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 2026  gennaio 21 Mercoledì calendario

La grande frattura

Il blocco sovietico è finito quando è caduto il Muro di Berlino. L’alleanza occidentale, in modo meno teatrale, quando il panorama umano nello sfarzo nevrotico di Davos ha iniziato a cambiare. Volodymyr Zelensky dubita di venire, perché intravede una presa in giro per sé e per il suo Paese che resiste da quattro anni a un’aggressione feroce. Invece dopo quattro anni è tornato a farsi vedere l’aggressore, la Russia: Kirill Dmitriev, un prodotto di Harvard, Goldman Sachs e McKinsey, ma oggi negoziatore per conto di Vladimir Putin, si è presentato ieri mattina fra le nevi svizzere sbeffeggiando «il collasso del globalismo». Certo la Davos di oggi, sovrastata dalla personalità abnorme di Donald Trump, mette più a suo agio lui del leader ucraino.
Nello specifico, il problema è sorto quando Volodymyr Zelensky ha cercato Donald Trump al telefono prima di venire al World Economic Forum. Voleva capire se sul posto avrebbe potuto parlare con lui degli argomenti che contano, quelli del negoziato di pace in corso: garanzie di sicurezza per l’Ucraina e impegno americano da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione, in cambio della cessione del Donbass che Putin pretende.
Kiev è al buio, al freddo e senza acqua in questo inverno sottozero, dopo la metodica distruzione delle centrali elettriche da parte dei russi. Invece il presidente degli Stati Uniti si è limitato a invitare Zelensky a partecipare al cosiddetto «Board of Peace» che, da Gaza, la Casa Bianca vorrebbe trasformare sempre di più in una sorta di sostituto delle Nazioni Unite, con una differenza fra le altre: in quanto «presidente inaugurale» di questo «Consiglio della Pace» – secondo la carta dell’organismo che sta circolando – Trump avrebbe il potere di invitare o escludere chi vuole, designare il proprio successore e restare comunque quale rappresentante degli Stati Uniti anche dopo che il suo mandato alla Casa Bianca sarà terminato.
In sostanza, Trump si vede co me una sorta di imperatore a vita del suo «Board of Peace» che dovrebbe trattare un numero sempre più vasto di questioni. Ha invitato Vladimir Putin e il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko a farne parte e ora voleva Zelensky. Secondo lui, il leader ucraino dovrebbe abbandonare la sua capitale martoriata e venire fra i ricchi e famosi di Davos per questo: accettare di sedersi a un tavolo e parlare d’altro con Putin e Lukashenko, i due uomini che lavorano per la sua fine fisica e la fine dell’Ucraina come nazione indipendente.
Zelensky ha fermato tutto. La sua idea era discutere con i suoi e decidere durante la notte fra martedì e mercoledì se cancellare o confermare la sua presenza a Davos, già ufficialmente annunciata giorni fa. Anche i leader di Francia e Germania, Emmanuel Macron e Friedrich Merz, hanno declinato l’invito a entrare nel «Board of Peace» e così ha fatto il britannico Keir Starmer. L’arrivo di Giorgia Meloni, in teoria atteso per oggi, resta da confermare con tutti i significati politici che assumerebbero tanto un’adesione che un rifiuto sul nuovo organismo inventato da Trump.
Di certo c’è qualcosa che non può rassicurare Zelensky sulle garanzie di sicurezza e le promesse d’investimento che Trump gli offre per fargli cedere i territori pretesi da Putin. Quel qualcosa, è lo spettacolo che ieri a Davos era sotto gli occhi di tutti: la spregiudicatezza con cui Trump si sta rivoltando contro i Paesi europei, colpevoli di opporsi alle pretese americane sul territorio di uno di loro. Se questa è l’affidabilità della Casa Bianca con gli alleati di sempre, diventa sempre più difficile per gli ucraini fidarsi delle promesse del leader americano.
Perché Trump, che oggi parlerà al Forum, sembra inseguire con frenesia crescente un obiettivo: distruggere l’alleanza creata 80 anni fa con gli Stati Uniti alla testa per ergersi a leader supremo di un nuovo potere che pure, vistosamente, scricchiola. Il Canada di Mark Carney ha già aperto a Pechino e preoccupa le élite americane perché ora accoglierà auto cinesi, benché la sua industria dell’auto abbia un legame siamese con quella degli Stati Uniti. Intanto un sondaggio di RealClearPolitics degli ultimi giorni mostra che fra gli elettori il gradimento di Trump – già basso – ha perso altri due punti da quando è accelerata la campagna sulla Groenlandia (ora il 55% disapprova il suo operato). Ma scricchiola anche per la Casa Bianca la fiducia fra gli investitori. Le cifre sulla crescita che il tycoon stesso o il suo segretario al Tesoro ieri da Davos hanno continuato a recitare come una preghiera, in questo, non cambiano niente.
Perché le nuove minacce di dazi hanno rievocato un fantasma che aveva già spaventato la Casa Bianca nell’aprile scorso: la caduta brusca e simultanea del dollaro su tutte le principali valute e dei titoli di Stato americani. È la fine del debito americano come porto sicuro e ultimo bene rifugio nelle crisi, una perdita potenzialmente drammatica di status. Era successo, nella storia, solo dopo il «Liberation Day» sui dazi e aveva costretto Trump a fare una parziale marcia indietro. Ora la doppia caduta del dollaro e dei titoli di Stato americani si ripete e getta una luce diversa anche sui leader europei che mostrano dignità e fermezza, come Ursula von der Leyen e Macron ieri a Davos: non sono venuti sulle montagne svizzere per farsi irridere e insultare. Domani sarà la volta di Merz e non è chiaro se troverà un momento per parlare con Trump. Il 6 febbraio l’Ue dovrebbe applicare ritorsioni sui primi 93 miliardi di prodotti statunitensi, se nulla cambia. Certo i suoi governi restano divisi: Germania e Italia più caute su Trump, Francia, Belgio e Spagna più decise. Su un punto però sono (quasi) tutti d’accordo: lasciarsi ricattare senza reagire non può che danneggiare ancora di più ciò che resta dell’alleanza.