Libero, 21 gennaio 2026
Intervista a Rino Barillari
Rino Barillari, di professione paparazzo. «Esatto, non fotografo, paparazzo. E ne vado fierissimo da una settantina di anni». Il re del click della Dolce Vita, 81 primavere sul groppone dal quale penzola sempre una macchina fotografica pronta all’uso e, accanto, lo accompagna una valigia piena zeppa di emozioni, ci sorride. Il motivo ha un nome e un cognome: Gerard Depardieu.
Rino, ha fatto finalmente fatto pace con Gerard?
«Sì, un annetto fa mi ero azzuffato con lui ma Depardieu è un amico e ci siamo riabbracciati in via Veneto. Ho ritirato la querela contro di lui e un brindisi ha messo tutte le cose a posto. Abbiamo stappato all’Harry’s Bar. Dove, altrimenti?»
Quante riconciliazioni ha orchestrato, nella sua vita da paparazzo?
«E chi le conta più? Sono stato all’ospedale per 164 volte nella mia carriera e alcuni di quelli che mi ci hanno spedito per una foto, poi, sono diventati amici. Le fratture fanno parte del mestiere, sono gli inconvenienti che un vero paparazzo deve considerare. Come le 73 macchine fotografiche che mi hanno polverizzato».
Paparazzi si nasce?
«Ho sempre pensato di sì. Ci vuole fiuto. Io sono nato in Calabria, a Limbadi, e arrivai a Roma nel 1959, anno simbolo perché Fellini stava lanciando il film La Dolce Vita. Mi fermai a Roma perché non avevo più soldi per arrivare in treno a Milano. Iniziai alla Fontana di Trevi aiutando gli “scattini”’ che immortalavano i turisti, vendevo le prime foto all’Ansa e alla Ap».
Fellini creò il fenomeno dei paparazzi con il suo film. Lo deve ringraziare a vita, no?
«Federico mi prendeva in giro, mi chiamava Kinghino. Prometteva di scritturarmi come fotografo di scena per i suoi capolavori ma non ha mai mantenuto».
Le prima foto storiche?
«Le scattai in via Condotti, era quello il mio red carpet: da lì passavano tutti: attori come Amedeo Nazzari e Alberto Lupo, cantanti come Nilla Pizzi ma anche politici, assassini e donnine varie».
Il primo scoop?
«Alla fidanzata di re Faruk d’Egitto, che era fuggito a Roma dal Cairo. La fotografai e piazzai il prezioso scatto alle agenzie. Così nacque Rino il paparazzo, anche se di nome io faccio Saverio».
La dote essenziale di un paparazzo?
«Capire l’attimo e creare il personaggio. Magari accordandosi con lui e con lei. Se la foto non è venuta bene magari ci si dà l’appuntamento per rifarla. Qualche volta è successo. Essere svegli è essenziale».
Ma qualche volta si è preso anche un bel pugno...
«Uno provò a mollarmelo Gunter Sachs, l’uomo di Brigitte Bardot. Mi inseguì per le vie di Roma ma riuscii a fuggire e pubblicai la foto di BB a Roma».
Il più cattivo?
«Marlon Brando, brandì una bottiglia rotta quando vide che avevo scattato. Ma riuscii a salire su un autobus, il numero 96, e lo beffai».
La situazione più imbarazzante?
«Beccai Sarah Churchill, figlia del grande Winston, ubriaca fradicia mentre vagava di notte per Roma».
La foto più dolorosa?
«Quella a Peter O’Toole, il grande attore britannico: mi acchiappò e mi ferì all’orecchio. Con mio padre gli facemmo causa e fu costretto a risarcirmi con un milione dell’epoca».
Anni di follie, anche.
«Una volta fotografai Irina Demick e mi accorsi che non girava con un cane ma con un ghepardo al collare. Mi tenni a debita distanza».
La rissa indimenticabile?
«Quando mi azzuffai con Mickey Hargitay, il marito di Jayne Mansfield. Si era accorto che le stavo scattando foto».
La donna più bella fra tutte quelle che ha fotografato?
«Sempre Sophia Loren, neppure ve lo immaginate cosa era negli anni ’60. Una volta realizzai un servizio con lei in automobile, immersa nel traffico in piazza Barberini».
Altre bellezze da immortalare?
«Ci metto la Lollo e la Bardot».
La vamp che si arrabbiò di più a un suo scatto?
«Ava Gardner, mi mollò un tremendo calcione nelle palle».
La più capricciosa?
«Liz Taylor, direi».
La più gentile vedendola pronto a scattare?
«Lady Diana, un amore».
Dopo i favolosi anni Sessanta arrivarono quelli di piombo.
«Lavoravo per la cronaca de Il Tempo e negli anni Settanta era tutto un mio inseguimento non più alle dive ma alle manifestazioni, agli assalti ai poliziotti, agli scontri politici».
Una foto da rotocalco di quel periodo?
«A Jacqueline Kennedy, seduta all’Harry’s Bar e molto compiaciuta. Ma quelli sono stati gli anni delle foto a Giulio Andreotti o a Sandro Pertini. Il presidente si sedeva a un tavolino del Caffè Greco, mi notava e stava fermo con la pipa fumante finché non avevo finito di scattare. Un grande».
In quegli anni ha testimoniato anche episodi drammatici.
«Tre su tutti: ero puntuale in via Fani quando rapirono Aldo Moro e ne massacrarono la scorta. Non mancai in via Caetani quando le Brigate Rosse fecero trovare il corpo di Moro nel baule di una Renault 4 rossa. E poi in piazza San Pietro, quando spararono a Giovanni Paolo II. Sempre lì, presente sul pezzo, a fotografare. Il Papa che avevo soprannominato Attila lo immortalai, quando si riprese dall’attentato, anche mentre giocava a bocce».
Si diverte al tempo degli smartphone e dei social?
«Paparazzi si nasce, non si diventa. Tantomeno usando i telefonini perché la notizia non ce l’hai mai con quegli aggeggi».
L’ultimo scoop?
«Di un anno fa. Ho fotografato Leonardo Di Caprio al ristorante con la fidanzata. Ho usato un teleobiettivo un attimo prima che la sua scorta mi sparasse i laser per schermare il mio click».
Le “armi” che non l’hanno mai tradito?
«Negli anni Sessanta scattavo con una Rolleiflex, poi sono passato alle Nikon. Leggere, sparano sempre bene».
Stasera si riposa?
«Scherzerà, vero? C’è un evento artistico, in centro, volete che manchi?».
Si porta dietro la Nikon?
«Ovviamente, ho ancora tanto lavoro da fare».
Lavoro? Lo considera tale? Mi sembra che sia piuttosto un divertimento per lei.
«Ha ragione, il mio e il vostro di giornalisti è un piacere. Alla base c’è sempre una grande curiosità, una voglia speciale di incrociare le situazioni giuste, i personaggi che raccontano una storia e riempiono la foto o gli articoli. Aveva ragione quel tizio, è sempre meglio che lavorare».