repubblica.it, 21 gennaio 2026
“Un software nei pc di procure e tribunali per spiare i magistrati”: la nuova denuncia di Report
Un software in grado di controllare da remoto i computer di tutta la giustizia italiana. È questa la denuncia che Report, il programma condotto da Sigfrido Ranucci, porterà in onda nella prossima puntata. Secondo la ricostruzione della trasmissione, sui circa 40mila computer dell’amministrazione giudiziaria – dai dipendenti non togati fino a giudici e magistrati di ogni ordine e grado – sarebbe installato un software informatico che consentirebbe l’accesso da remoto alle postazioni di lavoro, anche senza che i titolari ne siano a conoscenza.
Il programma, sempre secondo Report, si chiama Ecm/Sccm (Endpoint Configuration Manager, System Center Configuration Manager), è un prodotto Microsoft pensato per la gestione centralizzata di grandi reti di dispositivi, come i totem o le postazioni di catene commerciali, e non per computer che trattano fascicoli giudiziari, atti riservati e indagini delicate. Dal 2019, afferma la trasmissione, i tecnici del Dipartimento tecnologico del ministero lo avrebbero installato su tutte le postazioni presenti in procure, tribunali e uffici giudiziari, all’insaputa dell’allora ministro Alfonso Bonafede.
Il nodo centrale riguarda le funzionalità del sistema. Secondo Report, il controllo remoto risulterebbe disattivato nelle impostazioni standard previste dal ministero, ma qualsiasi tecnico dotato di permessi di amministratore potrebbe attivarlo senza il consenso del magistrato e senza lasciare tracce evidenti dei passaggi effettuati.
La vicenda sarebbe emersa nel 2024 all’interno di una Procura italiana e successivamente “messa a tacere” dai dirigenti del ministero, anche su richiesta – sostiene una fonte citata da Report – della presidenza del Consiglio.
A Repubblica fonti tecniche e istituzionali confermano l’esistenza di sistemi di gestione centralizzata delle postazioni presenti nei tribunali italiani, utilizzati per manutenzione e sicurezza informatica, ma spiegano che l’accesso remoto non può avvenire senza l’autorizzazione dell’utente. La procedura, riferiscono, prevede la presenza del magistrato o del dipendente e un consenso esplicito all’intervento. «L’accesso», spiegano fonti sentite da Repubblica, «non può essere utilizzato senza autorizzazione dell’utente. Quando c’è un intervento, devi essere presente, autorizzi e loro intervengono». Resta tuttavia aperto il punto decisivo: se esistano modalità tecniche per forzare la procedura standard aggirando il consenso dell’utente, ipotesi che le stesse fonti non escludono del tutto.
Area, la corrente progressista della magistratura, sta chiedendo formalmente l’avvio di una pratica al Consiglio superiore della magistratura, sollecitando un accertamento sulle garanzie di riservatezza delle postazioni di lavoro dei magistrati e sull’eventuale rischio di interferenze esterne nell’esercizio della funzione giurisdizionale. “La esternalizzazione della tecnologia ed informatica giudiziaria è un enorme vulnus per l’indispensabile protezione dei dati legati al nostro lavoro e dunque” spiega il segretario Giovanni Zaccaro, “per l’effettiva autonomia ed indipendenza della giurisdizione. La giurisdizione è un potere dello Stato e merita infrastrutture digitali pubbliche e sicure, cogestite dal ministero e dai giudici”.
Chiedono chiarimentii parlamentari Pd della commissione di Vigilanza sulla Rai: “Le rivelazioni di Report sono gravissime e smascherano ancora una volta il governo. Sono la conferma che il governo Meloni vuole controllare tutta la magistratura. Direttamente attraverso interventi normativi, a partire dalla riforma costituzionale, e indirettamente con metodi davvero poco ortodossi come svelato dal programma di RaiTre – spiegano – Se tali tesi vengono confermate sarebbe gravissimo che a partire dai dipendenti dell’amministrazione giudiziaria fino a giudici e procuratori tutti verrebbero spiati dal governo. È fondamentale che Palazzo Chigi chiarisca immediatamente quanto trapelato e chiediamo alla presidente Meloni di venire a chiarire immediatamente in aula”.