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 2026  gennaio 22 Giovedì calendario

Trump a Davos, doppia retromarcia sulla Groenlandia: no attacco e no dazi

Donald Trump è arrivato al World Economic Forum di Davos per muovere un mezzo passo indietro nelle sue ambizioni sulla Groenlandia. Dopo una serie di allusioni a un intervento militare fin dal suo secondo insediamento un anno fa, per la prima volta il presidente americano è sembrato rassicurare: non intende usare la forza, o non una «forza eccessiva», per annettere l’isola. Non solo: in serata su Truth il presidente ha fatto sapere di aver avuto «un incontro molto produttivo con il segretario generale della Nato Mark Rutte» con il quale «abbiamo formato un quadro per un futuro accordo rispetto alla Groenlandia e, in realtà, l’intera regione artica». Per Trump «questa soluzione, se applicata» è abbastanza soddisfacente per far sì che «non imporrò i dazi che erano previsti dal primo febbraio». Secondo il tycoon ci saranno «ulteriori discussioni» sul sistema di difesa antimissile chiamato «Golden Dome» riguardo alla Groenlandia. Trump incarica un uomo sprezzante verso gli europei come il suo vice JD Vance, ma anche il segretario di Stato Marco Rubio e il suo factotum Steve Witkoff.
Il rimbalzo delle Borse
I mercati, che avevano iniziato a uscire dagli attivi più strategici per gli Stati Uniti, hanno incassato: il dollaro ha recuperato su tutte le valute principali, i titoli di Stato americani anche. Il principale indice di Borsa di Wall Street è rimbalzato in serata (più 1,3%) alla notizia del primo compromesso fra Trump e Rutte. Le scivolate dei giorni scorsi sembrano alle spalle. Il presidente degli Stati Uniti ha tutta l’aria di aver fatto una delle sue giravolte non appena i mercati gli hanno dato il segnale che davvero è intollerabile per la Casa Bianca: la caduta simultanea del dollaro e dei buoni del Tesoro, segno di una (lenta) fuga dai beni rifugio americani. Ma forse gli operatori e i loro algoritmi non hanno ascoltato bene e fino in fondo.
Teoria della riparazione
Perché a Davos Trump ha portato qualche concessione, ma non si è limitato a riaffermare le sue pretese sull’isola oggi a sovranità danese. È andato oltre. Per la prima volta, lega l’intera partita alla presunta ingratitudine degli europei verso gli Stati Uniti per l’ombrello di sicurezza che li ha difesi «dall’Unione Sovietica e ora dalla Russia». Su queste basi, Trump ha presentato a Davos l’accaparramento della Groenlandia come giusta contropartita a veri o presunti torti storici che Trump ritiene l’America abbia subito dall’Europa. In uno stile che ricorda l’ossessione di Vladimir Putin per le letture distorte della Storia, il presidente degli Stati Uniti ha rispolverato trascorsi dalla Seconda guerra mondiale, alla Guerra fredda, alle minacce del Cremlino sull’Unione europea di oggi, a sostegno della sua tesi secondo cui la Groenlandia appartiene all’America. Non senza il solito disprezzo espresso da Trump nei confronti dell’Europa: «La amo ma non sta andando nella giusta direzione», a causa dell’immigrazione e delle politiche verdi. Con una critica in particolare a Macron che con gli occhiali ha sole «ha giocato a fare il duro».
Novanta minuti
Il tycoon a Davos ha parlato per un’ora e mezza, il doppio di quanto previsto. La voce era roca e strascicata, la logica a volte vacillante. Ma la linea sulla Groenlandia, studiatissima. Non una volta Trump ha parlato di dazi. Era stato il timore di un intervento militare a spingere otto Paesi – Germania, Francia e Gran Bretagna su tutti – a mandare soldati contro cui gli americani non avrebbero potuto alzare il fuoco. Ed era stato proprio quel contingente a spingere Trump stesso a minacciare i dazi, quindi a portare l’Europa a studiare ritorsioni. Ma se ora la minaccia di un intervento militare non c’è più, almeno in teoria, i soldati europei non avrebbero ragione di restare in Groenlandia e le minacce commerciali dovrebbero venir meno. Le reazioni dei mercati e le prime reazioni degli europei hanno potuto qualcosa, a quanto pare.
Nodi da sciogliere
La realtà resta però più complessa. Non solo perché Trump ora chiede alla Danimarca «negoziati immediati», lasciando capire che l’America sarebbe pronta a pagare non solo i groenlandesi ma il governo stesso di Copenaghen, pur di comprare l’isola. «Alla Danimarca costa 200 milioni all’anno e loro sono un piccolo Paese» – ha suggerito Trump in un passaggio che, in sé, contiene la minaccia indiretta di togliere all’intera Europa l’ombrello americano di fronte alla Russia: «Se ci darete la Groenlandia, ve ne saremo grati – ha detto Trump —. Ma se non ci darete la Groenlandia, be’, allora ce ne ricorderemo». Questa frase va letta nel contesto nel quale l’uomo della Casa Bianca inserisce la questione. Simile, per certi aspetti, al modo in cui Putin da anni presenta la legittima pretesa della Russia sull’Ucraina per ragioni quasi ancestrali. «La Groenlandia è un territorio vasto e quasi del tutto disabitato, senza difese, in una posizione strategica fra Stati Uniti, Russia e Cina». Non c’è dubbio che missili intercontinentali da Oriente potrebbero passare vicino all’isola, se fossero diretti negli Usa.
Territori e soldi
Per Trump, come ha detto lui stesso apertamente a Davos, l’interesse non è nelle terre rare «decine di metri sotto al ghiaccio». Piuttosto, «questo territorio è parte del Nord America, è la frontiera settentrionale dell’emisfero occidentale. È nostro». Qui la Casa Bianca ha presentato le presunte ragioni storiche, inclusa la Seconda guerra mondiale, quando gli americani combatterono per respingere la Germania nazista: «Quanto siamo stati stupidi a restituirla (la Groenlandia, ndr) alla Danimarca?». E ancora: «Non fosse per noi, stareste tutti parlando tedesco e forse un po’ di giapponese». Ma il cuore delle rimostranze di Trump guarda a tempi più recenti: «Abbiamo pagato per decenni il 100% delle spese della Nato anche per l’Europa e tutto quello che chiediamo adesso è un pezzo di ghiaccio in cambio della pace mondiale».
Nel suo discorso, il presidente immobiliarista ha insistito per la sovranità americana sull’isola (da lui chiamata a volte «Islanda») «perché non si può investire solo con un contratto d’affitto». In realtà però, nell’accordo emerso solo nella serata di ieri, Trump avrebbe accettato una revisione del trattato con la Danimarca del 1951, inserendo la costruzione del «Golden Dome» in Groenlandia, e una garanzia contro gli investimenti di potenze ostili sull’isola. I governi europei si impegnerebbero in maggiori sforzi per la sicurezza della regione artica. Inoltre, secondo il New York Times, la Casa Bianca avrebbe però ottenuto la sovranità su piccole porzioni di territorio groenlandese per costruire basi militari sul modello di quelle britanniche a Cipro.