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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Ritorno al futuro con ‘’Metropolis’’ di Fritz Lang: s’è avverato il film distopico ambientato nel 2026

È il 30 ottobre 1926 allorché il seminale regista tedesco Fritz Lang batte l’ultimo ciak di un film ambientato cento anni più tardi. Qui e ora. Quel film, sceneggiato dalla superba Thea von Harbou (moglie del regista), si chiama Metropolis, ed esce nel 1927: l’avete visto. Direttamente o indirettamente, in epigoni di gusto e sostanza quali Blade Runner, Guerre stellari e Avatar, perché Metropolis ha fatto la Storia, e non solo del Cinema.
Si possono dire tante, tantissime cose di questo capolavoro, partiamo dalla più lampante: come sarebbe stato il mondo nel 2026 non l’ha intuito, ma realizzato. I ricchi in alto nei grattacieli, i poveri nel sottosuolo, e in mezzo la sperequazione. Sembra oggi, e lo è.
Un filo di sinossi, per chi – impossibile – è digiuno: nella città di Metropolis, la società è divisa tra l’élite che guarda dall’alto e gli operai-schiavi relegati nell’infimità. Il capo è Joh Fredersen, che dalla torre di Babele controlla le attività produttive. L’abbrivio di senso pertiene al figlio Freder, che dai bassifondi vede emergere un gruppo di bambini poveri accompagnati dalla giovane Maria: colpito dai primi, irretito dalla seconda, scende nel sottosuolo, scopre la fabbrica, assiste a un’esplosione mortifera, prende il posto di un operaio. Della partita è uno scienziato, Rotwang, ineluttabilmente pazzo, cui si deve l’architettura strutturale ed esistenziale della metropoli, che manifestamente echeggia New York.
Fermiamoci un attimo e attualizziamo. Se Joh lo chiamiamo Trump, Freder un figlio di sangue o un figlioccio politico, dunque Vance, Rubio o chi vi pare, e Rotwang lo ravvisiamo in tecnocrati quali Musk o Thiel, dobbiamo necessariamente giocare a “trova le differenze” o il calco è conforme? La domanda retorica e la retorica interrogante si tengono per mano, di certo il beneficio d’invenzione di Metropolis ha surclassato quello d’inventario: non ha buttato lì un’idea, ha preconizzato, plasmato e verificato lo stato dell’arte. Succede ai migliori, e Lang e von Harbou lo erano, lo sono: la loro ingegneria sociale certifica prove scritte negli annali, convalida esami di fattibilità, sigla il presente futuro – e quando (ci) ricapita al cinema?
Epitome dell’espressionismo tedesco, precipitato di faglia sociopolitica, prospetto e profezia all’unisono, Metropolis un secolo dopo ci riconsegna la sua provvida ambiguità, la perniciosa irresolutezza, la contraddittoria ideologia: sullo schermo è rivoluzione di popolo o inciucio di famiglia, lotta di classe o concertazione pelosa, spacchiamo tutto o volemose bene?
All’uscita, sconcerta e destabilizza gli spettatori: la Repubblica di Weimar recepisce e no, la temperie culturale è concava ma non troppo, la camera di Lang non fa prigionieri. Batte dove lo stato dell’arte duole, e il maglio rifugge l’univocità: gli operai bruciano il robot a immagine e somiglianza di Maria, il cattivo Rotwang viene ucciso, papà Joh e figlio Freder, che esaudisce il Mediatore vaticinato dalla stessa Maria, si riconciliano, le classi della città si pacificano. Capacità di sintesi, riduzione del conflitto, ricomposizione della frattura: l’avveniristica residenza del potere e il deteriore domicilio del proletariato possono perpetuare la divisione verticale senza colpo ferire, davvero?
Retrospettivamente, la (ri)soluzione sembra il prodotto di un algoritmo, il parto dell’intelligenza artificiale, segnatamente la desistenza all’autocrazia o, meglio, democratura: il cuore gettato oltre l’ostacolo da Lang e von Harbou smise di battere di lì a poco, Hitler nel 1933 è già Cancelliere della Germania. La sceneggiatura venne sovrascritta dagli accadimenti, il lieto fine stuprato dall’incipiente nazionalsocialismo, sicché tra le folle magmatiche o geometriche di Metropolis si optò fuoricampo per le seconde, irregimentate a passo dell’oca dinnanzi al Führer: il combinato disposto di creazione e realtà, arte e politica di Metropolis che ci dice oggi?
Nel 1927 uno che di cinema, vita e altre finzioni se ne intende, Luis Buñuel, così scrive del kolossal con la palla di vetro: “Gli uomini liberi di Metropolis tiranneggiano i servi, Nibelunghi della città, che lavorano in un eterno giorno elettrico, nelle profondità della terra. Nel semplice ingranaggio della Repubblica, manca soltanto il cuore, il sentimento capace di conciliare degli estremi così incompatibili. E nel finale vedremo il figlio del direttore (cuore) unire in un abbraccio fraterno suo padre (cervello) con il capo-fabbrica (braccio)”.
L’apologo di Menenio Agrippa non ce lo siamo dimenticati, ma il depezzamento è nell’agenda politica, le aritmie diagnosticate da Trump a Putin, passando per Iran, Ucraina Venezuela. E l’interrogativo ancor più pressante: Metropolis ci fece o ci è?