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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Lucia Lavia: “Papà Gabriele è stato il mio maestro, ma non ha fatto sconti”

Lucia Lavia è la quarta teatrante della sua famiglia. Trentatreenne che compirà un anno in più questo 18 febbraio, figlia di Gabriele Lavia e di Monica Guerritore, sorella di Lorenzo Lavia. Ha fatto teatro con tutti e tre i suoi familiari. Fino a una decina d’anni fa soprattutto col padre Gabriele, suo trainer e maestro in quattro spettacoli. Due volte è stata diretta dal fratello Lorenzo, più di recente. E il battesimo del palco fu accanto alla madre Monica.
Lucia, facile o problematico fare l’attrice con un cognome così impegnativo?
«In effetti ho la gratificazione di un bel nome faticoso, che fa pensare a chissà quali privilegi per essere figlia d’arte. Ma di fatto i miei genitori erano sempre in tournée, li vedevo un giorno alla settimana e in casa non parlavano mai di spettacoli. Non so se per vocazione o emulazione io, non brava a scuola, da ragazza sola in camera mi allenavo e registravo la mia voce su un mangianastri. Con mamma nei panni di Teresa d’Avila debuttai a 13 anni nel ruolo di Teresa bambina, e tutto si concluse lì. Mio padre mi scritturò nel 2010, avevo 18 anni, ne Il malato immaginario: mi ha insegnato le basi della tecnica recitativa, l’emissione, il movimento del corpo, le distanze nello spazio. Ma l’esperienza maggiore è stata quella della Figliastra in Sei personaggi in cerca d’autore, una parte enorme e bellissima con lui che, data la confidenza, non mi risparmiò mai. Poi ho interrotto il rapporto di attrice di compagnia perché volevo formarmi una mia visione artistica, una carriera indipendente».
Diverso il sodalizio con suo fratello Lorenzo.
«Sì, un po’ anche per vicinanza anagrafica. D’altronde io avevo 6 anni quando i miei genitori iniziarono a separarsi. Con Lorenzo ho fatto due lavori contemporanei, Ti porto con me del 2017 e La teoria del caos in cui abbiamo recitato assieme nel 2024. Gli voglio bene, mi ci trovo, veniamo dalla scuola di papà: ho deciso di fare teatro quando dalle quinte dell’Argentina spiavo il suo Avaro di Molière nei primi anni 2000: ne fui sconvolta, capii che quella sarebbe stata la mia vita. L’unica cosa di cui mi pento è di non aver fatto l’Accademia, non aver studiato diverse forme d’arte, ma non rinnego di aver intrapreso da subito la strada performativa con papà».
Questa fine stagione è impegnata in tre spettacoli, due riprese e un titolo nuovo per lei.
«Ho concluso il testo di Vargas Llosa, poi Pirandello diretto da De Fusco, avevo una mezza idea di riprendere il mio Moravia, e ho finito per riunire due lavori di teatro classico e una trasposizione di letteratura del 900. Luca Ronconi, che mi diresse ne La Celestina, mi raccomandò d’avere una strada mia, dicendomi in camerino “il teatro è il tuo territorio”: quella frase fu una carezza sul cuore. Cito per primo lo spettacolo che affronterò ex novo per ultimo, il 10 aprile allo Stabile di Catania: La signorina Else da Arthur Schnitzler, con adattamento e regia del tedesco Henning Brockhaus, allievo di Strehler che ha una visione lirica da installazione per uno spazio coperto da quadri di Klimt e abitato da pupazzi ad altezza d’uomo con cui interagirò e che muoverò. Sarò la ragazza cui il padre indebitato chiederà di intercedere con un ricco signore che a sua volta domanderà alla fanciulla di farsi vedere nuda, creando un vortice mortale di rimorsi. Entrerà in funzione un escamotage. Il nudo a teatro non è a tutti i costi pornografico. Sarò una donna del 1924 trattata come un burattino».
E gli altri due titoli che la terranno impegnata in repliche?
«Dal 27 gennaio sarò alla Sala Umberto di Roma con Il malato immaginario di Molière nel ruolo di Antonietta, antagonista dell’Argante interpretato da Tindaro Granata, con allestimento di Andrea Chiodi. Con papà feci la figlia Angelica, qui sono l’alter ego di Argante, la serva con idee acute in una pièce di nevrosi, malattie, travestimenti. Camuffata anche da uomo. E dal 27 febbraio torno al Teatro Due di Parma per L’avventuriero della drammaturga inglese Aphra Behn, un testo del 1677, regia di Giacomo Giuntini, con 18 performer, e io sono la Elena libera di testa, con idee protofemministe a dispetto della famiglia che la vorrebbe monaca. Un lavoro di libertinaggi sfrenati, con quattro cavalieri inglesi che si vogliono godere un carnevale napoletano in maschera, e un finale dagli sviluppi tutt’altro che rosei. Io mi trovo in conclusione sola, in una crinolina d’oro di otto metri».