Corriere della Sera, 21 gennaio 2026
Quand’eravamo noi l’«etnia» dei coltelli
«Il coltello con cui taglia il pane lo usa indifferentemente per tagliare l’orecchio o il dito a un altro dago. La vista del sangue gli è tanto comune come la vista del cibo che mangia». Il sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini, che a Otto e mezzo ha buttato lì l’infelice accusa dopo l’orrendo omicidio di Aba Youssef da parte di Zouhair Atif («Siamo una città con 20 mila stranieri su quasi 100 mila abitanti. Tutti lavorano, anche se vengono da mondi diversi. Ma è chiaro che l’uso dei coltelli arriva solo in certe etnie») non ha letto Strangers in the Land: Patterns of American Nativism di John Higham. Lo storico, scrivendo di stereotipi sull’uso del coltello tra gli immigrati in America, parlava dei nostri nonni. Erano loro, per i razzisti Wasp (White Anglo-Saxon Protestants), i «dagoes». Plurale di «dago», il più diffuso e insultante dei nomignoli appiccicati ai latini ma soprattutto agli italiani. Un nomignolo dalla l’etimologia incerta. C’è chi dice venisse «until the day goes» (fin che il giorno se ne va) nel senso di «lavoratore a giornata». Chi da «diego», uno dei nomi più comuni tra i messicani. Ma i più pensano venisse da una storpiatura «latinizzata» di dagger: pugnale, stiletto, arma da taglio. Dicono tutto due vignette pubblicate a cavallo del massacro di New Orleans del 14 marzo 1891 quando 11 siciliani non ancora scarcerati dopo essere stati assolti («La loro principale colpa era di non sapere l’inglese», scrisse il New York Times) al processo per l’omicidio del poliziotto David Hennessy, furono linciati da una folla assatanata. La prima, sulla rivista The Mascot edita nella metropoli della Louisiana, col titolo Regarding the italian population (a proposito della popolazione italiana) mostrava una rissa tra italiani a coltellate: «Piacevole passatempo pomeridiano». La seconda, edita dal Philadelphia Inquirer dopo la scelta italiana di rompere per protesta i rapporti diplomatici con Washington mostrava Re Umberto e Antonio Starabba di Rudinì (vestito da brigante, con lo schioppo posato a terra) che affilavano un pugnale su una mola da arrotino. Titolo: Il sangue italiano che ribolle. Didascalia: «Il re e il suo primo ministro si ritengono insultati e affilano i loro stiletti in vista di un conflitto con Zio Sam». Prima di usare certi stereotipi, è meglio contare settanta volte sette...