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 2026  gennaio 22 Giovedì calendario

Intervista a Federica Luna Vincenti

Federica Luna Vincenti. Innanzitutto, perché Luna?
«Perché quando ho iniziato a fare la cantante, mi consigliavano di avere un nome d’arte, così ho aggiunto al nome vero, Luna».
Ma perché proprio Luna?
«Quando ero piccolina, dicevano che, nel mio modo di fare, ricordavo la doppia faccia della Luna, che si illumina, ma può essere anche cupa».
Cantante, compositrice, pianista, attrice e pure produttrice di teatro, cinema e tv. Tanti mestieri: non sono troppi?
«All’elenco, aggiungo che a 14 anni ho iniziato a esibirmi in un piano bar, a Parabita, il paese vicino Lecce dove sono nata. Fino alle 11 di sera, servivo ai tavoli, poi mi toglievo il grembiule da lavoro e salivo sul palcoscenico. I miei genitori non erano contenti, tuttavia me lo permettevano, ma mio padre mi accompagnava tutte le sere e mi veniva a riprendere a tarda notte».
Aveva ascendenze artistiche in famiglia?
«Macché! Mio nonno era un contadino e sono cresciuta nello splendore del suo uliveto, una campagna incontaminata, dove mi divertivo a nascondermi dietro le piante... Mangiavo i petali di rose: erano talmente belli che me li divoravo. Mia madre mi sgridava, diceva: sei matta? Sputa! Sembri un animale!».
Però dall’uliveto pugliese, si è trasferita giovanissima a Roma, per frequentare l’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico...
«E mia madre non era contenta nemmeno di questa mia decisione: avevo 17 anni e lei, per stare tranquilla, mi sistemò a casa di una signora di 80 anni, la quale si era talmente affezionata a me, da non lasciarmi più andar via. Ma poi sono riuscita a sganciarmi e sono andava a condividere un appartamentino a Testaccio con delle amiche: dormivamo in quattro in una stanza».
La passione per il teatro da dove è nata?
«Mi era capitato di vedere in tv un’intervista a Giorgio Strehler, dove parlava in particolare dell’Accademia, citando tanti grandi attori che vi si erano diplomati. Nel mio paese il teatro non c’era, quello più vicino si trovava a Lecce, ci volevano quasi due ore di autobus per arrivarci... così ho deciso definitivamente di trasferirmi perché, da quello che diceva il grande regista, era evidente che, per fare questo lavoro, fosse necessario frequentare una scuola importante».
E ha iniziato abbastanza presto a lavorare con alcuni grandi attori, suoi maestri di scena...
«I grandi non sono mai presuntuosi, non si vantano, ti indicano la strada da percorrere... e io di maestri ne ho avuti parecchi. Ho avuto la fortuna di avere un rapporto importante con Mariangela Melato, che mi ha insegnato tanto, a cominciare dalla disciplina: era molto dura e, se necessario, non mi risparmiava dei cazziatoni... Mentre recitavo, mi osservava da dietro le quinte: di solito gli attori, quando non è il loro turno, vanno in camerino, invece lei non era concentrata solo su sé stessa, stava lì e ogni volta mi diceva stasera è andata meglio, ma puoi fare di più... per me, a ogni replica, era una crescita continua. Oggi, nel mio piccolo, cerco di portare il suo rigore nel mio lavoro. Un altro grande maestro Giorgio Albertazzi: uomo generosissimo artisticamente e non solo. Una volta mi regalò un suo cappello rosso, solo perché gli avevo fatto i complimenti per come lo indossava. Anche Moni Ovadia è stato un insegnante fondamentale: con lui ho recitato nel Mercante di Venezia, dove interpretavo Porzia e, nella prossima estate, andremo in tournée con Le supplici di Eschilo in tutti i teatri antichi siciliani... Ovviamente, ho imparato tanto da Michele Placido... anche lui molto severo».
... che è diventato suo marito e padre di vostro figlio Gabriele. Come vi siete conosciuti?
«Ascoltando la mia voce. Ero ancora allieva in Accademia e stavo cantando una canzone di Mina, E se domani. Lui si è incantato, definendo la mia una voce bellissima, mi ha voluto conoscere e da quel momento tra noi è nato un rapporto profondo. Ci siamo messi insieme nel 2002, sposati nel 2012».


