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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Mille miliardi di interessi ogni anno: la nuova normalità degli Usa di Trump

Il dato più destabilizzante non è il debito in sé, ma il confronto: nel 2026 gli Stati Uniti spenderanno oltre mille miliardi di dollari l’anno solo per pagare gli interessi sul debito pubblico. Una cifra che rende il servizio del debito la terza voce di spesa federale, dietro solo a Social Security e Medicare, il principale programma sanitario pubblico. Gli interessi superano ormai la difesa, i programmi alimentari, gli investimenti in ricerca e infrastrutture messi insieme. Il conto equivale a 7.300 dollari l’anno per famiglia, più di quanto una famiglia americana spenda per sanità, carburante, istruzione o abbigliamento. Una sorta di “imposta invisibile”, approvata senza alcun voto del Congresso, che segna una soglia politica prima ancora che contabile. All’inizio del 2026 il debito federale Usa ha superato i 38.500 miliardi di dollari, con circa quattro anni di anticipo rispetto alle previsioni formulate solo pochi anni fa. Ogni cittadino americano porta sulle spalle 114mila dollari di debito, ogni nucleo familiare oltre 285mila. Ma il punto non è solo la dimensione assoluta: è la dinamica che trasforma il debito in una macchina che si autoalimenta. Negli ultimi anni si è prodotto un vero effetto valanga. Prima, una lunga stagione di spesa espansiva: la pandemia, i programmi di stimolo, gli incentivi industriali, la transizione energetica, un welfare sempre più costoso in una società che invecchia. Poi la svolta monetaria: con la fine dei tassi a zero, una quota crescente del debito emesso negli anni precedenti viene rifinanziata a rendimenti molto più elevati. Anche a politiche fiscali immutate, il solo rinnovo dei titoli fa esplodere il costo del servizio. A questo si aggiungono le scelte politiche più recenti: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto la stagione dei tagli fiscali e della spesa in deficit, rafforzando una traiettoria già fragile.
I numeri rendono la portata del cambiamento: nel 2020 Washington spendeva 345 miliardi di dollari per interessi. Nel 2025 la cifra è salita a 970 miliardi, pari al 19% di tutte le entrate federali. Nel 2026 verranno superati i mille miliardi di dollari e, secondo il Congressional Budget Office, non si tratterà di un picco ma di una “nuova normalità”: si arriverà a 1.800 miliardi entro il 2035 e fino a 4.800 miliardi a metà secolo, con una crescita più rapida di qualsiasi altra voce di bilancio. La Casa Bianca rivendica di aver rallentato il rapporto debito/Pil grazie a tariffe più elevate e a un’azione di contenimento della spesa affidata anche al Department of Government Efficiency. I risparmi dichiarati, 202 miliardi di dollari, sono politicamente spendibili ma macroeconomicamente modesti. Anche l’aumento delle entrate doganali, salite a 25 miliardi di dollari nel 2026, resta marginale rispetto a un debito che si avvicina ai 40mila miliardi.
Il tema del debito incrocia inoltre il ciclo elettorale (a novembre ci saranno le elezioni di midterm), diventando un problema che nessuno ha incentivo a risolvere davvero. Tagliare la spesa o aumentare le tasse è politicamente costoso, rinviare decisioni difficili è considerato spesso accettabile. Nel suo secondo mandato, Trump ha rilanciato una strategia espansiva: nuove riduzioni fiscali e una proposta di aumento di bilancio della difesa da 1.500 miliardi di dollari per il 2027. Secondo stime indipendenti, solo questa scelta potrebbe aggiungere quasi 6mila miliardi di debito entro il 2035, interessi inclusi. Moody’s avverte che un aumento strutturale e finanziato a debito della spesa riduce drasticamente la flessibilità fiscale e amplifica il peso degli interessi negli anni successivi.
L’allarme, però, va oltre la politica. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, la maggiore banca statunitense, definisce il debito Usa «la crisi più prevedibile dei nostri tempi». Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, parla di rischio di «infarto economico» se la traiettoria non verrà corretta. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, invoca una «conversazione adulta» sulla sostenibilità fiscale, consapevole che la politica monetaria non può compensare squilibri di bilancio permanenti. Finora, a tenere insieme il sistema è anche il ruolo globale del dollaro. La domanda internazionale di Treasury consente agli Stati Uniti di finanziarsi a costi inferiori rispetto a qualsiasi altro Paese con un debito simile. Ma proprio l’aumento strutturale del servizio del debito rischia, nel tempo, di trasformare questo privilegio in una dipendenza. Più interessi significano più emissioni, più esposizione ai mercati, più vulnerabilità a cambiamenti di fiducia, anche graduali. La dimensione sociale completa il quadro. I baby boomer controllano 85mila miliardi di dollari di ricchezza, i millennials appena 18mila. Il servizio del debito è un trasferimento “silenzioso” di risorse dal futuro al passato, in un’economia dove il denaro non è più gratuito e le disuguaglianze restano profonde. Nel breve periodo, gli Stati Uniti possono permettersi questo livello di indebitamento. Ma superare stabilmente i mille miliardi di interessi segna un cambio di regime. Il servizio del debito è già diventato un vincolo politico, sociale e strategico permanente.