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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Dentro la fabbrica svizzera dell’oro, dove nascono i lingotti (e si sostiene il rialzo dei prezzi)

C’è un punto, poco prima che il Canton Ticino inizi a sembrare definitivamente Svizzera, in cui l’oro smette di essere una nozione finanziaria. Succede a Castel San Pietro, in una zona industriale ordinata e silenziosa, tra villette costruite sul fianco di una collina. Qui, una delle sei raffinerie svizzere, la Mks Pamp, raffina, fonde e conia uno dei beni rifugio più antichi e, allo stesso tempo, più contemporanei che esistano. Entrare all’interno non è una visita qualunque: è un esercizio di disincanto. L’oro, prima di diventare lingotto, moneta o investimento, è materia, processo, controllo. E soprattutto fiducia.
Visitare la raffineria e zecca del gruppo – tra le più avanzate al mondo, accreditata Lbma e Lppm – è un percorso che parte dal metallo grezzo, passa per la rifusione e il riciclo, arriva alla barra fusa o al lingotto coniato. Qui, tutto è misurato, certificato, verificato. Non c’è nulla di mitologico, e proprio per questo l’effetto è potente: l’oro torna a essere ciò che è sempre stato, una riserva di valore che esiste solo perché qualcuno la misura, la verifica, la certifica.
Questa fabbrica, però, è il tassello di un sistema economico molto più ampio. La Svizzera è uno degli hub centrali del mercato globale dei metalli preziosi: una quota significativa dell’oro estratto o riciclato ogni anno passa da qui per essere raffinato, certificato e rimesso in circolazione. Un’attività che pesa in modo rilevante sull’export del Paese e che rende questi luoghi, apparentemente anonimi, infrastrutture chiave della finanza internazionale.
Nella raffineria, a fare gli onori di casa, c’è Nicolas Cracco, ceo di Gold Avenue, la piattaforma digitale del gruppo Mks Pamp che consente di acquistare, custodire e rivendere oro e argento fisici. Cracco parla senza enfasi, con l’aria di chi preferisce i numeri alle promesse. «Per molti, l’oro resta qualcosa di inaccessibile, complicato, riservato a pochi. Il nostro lavoro è dimostrare che non è così».
La soglia d’ingresso è un grammo. Non una frazione contabile, ma un oggetto reale. «È il prodotto più piccolo che possiamo vendere. Non vendiamo frazioni di oro, vendiamo oggetti fisici. Quel grammo è tuo: identificato, separato, registrato». Il prezzo – intorno ai 180 dollari – conta fino a un certo punto. «Quando compri sulla piattaforma diventi proprietario dell’oro. Noi siamo custodi, non debitori. Se domani Gold Avenue sparisse, quell’oro resterebbe dei legittimi proprietari». Una distinzione meno ovvia di quanto sembri, soprattutto in un’epoca in cui molti investimenti esistono solo come scritture.
Il contesto aiuta a capire perché questo messaggio trovi oggi tanto ascolto. Negli ultimi mesi il prezzo dell’oro si è mantenuto su livelli storicamente elevati, spinto da tensioni geopolitiche, inflazione persistente e incertezza sui mercati finanziari. In uno scenario in cui molti asset oscillano rapidamente, il metallo giallo torna a essere percepito come un punto fermo, più che come una scommessa.
Dentro la raffineria questa distinzione diventa concreta. Qui impari che «trasformare» non è «affinare». Trasformare significa rifondere oro per dargli la forma richiesta dal mercato: kilobar, grana, semilavorati per la coniazione. Affinare, invece, vuol dire partire da un metallo ancora impuro – da miniera o da riciclo – e portarlo agli standard che rendono l’oro riconoscibile per la finanza globale: almeno 99,5%, poi 99,9 o 99,99. Il cento per cento non esiste. È chimica, non prudenza lessicale.
Il mito secondo cui «in Svizzera passa metà dell’oro del mondo» qui perde importanza. «Il punto non è fare gare di percentuali», osserva Cracco. «È capire perché, quando il mercato ha fretta, continua a scegliere certi luoghi». La risposta è una miscela elvetica: stabilità, sicurezza logistica, infrastruttura bancaria e una normativa che tratta i metalli preziosi come oggetto di legge. In ogni raffineria c’è un saggiatore giurato che risponde personalmente – anche penalmente – di ciò che certifica.
