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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

Dazi, Big Pharma fa pagare all’Ue gli sconti ottenuti da Trump

Dopo lo spauracchio dei dazi, gli annunci di maxi-investimenti e di tagli dei prezzi negli Usa per rabbonire la Casa Bianca, nel 2026 Big Pharma vuol cercare di rifarsi a spese dei pazienti europei. Le multinazionali farmaceutiche si preparano a uno scontro con l’Unione europea per ottenere rincari per i loro medicinali. L’arma negoziale, già ventilata nei mesi scorsi, è che se Bruxelles e le capitali europee non accorderanno rialzi, le aziende potrebbero aumentare la delocalizzazione e ritardare il lancio di nuovi medicinali, spiegano Reuters e Financial Times.
Tutto è iniziato alla Casa Bianca. L’anno scorso 14 grandi aziende farmaceutiche hanno stretto accordi con Washington per ridurre i prezzi di alcuni medicinali venduti a Medicaid (il programma sanitario Usa per i cittadini a basso reddito) e ai pazienti privati. Tra settembre e dicembre, durante la firma alla Casa Bianca degli accordi con le aziende alle quali in cambio dei tagli dei listini sono stati accordati tre anni di tregua sul fronte dei dazi, Trump aveva insistito sul fatto che altri Paesi avrebbero pagato di più per i farmaci, in modo che le aziende potessero abbassare i prezzi negli Usa. Nei giorni scorsi le imprese hanno annunciato i nuovi listini Usa del 2026, con rincari medi del 4% – in linea con quelli del 2025 – per decine di farmaci di marca non coperti dalle assicurazioni. L’aumento è molto inferiore al rialzo medio annuale del 10% segnato prima delle intese del 2025, ma conferma comunque il fatto che i prezzi di lancio negli Stati Uniti non stanno scendendo. Intanto Trump ha chiesto al Congresso di attuare il suo piano per ridurre i costi dell’assistenza sanitaria privata, abbassando i prezzi dei farmaci e riducendo i premi delle polizze sanitarie. Il progetto intende portare i listini farmaceutici Usa in linea con quelli di altri Paesi Ocse, perché gli Stati Uniti pagano i medicinali più di qualsiasi altro Paese, spesso quasi tre volte di più rispetto ad altre nazioni sviluppate. Il divario è così forte perché nei Paesi Ue le trattative con le aziende produttrici sono condotte dai sistemi sanitari su base nazionale o europea, invece che da una miriade di assicurazioni private, poco interessate ai prezzi che comunque poi vengono scaricati sulle polizze sanitarie pagate da ogni assicurato.
Le tensioni sui prezzi dei farmaci in Europa sono stati uno dei temi alla JP Morgan Healthcare Conference, il principale evento annuale del settore a livello globale che si è tenuto la settimana scorsa a San Francisco. Lori Reilly, direttore generale della lobby americana PhRma (che parla di “parassitismo straniero sull’innovazione statunitense”), ha additato a esempio l’intesa tra Usa e Regno Unito che ha portato Londra a ottenere un alleggerimento dei dazi Usa in cambio di un aumento del 25% del prezzo netto pagato per i nuovi medicinali statunitensi, sottolineando però che un accordo con un solo Paese non è sufficiente. Albert Bourla, ad di Pfizer che per primo ha annunciato un accordo sui prezzi con Trump, ha affermato che l’accordo ha costretto Pfizer a aumentare i prezzi all’estero: “Facendo i conti, dovremmo ridurre il prezzo negli Usa al livello della Francia o interrompere le forniture alla Francia? Interromperemo le forniture alla Francia”.
Ma a premere su Bruxelles non sono solo le case farmaceutiche Usa. Il 23 aprile scorso alcune aziende europee avevano sollecitato la Ue ad aumentare i prezzi dei loro prodotti, minacciando un aumento della delocalizzazione negli Usa e parlando “protezione della sovranità sanitaria”. L’accusa all’Europa è di spendere una quota del Pil molto inferiore a quella Usa in farmaci e di essere poco attrattiva per gli investimenti in ricerca e sviluppo. La presa di posizione era arrivata dopo che l’11 aprile oltre 30 amministratori delegati avevano scritto una lettera alla presidente Ursula von der Leyen sollecitando il sostegno di Bruxelles al settore contro i dazi Usa. Ora lo scontro si riapre. Ma secondo alcuni analisti nel breve periodo le pressioni della lobby non avranno successo anche perché gli ultimi attacchi di Trump, come quello sulla Groenlandia, rendono improbabile che i governi Ue facciano concessioni a Washington.