La notevole differenza d’età fra voi, 38 anni, ha sollevato dei pregiudizi nei vostri confronti?
«Sì, ci sono stati... inevitabili. Anche la mia famiglia ha sollevato problemi. I miei genitori erano disperati e non mi hanno parlato per due anni. Vedo tante coppie della stessa età che stanno insieme solo un anno... Michele ed io siamo stati insieme 22 anni».
Come mai vi siete separati?
«Perché la differenza d’età a un certo punto ha il suo peso, ma la nostra storia ha avuto un’evoluzione professionale molto rara. Altri mariti e mogli, quando si separano, si lanciano i coltelli. Le vere storie d’amore, com’è stata la nostra, le vedi quando terminano: noi due abbiamo costruito, al di là del legame amoroso, un rapporto creativo. Stiamo insieme, ma ognuno nel proprio percorso e, da quando ci siamo lasciati, Michele mi regala sempre fiori!».

Infatti lei è stata produttrice e protagonista nel suo film «Eterno visionario» su Luigi Pirandello, nel ruolo di Marta Abba, e continua a produrre i suoi lavori. In questo periodo, la serie «Il giudice e i suoi assassini», prossimamente su Rai 1 in quattro episodi, incentrata sull’omicidio di Rosario Livatino.
«Marta Abba è stato un caso. Michele non me l’avrebbe mai proposta, ma l’attrice che doveva interpretarla era rimasta incinta. Comunque, ho dovuto fare un provino con altre colleghe, e l’ho superato. La vicenda di Livatino, che abbiamo girato in Sicilia, è atroce e assurda. Venne ucciso dai cosiddetti “stiddari”, organizzazione mafiosa di giovani criminali, “cani senza padrone”, che non sapevano nemmeno chi fosse la loro vittima e che sono tuttora in carcere. Sottolineo che il giudice è il primo magistrato laico a essere stato beatificato nel 2021».
Lei si è diplomata come attrice teatrale. Perché ha poi deciso di fare anche la produttrice, producendo il suo primo film a 21 anni e fondando poi la Goldenart?
«Di natura sono timida, in teatro tiri fuori le viscere, il demone che hai dentro, diventando un’altra persona. In scena si fatica, si suda, è come fare sport, una gara continua coi muscoli allenati. Ho deciso di impegnarmi come produttrice per realizzare i desideri degli altri, di essere utile, ma all’inizio non pensavo di poterlo fare, essendo forse troppo giovane, inesperta. E Michele, riguardo ai miei dubbi, affermò: tu sei giovane, ma la tua testa non lo sa... una frase che mi ha folgorato. Sono poi passata pure al cinema, perché volevo qualcosa che restasse nel tempo».
Di produttrici donne ce ne sono davvero poche...
«Verissimo. I primi tempi è stato complicato, cercavano di scoraggiarmi, dicendomi, fai bene l’attrice, perché vuoi anche produrre? Poi aggiungevano: ma tu, con questo bel faccino, sei capace di fare bene i conti? Tanta diffidenza in quanto donna e di bell’aspetto, quindi incapace di gestire il lato economico. Proprio perché sono carina, ho voluto dimostrare prima di tutto a me stessa che potevo intraprendere questo mestiere, applicandomi nello studio dei regolamenti. Tuttavia i muri davanti, gli ostacoli ci sono tutti i giorni, l’importante è mettersi in gioco, noi donne siamo multitasking: ne ho 12 che lavorano con me, super determinate».
Insomma, lei è una tenace combattente...
«Francamente posso dire di sì. Il lavoro da fare è tanto. Mi sveglio prestissimo la mattina e vado a dormire tardi. Il problema di noi donne è l’autostima, soprattutto quando abbiamo vicino uomini importanti. Tendiamo a ferirci, ma io voglio dare un segnale chiaro: la vera sfida è aggirare l’ostacolo e superarlo».
Attrice e produttrice anche dei suoi spettacoli: in questo periodo è in scena nel ruolo di «Sissi, l’Imperatrice», dal 27 gennaio al Teatro India di Roma. Perché ha scelto questo personaggio per tornare a recitare?
«La sua vita è un paradosso. È una figura carismatica, ribelle, una rivoluzionaria anticonformista. Ripudiava la guerra, era a favore dei popoli sottomessi e quello che la rende attuale è la sua capacità di usare i privilegi come strumento di denuncia a sostegno delle minoranze etniche, dando voce a chi non aveva voce. E poi mi riconosco in lei per un dolore privato che ho in comune con lei. Sissi perse due figli: la piccola Sofia è morta a due anni; Rodolfo, appena trentenne, si suicidò con la sua amante. Io ho perso la mia bambina durante il parto. Per una madre, la perdita di un figlio è il dolore in assoluto più atroce. Per fortuna, un anno dopo è nato Gabriele...».