Il viaggio dell’oro comincia nelle miniere, sparse in tutto il mondo, che inviano il loro materiale sotto forma di doré: blocchi da 150 kg semilavorati. A questi, si aggiungono i fornitori secondari, dalle banche ai compro oro, che contribuiscono con metalli raffinati o da riciclare. Qui, a Castel San Pietro, tutto questo metallo viene fuso in lastre, attraverso un processo elettrico e chimico che isola l’oro puro dal resto dei metalli. Ma l’ingresso vero in raffineria non è fisico: è amministrativo. Prima che una barra tocchi un forno, c’è una due diligence che può durare mesi. «Dobbiamo essere certi di ricevere quello che ci aspettiamo, da chi ce lo aspettiamo», dice Cracco. «Se cade quello, cade tutto».
Quando il lotto arriva, viene segregato finché non è «riconosciuto». Poi, arrivano le due parole che decidono tutto: peso e titolo. Il peso è verificabile, con tolleranze precise. Il titolo richiede omogeneizzazione, rifusione, campionamenti multipli. Se il valore effettivo rientra nelle tolleranze, diventa definitivo. Altrimenti si apre una trattativa o si ricorre a un arbitro terzo. «Qui non basta essere corretti», sintetizza Cracco. «Bisogna essere verificabili».
La raffinazione è soprattutto elettrolitica. L’anodo impuro si dissolve, il metallo prezioso si deposita sul catodo come una «spugna» d’oro che, una volta lavata e asciugata, torna in fonderia come oro fino. I metalli residui vengono recuperati o trattati come scarti industriali controllati; le acque di processo sono riportate a parametri di legge prima di uscire dal perimetro.
Non è però una macchina che funziona da sola. Qui lavorano trecento persone, organizzate su tre turni, sei giorni alla settimana. Ogni fase – dalla fusione alla coniazione – richiede controllo umano, competenza, responsabilità. È un lavoro insieme industriale e artigianale, svolto in un impianto che potrebbe sembrare una metallurgica qualunque, se non fosse per la materia che passa tra le mani di chi lo abita. Alla fine, per alzare il classico lingotto da oltre 12 kg occorrono entrambe le mani. Il valore: oltre milione e mezzo di euro.
E giunti fin qui, il ritmo cambia. Finisce l’inbound e comincia l’outbound. Qui capisci perché «lingotto» è una parola generica. Ci sono le large bar da banca, la grana per l’industria e i prodotti coniati, dove il peso non è una tolleranza ma un obbligo: un’oncia deve essere un’oncia, un chilo deve essere un chilo. Nei caveau (inaccessibili) si torna al centro del discorso: la fiducia. Scanner, registri, controlli. Circa il 75% dei clienti sceglie di non ritirare il metallo, lasciandolo in custodia in caveau svizzeri assicurati e controllati. «Molti lo portano a casa una volta, per toccarlo», racconta Cracco, «poi decidono di lasciarlo qui».
I numeri spiegano perché. Nel 2024 le transazioni sono salite da circa 45 mila a oltre 70 mila. Gli utenti registrati sulla piattaforma di Gold Avenue superano quota 170 mila, con metalli custoditi per oltre 600 milioni di euro e un fatturato annuo intorno ai 750 milioni. Tenere in casa tutta questa ricchezza sarebbe impossibile, oltre che rischioso.
L’Italia è uno dei mercati più vivaci. «È un Paese con una forte propensione al risparmio», osserva Cracco. «E nei momenti di incertezza molti sentono il bisogno di possedere un bene reale». Gli ordini sono cresciuti del 70% in un anno, con circa 200 milioni di euro di metalli custoditi per clienti italiani. Metà degli investitori non aveva mai comprato oro prima.

Eppure, nonostante tutta questa razionalità, l’oro resta anche una scelta emotiva. Davanti ai lingotti coniati, l’iconica Lady Fortuna Pamp continua a esercitare il suo fascino. «La gente investe per il lungo periodo», sorride Cracco, «ma poi sceglie con il cuore».
Anche l’argento ha ritrovato spazio, fino a un equilibrio quasi perfetto con l’oro. Complice il prezzo e il fatto che, se custodito in magazzino doganale, può essere acquistato senza Iva. Quanto alla durata dell’investimento, «non esiste una media», conclude Cracco. «Molti comprano e non vendono mai».