Corriere della Sera, 21 gennaio 2026
Lavrov spalleggia Donald (e bacchetta l’Italia)
Fare di tutto per dividere gli Stati Uniti dall’Europa e, a tutti gli effetti, sgretolare la Nato; trasformare l’immagine della Russia da Paese aggressore a vittima; quindi, isolare l’Ucraina dai suoi alleati per cercare di vincerla: approfittando del caos generato nel campo occidentale dalle mire di Donald Trump sulla Groenlandia, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, riprende vecchi principi della politica di Mosca per condizionare il summit di Davos. Non importa che le posizioni del presidente Usa possano potenzialmente costituire anche un pericolo per Mosca (a Putin certo non è piaciuto il blitz contro l’alleato storico Maduro), ma ciò che conta adesso è favorire le picconate contro la Nato.
Così, Lavrov bacchetta l’Italia, ripete che le relazioni bilaterali sono «ai minimi storici», ignora del tutto le dichiarazioni pochi giorni fa del ministro Tajani – per cui «l’Italia condanna l’invasione dell’Ucraina, ma non è in guerra con il popolo russo» – e invece incalza, affermando che «l’Italia è uno dei pochissimi Paesi che attualmente rifugge l’arte russa».
Sull’Artico c’è l’evidente tentativo di andare a braccetto con Trump. Lavrov sostiene che gli europei, a differenza delle aperture Usa, «non vogliono negoziare con Mosca». A suo dire, Russia e Cina non hanno alcuna mira sulla Groenlandia, e però Lavrov si dimostra disposto ad accettare le ragioni di Trump quando critica i «meccanismi coloniali dell’occupazione» danese della Groenlandia. È la logica imperiale della spartizione del mondo tra super-potenze: l’Ucraina sta alla Russia come la Groenlandia sta agli Stati Uniti. Mosca non vuole neppure deludere Trump in questa fase sul suo progetto del «Board for Peace» e Putin si mostra disponibile, come del resto anche il suo amico Lukashenko.
La cosa non piace per nulla a Volodymyr Zelensky. Tanto che, per una volta, il presidente ucraino dice chiaramente «no» a Trump: rifiuta il suo invito a fare parte del «Board». E lo fa con una spiegazione molto diretta: «Non posso sedere allo stesso tavolo col dittatore che invade il mio Paese». Inoltre Zelensky ieri pomeriggio da Kiev ha annunciato che non si sarebbe recato a Davos. Da settimane si parlava di un suo incontro con Trump al summit, ma la cosa è in forse: l’interesse Usa per l’Ucraina resta marginalizzato dal tema Groenlandia e ora Zelensky chiede che si faccia prima chiarezza sulle garanzie di sicurezza e sugli aiuti al suo Paese. E intanto torna a parlare della necessità di un esercito europeo forte sino a 3 milioni di soldati. L’altra notte i bombardamenti russi sono tornati a mettere in ginocchio il sistema energetico ucraino: a Kiev è ormai evidente che ci si deve difendere senza contare su Washington e invece assieme ai veri «volenterosi» tra gli europei.