la Repubblica, 21 gennaio 2026
Siria, le forze curde in ritirata: attaccate le prigioni dell’Isis
I curdi hanno abbandonato il controllo delle prigioni dell’Isis nel nord est della Siria, dopo l’avanzata dell’esercito siriano nei territori che erano sotto il loro controllo. Per più di 10 anni, le Sdf, le forze democratiche siriane nate da un’alleanza fragile tra i curdi e le tribù arabe locali, hanno sorvegliato migliaia di combattenti e le loro famiglie che molti Paesi non volevano indietro. L’enorme campo di Al Hol era diventato una sorta di Guantanamo siriana, con migliaia di prigionieri detenuti in un limbo senza processo. Si stima che i prigionieri siano ancora 24mila: 14.500 sono siriani, in maggioranza mogli e figli dei miliziani dell’Isis. Ma c’è anche una sezione ad alta sicurezza, l’Annex, dove sono detenuti 6.500 foreign fighters considerati molto fanatici e ancora fedeli allo stato islamico.
La situazione sul campo è confusa. Ieri curdi e governo di Damasco si sono accusati a vicenda di aver intenzionalmente aperto le porte dei campi, non solo di al Hol ma anche di al Shaddadi. Secondo Damasco, i curdi l’avrebbero fatto per creare instabilità e fare pressione sugli Stati Uniti. Per i curdi, invece, sarebbero state milizie islamiste affiliate ai governativi ad attaccare le prigioni. Nel pomeriggio, il ministero degli Interni siriano ha dichiarato che 120 membri dell’Isis sono evasi da Shaddadeh, di cui 81 sarebbero stati ricatturati. Ora i campi sarebbero sotto la tutela delle forze di al Sharaa.
Da Davos, il presidente Trump si è attribuito il merito di aver impedito la fuga «di terroristi europei. Sono evasi. Il governo siriano e il nuovo leader siriano hanno catturato tutti i prigionieri e li hanno riportati in prigione». Gli eventi siriani in realtà sono la diretta conseguenza delle scelte strategiche della Casa Bianca, che in Siria ha cambiato alleato nella lotta contro il terrorismo: non più i curdi delle Sdf, che hanno sconfitto l’Isis con il sostegno dell’aviazione americana, ma il presidente al Sharaa, che ha un lungo passato proprio nelle fila del jihadismo sunnita ma si è reinventato come leader capace di riunificare la Siria.
«Lo scopo originario delle Forze democratiche siriane (Sdf) come principale forza anti-Isis sul terreno è in gran parte venuto meno, dal momento che Damasco ora è sia disposta sia in grado di assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo delle strutture di detenzione e dei campi dell’Isis», ha affermato Tom Barrack, inviato Usa per la Siria molto vicino a Erdogan. Dopo aver riconquistato le province di Raqqa e Deir Ez Zor, dove le tribù arabe hanno celebrato l’arrivo dei liberatori stanche del dominio curdo, Damasco aveva cercato di entrare con la forza anche nelle città a maggioranza curda di Hasaka, Qamishli e Kobane.
I curdi hanno dichiarato la mobilitazione generale. Gli americani hanno mediato per evitare che il conflitto deflagrasse. Ora Damasco ha dato alle Sdf quattro giorni per elaborare un piano che porti alla «integrazione pacifica» delle città curde nello stato siriano, e delle formazioni militari dell’Sdf nell’esercito. I curdi non si fidano e chiedono di mantenere la loro autonomia.