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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

La Rai ricorda il rastrellamento del Ghetto. Ma dalla fiction scompaiono i fascisti

Arriva il 27 gennaio, nel mondo si commemorano le vittime dell’Olocasto ma qualcosa impedisce a qualcuno di dire quella parola: “antifascista”. Così succede, per ora solo per fiction, nella miniserie commissionata proprio per celebrare la Giorno della Memoria: Morbo K, in onda su Rai1 il 27 e il 28 gennaio. Il titolo, prodotto da RaiFiction e Fabula Pictures, ricostruisce il rastrellamento degli ebrei nella Roma del 1943, rileggendo dal punto di vista del primario Matteo Prati (Vincenzo Ferrera). Il medico, la cui figura è ispirata a quella reale di Giovanni Borromeo, si inventò un fantomatico “Morbo K” per salvare più ebrei possibili dai nazisti e dai fascisti. Peccato che nella miniserie solo i primi siano pervenuti.
In quattro ore nette di narrazione, non si vede un cittadino, un funzionario, un gerarca fascista, come se nessuno avesse mai sposato la follia di Mussolini, né tanto meno si dà conto dell’operato della polizia italiana che invece collaborò con i nazisti. Gli unici rappresentanti delle forze dell’ordine italiane sono due poliziotti che compaiono in qualche sequenza, senza divisa, con un atteggiamento alla Gatto e la Volpe di Pinocchio che li rende macchiette più che veri antagonisti. Lo spettatore distratto potrebbe addirittura faticare nell’associarli alle nostre forze dell’ordine. Il ruolo dei cattivi se lo spartiscono invece i tedeschi – loro sì, riconoscibili nelle proprie divise – e il Vaticano di cui si ribadisce l’immobilità pubblica. «Raccontare questa pagina storica vuol dire muoversi in una zona grigia, io stesso ho ravvisato delle criticità, a partire dalla partecipazione della polizia fascista al rastrellamento», spiega lo sceneggiatore Peter Exacoustos, «Ci sono versioni storiche diverse e non univoche. Sicuramente i nazisti non avrebbero potuto fare tutto da soli, senza un aiuto dall’interno. Drammaturgicamente ho cercato di risolvere il problema del fascismo inserendo due figure di poliziotti che truffano la famiglia protagonista. Non sono andato più a fondo perché mancavano elementi storici certi a cui appoggiarsi: si dice che la polizia abbia fornito le liste, ma appunto senza dati sicuri. Inoltre non volevamo fare un processo storico ma cercare le emozioni dentro i fatti».
Quanto alla popolazione romana, l’autore assicura che «ci sono stati tantissimi episodi di solidarietà: Roma non è mai stata una città razzista. Sì, certo, c’era il ghetto degli ebrei». Rivendica di aver fatto «un lavoro onesto, senza omissioni», al meglio delle proprie possibilità, e sulla sua scia si unisce anche il coprotagonista Giacomo Giorgio, che qui interpreta Pietro, il giovane assistente di Prati: «Invece di sottolineare le mancanze di un progetto bisognerebbe valorizzare l’occasione rappresentata da questa serie che non è un documentario». Il produttore Nicola De Angelis ha inoltre sottolineato che la famiglia di Borromeo ha visto e apprezzato la serie «così come è stata realizzata: sapevano che non si trattava di un documentario e hanno accettato di buon grado il nostro sguardo romanzato». Di certo Morbo K non fa però sconti alla Chiesa dell’epoca: «Il Vaticano, così come i servizi segreti, sapeva perfettamente quello che accadeva nei campo di concentramento ma non divulgava tali informazioni – conferma Exacoustos – In Morbo K vediamo il protagonista recarsi spesso dai suoi superiori in Vaticano chiedendo invano un incontro con il Papa: non riesce a capire se il Santo Padre non volesse o non potesse agire. Nessuno sa la risposta, nemmeno la storiografia ufficiale, ma il dato di fatto è che il Pontefice non si è mai esposto direttamente, in pubblico. Ha però cercato di agire sottotraccia, per esempio ha aiutato a nascondere gli ebrei nei conventi romani, e ha cercato di liberare gli ebrei convertiti pagando una sorta di riscatto ai tedeschi». Al netto di questo squilibrio nelle forze del male, che parlano solo tedesco, resta comunque il bell’esempio di un uomo che alla follia della guerra risponde con una follia pacifista: un’epidemia che salva la vita, una truffa più potente di qualsiasi arma. «Oggi viviamo tempi persino più preoccupanti di quelli della Seconda Guerra Mondiale», riflette il protagonista Ferrera. Fare memoria – magari non selettiva – serve per scuotere dal torpore.