana se arriva una resa dei conti diplomatica. La portavoce dell’amministrazione militare della capitale, Kateryna Pop, smentisce la grande fuga da Kiev che il sindaco ha quantificato in base a fatturazioni delle reti telefoniche: la situazione, dice, sarebbe stata completamente diversa. Se davvero se ne fossero andati, non ci sarebbe questa fame di elettricità.
Ma le denunce nevicano sui social e i media ucraini dicono che si sta formando ghiaccio persino sulle scale. La consigliera del nuovo braccio destro di Zelensky, Kirilo Budanov, racconta che «non c’è riscaldamento» neppure nell’Ufficio presidenziale: la temperatura, lì, è crollata a 13°. Lui però è lontano: è a Davos, insieme agli altri negoziatori ucraini – Umerov e Arakhamia – reduci dalla missione incerta di Miami.
Al di là dei numeri, la gente ucraina non è mai stata così in difficoltà in questi quattro anni di guerra. E scende in piazza, nonostante il gelo. A Khmelnytskyi i manifestanti hanno bloccato una strada protestando per un’interruzione di corrente. L’esasperazione è tale che uno di loro ha estratto una pistola e ha minacciato di far saltare una granata se non avessero riattaccato la luce. Lo hanno arrestato, ma un’altra protesta è esplosa a Kryvyi Rig, la città natale di Zelensky: «La luce non c’è mai, altro che distacchi programmati», dicono nel quartiere 97. C’è chi è senza un minuto di corrente elettrica «da 4 giorni». Danno la colpa alla corruzione nel settore energetico, ricordano gli scandali, ma non sono proteste politiche: è esasperazione. Contestano l’equità dei distacchi che salvano alcuni e non altri. Servono manutentori comunali per gli impianti centralizzati e i fusibili saltati, ma non si sentono ascoltati: «Aspettiamo elettricisti, non promesse», dicono. Ma a Kiev ne sono già morti due: riparavano le infrastrutture senza un’ora di riposo, sono crollati «per sfinimento».