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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

Il mondo entra nell’era della «bancarotta idrica»: l’uso dell’acqua ha superato la capacità di rinnovamento. Ghiacciai scomparsi e falde compromesse

Una risorsa fondamentale per la vita umana, l’agricoltura, l’ambiente e l’economia. Un bene sempre più scarso a causa di siccità e desertificazione, causa di nuovi conflitti e migrazioni, fonte di business per i privati. L’acqua è oggi, sempre di più, un bene finito in un mondo assetato (non a caso definito anche come «oro blu»), che richiede una gestione responsabile in un quadro nel quale almeno il 50% della popolazione – 4 miliardi di persone – deve fare i conti con la sua carenza, aggravata da cambiamenti climatici, inquinamento e sprechi, come denunciato dall’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao). 
Un’emergenza che si aggrava con l’entrata in quella che l’Onu ha definito l’era di «bancarotta idrica globale», in cui l’uso e l’inquinamento delle fonti hanno superato le possibilità di rinnovamento e non potranno essere più riportate ai livelli precedenti. A denunciarlo, martedì 20 gennaio, è il rapporto guidato da Kaveh Madani, direttore dell’istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’università delle Nazioni Unite, che chiede un ripensamento radicale dell’agenda politica globale. «Molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta», afferma Madani. Lo studio mette in luce come bacini d’acqua e zone umide si stiano rapidamente riducendo: più della metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni ’90 e in 50 anni l’umanità ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali (un dato che corrisponde a quasi la superficie dell’Unione Europea). Inoltre, circa il 70% delle principali falde mostra un declino a lungo termine, portando circa 2,2 miliardi di persone a non disporre ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi a non poter accedere servizi igienico-sanitari e quasi 4 miliardi ad affrontare una grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno. Con ripercussioni anche sulla produzione di cibo: il 70% dei prelievi globali di acqua dolce viene utilizzato per l’agricoltura, settore che si trova ad affrontare sempre maggiori difficoltà poiché le falde si stanno esaurendo più velocemente di quanto possano rigenerarsi. «La gestione della bancarotta richiede onestà, coraggio e volontà politica. Non possiamo ricostruire ghiacciai scomparsi o rigonfiare falde compattate, ma possiamo prevenire ulteriori perdite di questo capitale naturale rimanente e ripensare le istituzioni per adattarci ai nuovi limiti idrologici», conclude Madani. 
La “bancarotta idrica globale” è «l’espressione concreta del superamento di uno dei planetary boundaries, quella legata all’uso dell’acqua dolce che, soprattutto insieme a clima e biodiversità, definisce lo spazio operativo sicuro per l’umanità. Oggi non stiamo semplicemente affrontando una crisi di scarsità, ma una crisi strutturale di sovraconsumo e degrado. I prelievi superano la capacità di rigenerazione del ciclo idrologico e, parallelamente, la qualità delle acque viene compromessa da inquinamento diffuso, perdita di zone umide e artificializzazione dei bacini», chiarisce al Corriere della Sera Eva Alessi, responsabile sostenibilità del Wwf Italia. In particolare, l’agricoltura è al centro di questa dinamica: «Modelli produttivi ad alta intensità idrica, monocolture e sprechi lungo la filiera alimentare stanno erodendo la resilienza degli ecosistemi e mettendo a rischio la sicurezza alimentare globale. Continuare a basare la produzione di cibo sull’eccessiva estrazione delle falde significa trasferire costi ambientali crescenti alle generazioni future», aggiunge, sottolineando come l’alterazione dei regimi idrologici e la degradazione di fiumi, laghi e zone umide riducano la capacità degli ecosistemi di regolare il clima e fornire servizi ecosistemici essenziali, «amplificando l’instabilità dei sistemi alimentari, disuguaglianze sociali e rischi per la salute umana». Di fronte a questa emergenza, è necessario un cambio di paradigma: a partire dalla riduzione dei consumi idrici complessivi all’aumento dell’efficienza idrica in agricoltura, riportando l’uso dell’acqua entro i limiti ecologici del Pianeta: «Rispettare i planetary boundaries non è un’opzione ideologica, ma una condizione indispensabile per garantire benessere umano, stabilità economica e tutela degli ecosistemi nel lungo periodo», conclude Alessi.
Già a dicembre 2025 l’ «Aquastat Water Data Snapshot del 2025» aveva messo in luce come la disponibilità di acqua rinnovabile pro capite (con un riferimento all’acqua dolce che si rigenera naturalmente attraverso il ciclo idrologico) fosse diminuita del sette per cento negli ultimi dieci anni, passando da 5.326 a 5.719 metri cubi. A riportare le risorse di acqua dolce pro capite più basse regioni come l’Africa settentrionale, l’Asia meridionale e l’Asia occidentale, con Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Yemen tra i Paesi con la minore quantità totale di acqua rinnovabile. Il rapporto della Fao chiariva anche come l’aumento dei prelievi di acqua dolce stesse aggravando la pressione su bacini fluviali e falde acquifere già sotto stress, mostrando anche ampie disparità nell’irrigazione e nell’efficienza dell’uso dell’acqua nei terreni coltivati.