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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

Il testo e la testa

L’impeccabile video di Alessandro Barbero per il No al referendum ha mandato ai matti Antonio Di Pietro, forse geloso perché Barbero dice della separazione delle carriere ciò che Di Pietro disse per oltre 30 anni, prima di battere la testa: e cioè che è il primo passo verso la sottoposizione del pm al governo. Secondo Di Pietro, Barbero non ha letto la “riforma”. In realtà l’ha letta e l’ha pure capita, mentre Di Pietro l’ha letta ma non l’ha capita, o finge di non capirla. Eppure gli basterebbe ricordare come divenne pm: diversamente da quasi tutti i migliori pm, non veniva dall’Ufficio Istruzione, ma dalla Polizia. Però, alla sezione di polizia giudiziaria, era stato educato dai pm all’imparzialità: a cercare la verità, non ad accusare chiunque pur di fare statistica. Poi, quando fece il concorso per la magistratura, non studiò da pm: tutte le aspiranti toghe seguono lo stesso percorso formativo; vinto il concorso, svolgono un tirocinio di 18 mesi un po’ in Procura e un po’ in Tribunale per sperimentare le funzioni requirente e giudicante; e solo alla fine scelgono se fare il pm o il giudice. Invece, separando le carriere, la scelta avverrà all’inizio, una volta per tutte, dopodiché le due categorie impareranno due mestieri diversi e impermeabili su binari paralleli che non si incontreranno più.
Perciò il danno peggiore per i cittadini non è nel testo della “riforma”. È nella testa dei futuri pm, che non verranno più educati a essere imparziali come i giudici, ma a diventare – come li chiama Nordio – “avvocati dell’accusa”. Cioè portavoce delle forze di polizia. Che dipendono gerarchicamente dal governo. Nella visione perversa dei separatisti, il processo non sarà più uno strumento per ricostruire il fatto-reato, ma un match fra due squadre (accusa e difesa) davanti a un arbitro (il giudice). Il pm, come il poliziotto che gli fornisce le notizie di reato e gli indizi, baderà ad accusare e a ottenere più arresti, rinvii a giudizio e condanne possibile, senza porsi il problema di chi è colpevole e chi è innocente. Così come il difensore bada a far assolvere più clienti possibile, e se sono colpevoli tanto meglio. Ci conviene un pm così? O non è meglio che il pm resti il primo difensore dell’indagato e, se scopre che non è stato lui o non ha indizi sufficienti, chieda di archiviarlo, o proscioglierlo, o assolverlo? Nel 1991, a Milano, un pm ricevette una querela di Mario Chiesa, presidente craxiano del Pio Albergo Trivulzio, contro un cronista del Giorno, Nino Leoni, che aveva raccontato un giro di mazzette nell’ospizio. Indagò imparzialmente sulle due ipotesi: che avesse ragione Chiesa e che avesse ragione Leoni. Scoprì che aveva ragione Leoni, fece arrestare Chiesa e avviò Mani Pulite. Era il 17 febbraio 1992. Il pm si chiamava Antonio Di Pietro.