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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

L’Italia dirà no al board voluto da Trump. Lo scudo dell’articolo 11 della Costituzione

Lo scudo è l’articolo 11 della Costituzione. Consente all’Italia di far parte di organismi internazionali che si occupano di pace ma solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». L’opposto cioè del Board of peace escogitato da Donald Trump, primus inter pares in quella che è una sorta di Onu privata con gettone d’ingresso da un miliardo di dollari. «No, così non si può». È il primo dubbio che sta portando Giorgia Meloni a non entrare nel Consiglio di pace, che sarà battezzato domani tra le montagne di Davos. Forse la premier alla fine sarà presente, per questioni di buon vicinato con la Casa Bianca, all’appuntamento. Tuttavia è sempre più consapevole di non poter firmare a nome dell’Italia l’ingresso nel board, al di là della quota d’iscrizione necessaria per far parte del club trumpiano. E poi c’è un altro elemento, che è stato valutato ieri in tarda mattinata dalla premier durante una riunione con i vice Matteo Salvini e Antonio Tajani, e con il ministro Guido Crosetto. La ratifica di trattati internazionali dovrebbe passare da un voto del Parlamento con una legge ordinaria, e ormai non c’è più tempo. Inoltre il Quirinale, proprio in virtù dell’articolo 11, bloccherebbe subito il provvedimento. Che, tra le altre cose, sarebbe a forte rischio davanti alla Corte costituzionale. «Non è una strada percorribile», appare la convinzione di Palazzo Chigi, anche su spinta di Forza Italia. Il partito di Antonio Tajani si dice contrario all’ingresso di Roma nel board di Trump, pietra tombale sul diritto internazionale. Anche la Lega si accoda rimettendosi «alla posizione del governo», sebbene più di un salviniano strizzi l’occhio all’idea del Nobel mancato Trump. Non solo: chi in queste ore ha parlato con Crosetto ha raccolto più di una perplessità, per usare un eufemismo, davanti a questo nuovo organismo che per la vastità di inviti, c’è anche Putin, non servirà più solo alla stabilità di Gaza.
Quasi inutile dirlo: il «no» di Meloni all’amico Donald saprebbe di «strappo». E arriverebbe dopo le critiche della premier, private e pubbliche, sempre a Trump per via dell’annuncio di dazi ai Paesi europei che sostengono la Groenlandia. Certo quelle pronunciate da Meloni in Giappone erano parole, questi invece sarebbero atti.
La presidente del Consiglio passa la giornata a costruire la posizione italiana in un turbinio di contatti con gli altri leader europei, e non solo. Non è un caso forse che in serata arrivi l’indiscrezione del Financial Times: il premier britannico Keir Starmer starebbe per decidere di rifiutare l’invito del presidente Usa, Donald Trump, a unirsi al suo Board of peace. E dopo poco ecco la Germania di Merz, la cui adesione viene considerata «improbabile» quantomeno nella «sua forma attuale». I grandi big europei sono pronti al passo indietro. Restano in campo Ungheria e Albania. È una situazione non semplice per Meloni: Palazzo Chigi fino a tarda sera non fornisce informazioni, segnale di un travaglio politico e diplomatico. La possibilità che la premier domani sia a Davos da «osservatrice» senza firmare accordi resta sullo sfondo.
Anche perché a Roma rimbalza l’indiscrezione che una parte della sua scorta sia già partita da almeno un giorno per la Svizzera per i sopralluoghi di routine, propedeutici all’arrivo della presidente del Consiglio (attesa oggi a Porta a Porta per un’intervista registrata intorno alle 20 in occasione dei 30 anni della trasmissione di Bruno Vespa). Andare a Davos e non firmare. Oppure non andare, e via: questo è il dilemma. L’agenda della presidente del Consiglio domani ha un altro appuntamento, questa volta a Bruxelles alle 19: il Consiglio europeo straordinario, convocato in fretta e in furia dopo le tensioni legate alla Groenlandia scatenate da Trump e la conseguente risposta ai nuovi dazi agitati dagli Usa. Meloni e Tajani sono «freddi» rispetto al bazooka commerciale che vuole imbracciare Macron e continuano a dire che sull’Isola del ghiaccio serve una risposta di «tutta la Nato» nei confronti delle ingerenze russe e cinesi. Il Pd e il resto delle opposizioni chiedono che la premier riferisca in Aula. La segreteria del Pd Elly Schlein ha anche scritto a Mette Frederiksen, premier danese, per esprimerle solidarietà davanti «alla violazione degli standard di diplomazia e del rispetto dello stato di diritto». Intanto resta il busillis: cosa fare con Trump a Davos?