Corriere della Sera, 21 gennaio 2026
Daniele Gattano: «Sognavo Shakespeare, ho imparato a Zelig. Il provino? Un monologo sul mio coming out»
Fino al 2024 lavorava come cameriere in un ristorante. «Ma qualche mese fa sono tornato a una cena con tutti i colleghi, per rimanere in buoni rapporti, non si sa mai». Daniele Gattano è il comico più raffinato degli ultimi tempi, troppo bravo per essere famoso (cit. Aldo Grasso), viaggia tra l’ultra colto e l’ultra pop con disarmante disinvoltura («bisogna essere curiosi: sia che uno mi dica che non sa cosa sia il Pamela Prati-gate o non abbia mai visto Bellissima di Visconti, la mia risposta è la stessa: no, va beh, però recuperarlo»).
Quando ha capito che voleva diventare un comico?
«Volevo fare l’attore di prosa. A 18 anni mi presero allo Stabile di Genova ma dopo un anno non venni confermato».
Quindi?
«Mi sono trasferito a Roma (è nato sul lago Maggiore) ma non succedeva nulla. Finché ho visto che Zelig organizzava laboratori sulla comicità. Pensavo che un insegnante ci desse delle dritte, invece dovevo portare un monologo. E me ne sono andato. La mia coinquilina mi aveva convinto a tornare chiedendo di essere l’ultimo, per evitare figure».
Ha funzionato.
«Portavo un monologo sul mio coming out con mia mamma, che in realtà è stato un outing: da persona non coraggiosa non me la sono sentita di dirglielo direttamente ma ho scelto di confidarmi con mia zia, sapendo che non si tiene niente. Infatti lei subito dopo lo ha detto alla mamma che lo ha detto a papà».
Quel monologo è diventato piuttosto famoso.
«Sono passati dieci anni e se lo rivedo vomito, ma ero il primo a parlare di certi temi in tv. Succedeva a Colorado: mi mettevano in scaletta sempre alle 23.30, prima della fine. Ai tempi c’era chi credeva che non mi avrebbero fatto parlare in tv di coming out, invece ha portato bene: come dice Moretti, con il tema importante si vince sempre».
Alle «Iene» ha detto che Meloni le fa tenerezza perché non si definisce omofoba.
«All’epoca non era ancora presidente del Consiglio. In generale riflettevo su come la destra non può professarsi per quello che è, un po’come quando io non dicevo di essere gay. Loro non si definiscono omofobi, è brutto non accettarsi».
Ha diviso le donne ricche in due possibili tipologie: «alla Valeria Bruni Tedeschi» o «alla Daniela Santanché».
«È un tema a me caro provando io una certa invidia sociale. Sono circondato da amici che fingono di avere il mio stesso 730 finché un giorno ti dicono: ho comprato casa. Ma come hai fatto? Sono ricchi alla Bruni Tedeschi. Lei e la Santanché sono il riassunto della società di oggi, due tipi di ricchezze che si scontrano, a livello di gusto, di mondi...».
A chi è più affine?
«Più con Bruni Tedeschi. Ma se io fossi ricca avrei i contenuti di una Bruni Tedeschi e il look di una Santanché. In pratica sarei Lilli Gruber».
Quindi voleva fare l’attore impegnato...
«Brecht, Shakespeare. Non sono più molto allenato ma ancora ora quando vedo un bello spettacolo di questi grandi, penso: magari un giorno mi capiterà. Anche Ezio Greggio è stato credibile nel film di Avati. E Alessia Fabiani ha recitato in un film di Sorrentino. Alessia Fabiani».
Sui social spopola la sua analisi tra chi «è più preso» delle coppie famose.
«Rivendico di aver sempre detto che i Coma Cose si sarebbero lasciati. Ci becco spesso. A volte mi insultano, come quando con Bianca e Bernie in tanti dicevano fosse più presa Bianca. E poi teorizzo anche le coppie che dovrebbero tornare insieme, come Boccia e Sangiuliano».
Quando ha capito che questo era ormai il suo lavoro?
«Quando, tempo fa, ho portato un mio spettacolo al teatro dei Filodrammatici e in una notte ha fatto sold out. Ho iniziato nei pub, ho fatto un percorso di cui sono molto felice, a tratti incredulo».
Il 9 febbraio sarà al Manzoni con «Perestrojka e Pancake». Di cosa parla?
«Spesso la stand-up comedy è autoreferenziale. Ho voluto provare a usare la terza persona, riportando fatti che ho realmente ascoltato: da lì partono le mie riflessioni».
Come vive il suo successo la sua famiglia?
«Posso riempire tutti i teatri d’Italia ma mia mamma è orgogliosa solo quando mi vede in tv. Se dovessi fare l’opinionista a La vita in diretta o mi chiamasse Caterina Balivo per lei vorrebbe dire che ce l’ho davvero fatta. Ma per ora non mi ha chiamato».
E se la chiamasse Carlo Conti a Sanremo?
«È come dire: se ti chiamasse Woody Allen. Sarebbe bellissimo e rischioso: non devi patteggiare troppo nonostante il contesto nazional-popolare. Ma farei del mio meglio per non snaturarmi, ci è riuscito anche Lucio Corsi».