corriere.it, 22 gennaio 2026
Bergamo, in carcere per quasi due anni accusato di aver ucciso un professore. Ha ricevuto 134 mila euro
«Sei libero», gli disse l’avvocato Michele Agazzi appena dopo la sentenza. Era il 25 ottobre 2021 e Surinder Pal, indiano, non capì la conseguenza immediata di quella parola pronunciata dal presidente della Corte, Giovanni Petillo: «Assolto». Servì l’interprete per fargli comprendere che finiva la sua detenzione, dopo 569 giorni, con l’accusa di avere ucciso con 23 coltellate Cosimo Errico, 58 anni, professore del Natta con casa, moglie e figlio in città.
Era il 3 ottobre 2018, nella Cascina dei fiori a Entratico di proprietà dell’insegnante. L’assassino gli diede fuoco per cancellare le tracce. Secondo due Corti (la sentenza non è stata impugnata in Cassazione), non fu Pal, 63 anni. Motivo per il quale ha ricevuto 134.181, 58 euro per ingiusta detenzione: sono 235,82 per ogni giorno. Entrò in carcere con i capelli color nero corvino e uscì che li aveva bianchi. Non parlava l’italiano e continuò a non parlarlo. Dall’appartamento in affitto a Casazza dove venne arrestato si era trasferito dal nipote a Borgo di Terzo. Si arrangiava lavando auto, all’avvocato diceva che a uno come lui nessuno dava lavoro. Così è tornato in India da moglie e figlio, ora con una cifra cospicua sul conto. Il difensore aveva chiesto 150 mila euro per Pal; procuratore generale e ministero della Giustizia si erano opposti. La Corte d’Appello del presidente Paolo Mainardi (a latere i giudici Ilaria Sanesi e Ivano Brigantini) ha riconosciuto l’ingiusta detenzione perché «non sono riconducibili profili di dolo o colpa grave» nei confronti di Pal. Significa che non fece nulla per indurre in errore gli inquirenti, come per esempio chi confessa e poi ritratta, depista, rilascia dichiarazioni ambigue. Lui non parlò se non facendosi interrogare dal pm, dopo essere stato zitto davanti al gip. La pm Carmen Santoro e, in Appello, il sostituto procuratore generale erano convinti che fosse colpevole: chiesero 24 anni, la prima, e l’ergastolo. Pal è stato invece assolto pur con il secondo comma, la vecchia insufficienza di prove.
Chi accoltellò Errico staccò la corrente e prese la benzina con una tanica sul retro. Gli inquirenti erano certi che dovesse conoscere bene la fattoria. Da qui, il sospetto che fosse un lavoratore della vittima. Soprattutto, l’assassino aveva lasciato sul pavimento insanguinato l’impronta di una scarpa con la C di Carrera sulla suola. La moglie di Errico ne aveva comprate un paio, disse che il marito regalava scarpe ai suoi lavoratori. La lente fu messa su Pal, all’epoca con il problema dell’alcol e non nuovo a furtarelli. L’ipotesi accusatoria è che Errico quella sera lo avesse scoperto a rubacchiare i 632 euro, incasso della visita di una scolaresca, e lui avesse reagito. Ma per la Corte erano «forzature» senza prove: non una traccia di Dna nella cascina o di sangue sulla bici con cui Pal si spostava, nemmeno le intercettazioni con il connazionale indagato per favoreggiamento erano chiare. «Partendo da un evento nefasto, il mio assistito è stato ripagato per questa vicenda che lo aveva portato in carcere con un’accusa infamante», commenta Agazzi. Resta un delitto irrisolto. Nella sentenza, la Corte si soffermò su un marocchino che aveva comprato scarpe della stessa marca e che quel giorno transitò da Entratico. Era finito nel circuito delle indagini, ma per il pm, la sera, aveva un alibi di ferro: era incolonnato a Borgo di Terzo.