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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

Lo stop di Tajani agli alleati sul sottosegretario leghista. I veleni: c’entrano le banche

Gli scossoni. La turbolenza più recente parte ieri mattina, con una telefonata di Giovanbattista Fazzolari ad Antonio Tajani. Il braccio destro di Giorgia Meloni, prima di ogni Consiglio dei ministri, chiama i capi partito per chiedere se tutto sia a posto riguardo all’ordine del giorno. Ieri mattina, però, trova il vicepremier di Forza Italia che fa tuoni e fulmini.
Antonio Tajani ha appena letto sui giornali che il nuovo presidente della Consob sarà Federico Freni, oggi sottosegretario al Ministero delle Finanze per indicazione leghista. Il mandato di Paolo Savona alla guida della Commissione nazionale per le società e la borsa scade l’8 marzo, che sia necessario mettere mano al pacchetto degli amministratori è cosa arcinota. Quello su cui Tajani dice di non essere stato consultato è che Freni sia destinato a diventare non uno dei commissari ma, appunto, il presidente. Poi, il vicepremier azzurro taglia corto, «vedremo in Consiglio dei ministri».
Ed è proprio lì che avviene il secondo e decisivo match. Cerca di convincerlo il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti: «Antonio, guarda che siamo tutti d’accordo...». Tajani risponde a muso duro: «E noi no». Interviene Giorgia Meloni per placare i contendenti e si decide per un supplemento di riflessione: l’argomento viene rinviato. In mattinata era intervenuto anche il portavoce di Forza Italia Raffaele Nevi: «Non ci ha mai convinto la designazione di un politico alla Consob».
Nella Lega c’è chi si arrabbia. Matteo Salvini pare che della partita non si sia occupato ma c’è chi svelena: «Ma se Vegas a suo tempo è arrivato alla Consob diritto da Forza Italia... La verità è che il partito delle banche non vuole un leghista alla Consob». Il riferimento è alle polemiche deflagrate anche con l’ultima manovra: il contributo delle banche a cui Forza Italia si è sempre opposta e la Lega che lo rilanciava in nome degli «extraprofitti». E così, la partita è sospesa. Certo, continua a circolare anche il nome di Marina Brogi. Bocconiana, professoressa oggi in Bicocca e prima alla Sapienza, ha un consolidato rapporto con la famiglia Berlusconi: dal 2018 è nel cda di Mediaset prima e di MfE poi. Ma è evidente che gli animi sono accesi e il rullare di tamburi tra FI e Lega sarà una costante dell’ultimo anno della legislatura. Giusto ieri gli ex leghisti Attilio Pierro e Davide Bergamini sono passati in FI dopo breve transito nel gruppo misto. E i movimenti sono sotto osservazione: Domenico Furgiuele e Rossano Sasso hanno già votato contro la risoluzione di maggioranza sull’Ucraina e si preparano a fare lo stesso sul decreto. La preoccupazione che possano essere il primo nucleo di un gruppo vannacciano non è solo della Lega: anche in FdI si teme che i non certi della rielezione nel 2027 possano aggregarsi al Generale. Che potrebbe rivelarsi terzo incomodo in una competizione con sistema proporzionale. Mentre la partita sul trattato con lo scambio con il Sud America, il Mercosur, e la mozione di sfiducia a Ursula von der Leyen rischiano di aumentare le fibrillazioni tra alleati. Sembra invece superata la polemica sulla sicurezza. Dopo due ore di riunione tra i leader e i ministri interessati, tutti sono usciti con grandi lodi nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che lunedì ha mandato il dl e il ddl contenenti il pacchetto sicurezza a palazzo Chigi. Poco più tardi, nuova fibrillazione: la Lega diffonde una nota sull’urgenza di zone rosse nelle aree di degrado. Ma trattasi di falso allarme: la nota era quella che la Lega dedica quotidianamente alla sicurezza e non era in polemica con la riunione appena conclusa.
Le circa 60 norme che compongono il pacchetto sicurezza per il momento non sono state oggetto di confronto tecnico con il Quirinale, anche se non si escludono confronti in settimana tra il Colle e Palazzo Chigi.