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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Gobetti la morale dell’intransigenza

Il Centenario della morte di Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Parigi, 16 febbraio 1926) è un’occasione feconda per tornare a riflettere sulla contrapposizione tra fascismo e antifascismo che egli intende come una contraddizione assoluta e insanabile. Una idea che ricorre nelle sue pagine più celebri e viene ribadita in alcuni significativi e brevi appunti manoscritti inediti, ritrovati nell’archivio del Centro studi Piero Gobetti.
Come è noto, a Gobetti la storia italiana appare come una lunga storia di servi, di cui il fascismo è l’ultima e l’estrema conseguenza. In una forma degenerativa il fascismo continua la politica diseducatrice delle vecchie classi dirigenti e perpetua i vizi atavici e più diffusi della mentalità italiana: la retorica, la cortigianeria, la demagogia, il trasformismo, la fiducia acritica, il facile ottimismo. La lotta al fascismo oltre che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile.
Gobetti rifiuta la proposta di Augusto Monti di fondare libere palestre e scuole di civiltà in cui potessero entrare i giovani migliori e le forze più sane della nazione e critica aspramente quella di Giuseppe Prezzolini di costituire una Società degli apoti, di «coloro che non la bevono», che restano lontani dal «tumulto delle forze in gioco». Egli divide il campo in due parti incomunicabili, o si sta di qua o si sta di là: «Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte. Non per fare la rivoluzione ma per difendere la rivoluzione».
Al di là della frattura politica consumatasi con Prezzolini, che non diventerà mai personale, la contrapposizione tra la società degli apoti e la compagnia della morte rimanda a quella antica, eterna e più generale tra la politica come arroganza del potere, abitudine al privilegio, assuefazione al conformismo, adattamento al compromesso che spegne ogni tensione morale e la politica come disinteresse, rettitudine, presenza civile e umana serietà, eleganza, discrezione, intransigenza, tolleranza come apertura.
All’indomani della marcia su Roma, nell’editoriale Al nostro posto (2 novembre 1922), scrive: «Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche, sia che dobbiamo seguire le persecuzioni che ci spettano». Per Gobetti «non è lecito guardare con fiducia esperimenti che la storia ci addita dannosi» (La tirannide, 9 novembre 1922).
Nel celebre Elogio della ghigliottina (23 novembre 1922) s’incontra la famosa definizione del fascismo come «l’autobiografia della nazione»: «una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco». Qui chiarisce che «il nostro antifascismo non è l’adesione a un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo definirlo fisiologicamente innato». Inoltre imposta il contrasto tra fascismo e antifascismo come «la lotta tra serietà e dannunzianesimo» che «è antica e senza rimedio». Per Gobetti, «bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza, e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti».
Questo modo tipicamente gobettiano di intendere l’antifascismo si trova, per così dire, scolpito dal giovane liberale in un appunto manoscritto del 1925, intitolato Il nostro antifascismo: «Il nostro antifascismo non vuole resuscitare il passato. Non siamo i nati del 1922. Possiamo esaminare spregiudicatamente la crisi italiana». In questo stesso documento egli s’interroga sul tema «se il fascismo sia una cultura (dannunzianismo – futurismo – clericalismo – medioevalismo fazioso)». Alla tirannide oppone: la «legge della democrazia del socialismo del liberalismo»; l’azione di rinnovamento liberale che «gli operai» sapranno sviluppare sostituendosi alla borghesia che si è consegnata al fascismo; la «tattica dell’antifascismo»; «la preparazione degli spiriti».
In un altro appunto manoscritto sul retro di una pubblicità editoriale che annuncia i volumi di Prezzolini, Giovanni Papini e di Mario Vinciguerra, Un quarto di secolo (1900-1925), che escono entrambi nella seconda metà del 1925, quando si è ormai risoluto all’esilio, dopo aver ribadito che: «si può considerare il fascismo come l’ultimo episodio della crisi delle classi dirigenti italiane», afferma: «La nostra posizione è proprio questa di aver scelto noi la nostra parte senza che fossero i nostri interessi a portarci contro la marcia su Roma: posizione che può peccare di romanticismo, ma in cambio non manca di un prestigio morale». Questo è «l’antifascismo dei giovani».
Per Gobetti i giovani sono i protagonisti del rinnovamento del Paese. Nell’Agenda per annotazioni per l’anno 1926, alla data del 3 gennaio, si trova appuntato lo schema di una Lettera ai giovani che il giovane Piero, senza sapere di essere a pochi giorni dalla morte, aveva immaginato di scrivere alla sua generazione. Risolutosi all’esilio a Parigi, dove intendeva continuare «un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna», si dichiara «nemico dell’esilio», si schiera dalla parte degli «europei non politicanti a spasso», propone un «esame di coscienza» agli Italiani «non vinti».
Gobetti ci consegna parole quanto mai adatte al tempo che viviamo pervaso dall’indifferenza, una «malattia che consuma ed uccide». Come ha osservato Gastone Cottino, l’opera del «fragile e disarmato giovinetto torinese», con «il viso adombrato dal suo inimitabile sorriso», può essere interpretata e proposta come una lettera ai giovani delle generazioni successive.