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 2026  gennaio 22 Giovedì calendario

Guasto, ritardi e bagno di folla Ma in platea tante facce incredule

Voleva un ingresso imperiale, ha dovuto accontentarsi di un arrivo di emergenza. Donald Trump è sbarcato sulla Montagna Incantata con l’aereo sbagliato (a causa di un guasto tecnico all’Air Force One), tre ore di ritardo sul previsto e un po’ di confusione geografica in testa (ha scambiato più di una volta la Groenlandia con l’Islanda nel suo discorso). Ma alla fine il presidente americano si è preso il World Economic Forum di Davos esattamente come voleva: con la forza del caos, che ha tenuto in scacco il Centro Congressi per buona parte di questa lunga giornata.
La cronaca delle sue 24 ore comincia sulla pista della Joint Base Andrews. L’Air Force One decolla ma dopo 45 minuti rientra per un «problema elettrico». Trump e il segretario di Stato Marco Rubio traslocano su un C-32, l’Air Force Two, che li porta a Zurigo. Da lì il Marine One li deposita a Davos, trasformando l’imprevisto in una prova di resilienza operativa.
Il discorso di Trump è fissato alle 14.30, ma già da mezzogiorno il popolo di Davos è in fila. Un serpentone che scende dallo scalone centrale fino all’atrio, mentre alle 14 si aprono le porte per i controlli di sicurezza. Come per miracolo, lo show comincia quasi in orario, in una sala gremita come non mai, con persone in piedi lungo le pareti. A destra, la delegazione americana, guidata da Marco Rubio e dal segretario del Tesoro Scott Bessent, oltre che dalla chief of staff Susie Wiles. Al centro, in prima fila, il presidente di Israele, Isaac Herzog, il presidente di Panama José Raúl Mulino e quello della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Poco dietro la presidente della Bce, Christine Lagarde, seduta accanto al co-fondatore e ceo di Nvidia, Jensen Huang (con il chiodo di pelle nera), e a Tim Cook di Apple (in giacca e cravatta).
Trump sale sul palco alle 14.38 e ne scende 90 minuti più tardi, dopo un monologo lungo 72 minuti, seguito da una ventina di minuti di domande e risposte, invece dei 45 minuti previsti, facendo slittare il discorso del presidente argentino Javier Milei e, a catena, tutta la scaletta. Quando supera l’ora di intervento, qualcuno comincia a guardare il telefono, qualcun altro lascia la sala in silenzio. «È stato significativo per la sua insignificanza. Pieno di fuoco e furia che non ammontano a nulla. Ha detto quello che già sapevamo – che non avrebbe invaso la Groenlandia. È stato noioso e, a tratti, rozzo, persino per gli standard di Trump», liquida il discorso il governatore della California Gavin Newsom.
Più analitico Josef Nierling, ceo di Porsche Consulting: nelle parole del presidente individua due nodi strategici, l’energia necessaria per la gigantesca infrastruttura dell’AI – con i data center destinati a salire dal 2 al 5% dei consumi elettrici europei entro il 2030 – e il settore farmaceutico, chiamato a investire massicciamente in intelligenza artificiale in una fase di forte pressione sui prezzi. Molto più duro Nabil Ahmed di Oxfam America, per il quale Trump ha portato a Davos «l’economia del mangino brioche», ignorando «la miseria materiale che tanti americani stanno vivendo» e rafforzando «una delle economie più diseguali degli ultimi tempi». Prudente Big Tech. «È stato grande», si limita a dire Huang, togliendosi la giacca per il caldo. Cook riconosce che Trump ha «un sacco di energia», senza commentare oltre. E Stella Li di Byd lo definisce «più soft del previsto». Ma Davide Serra di Algebris nota che «con Mark Carney ci sono state due standing ovation, con Trump tante facce incredule». Il più entusiasta è Kamel Ghribi, vicepresidente del gruppo San Donato, che ne difende la chiarezza come «base del dialogo tra alleati».
Archiviata la fase pubblica, circondato dalla sua corte magica e da uno straordinario cordone di sicurezza, inizia la vera giornata lavorativa del presidente, fatta di faccia a faccia e incontri a porte chiuse. Trump incontra il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin, affiancato dal ministro degli Esteri Ignazio Cassis e dalla responsabile delle Finanze Karin Keller-Sutter, in un clima disteso e pragmatico: «Siete un Paese bellissimo. Fate orologi straordinari», riconosce.
Il pomeriggio prosegue con la tessitura diplomatica condotta dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Trump incontra il presidente polacco Karol Nawrocki, perno della strategia a Est, e poi i vertici di Belgio ed Egitto.
Dando prova di un’energia inesauribile, a dispetto dei suoi 79 anni, Trump partecipa poi a un ricevimento privato, al Centro Congressi, riservato al gotha della Corporate America, dal ceo di Amazon Andy Jassy a quello di Jp Morgan, Jamie Dimon. Ma invece di canapè e drink, il presidente offre un altro discorso, trasmesso dal canale YouTube della Casa Bianca, che i top manager ascoltano in piedi.
La maratona svizzera prosegue con un’intervista tv con la Cnbc, in onda alle 20 e infine un ultimo faccia a faccia con il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Un incontro decisivo, che porta all’insperata tregua con l’Europa sulla Groenlandia e allo stop ai nuovi dazi che sarebbero scattati dall’1 febbraio. È un successo personale che lo stesso Trump annuncia su Truth, prima di ritirarsi nella privacy blindata dell’Hotel Intercontinental. La struttura imponente, nota come l’Uovo d’Oro per la sua avveniristica forma ovale, sorge defilata rispetto al cuore pulsante della Promenade. Qui si tenevano le leggendarie feste del venerdì sera che celebravano la fine del Wef, quando il mondo sembrava più semplice. Un’altra era. Oggi è un altro giorno e l’attesa è tutta per l’arrivo del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky.