la Repubblica, 20 gennaio 2026
La metamorfosi di Davos: da capitale globalista a colonia dell’impero Maga
La chiesetta evangelica, a Davos, è al centro del villaggio, proprio davanti all’entrata del centro congressi dove si tiene il World economic forum. Ogni anno aziende e governi si contendono l’affitto a suon di assegni milionari. Quest’anno è USA House, la casa degli Stati Uniti. Fuori, gonfaloni con l’aquila che squadra minacciosa i passanti. Dentro, un programma di conversazioni sulla leadership americana con i tanti imprenditori, membri del Congresso e dell’amministrazione arrivati in Svizzera. Entra Scott Bessent, il segretario al Tesoro, al collo una sciarpa con una grande bandiera a stelle e strisce, e un passante grida: «U-S-A, U-S-A». Non è uno sberleffo: il forum di Davos, il summit delle elite globali e globaliste, del multilateralismo e del dialogo, quest’anno sembra essere davvero una colonia americana. Meglio: una colonia dell’impero MAGA.
Il programma ruota tutto attorno a Trump, il cui elicottero atterrerà domani. Sia l’agenda ufficiale, nella quale i temi più “woke” come la lotta al cambiamento climatico – tipici di un Forum sempre politicamente corretto – sono molto meno visibili; sia l’agenda parallela, il vero clou, che prevede annunci su Gaza e incontri sull’Ucraina con Zelensky e i leader europei. Incontri che saranno tesissimi, dopo la crisi transatlantica esplosa attorno alla Groenlandia. Ma pare comunque confermato il ricevimento finale tenuto da Trump con la first lady Melania, la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, l’uomo attraverso cui l’organizzazione del Forum ha corteggiato Donald per mesi. Ma qui non c’è solo l’America politica. Passeggiando tra le insegne della Promenade, una rappresentazione del potere tecno-economico globale, ci si accorge che molte delle insegne, più ancora degli altri anni, sono di società Usa, tutte – per opportunità o convinzione – arruolate al progetto trumpiano. Proprio di fronte alla chiesa c’è Palantir, il colosso della difesa di proprietà di Peter Thiel, grande sostenitore del presidente. A destra e a sinistra, in ordine sparso, i campioni dell’Intelligenza artificiale Microsoft, Meta, Amazon, Cisco e Anthropic, quelli delle cripto Circle o Coinbase, e chi ci mette i soldi, cioè Bank of America, Goldman Sachs e Blackrock, il cui capo Larry Fink è anche vicepresidente del Forum. In mezzo, giusto un paio di rappresentanze di Emirati e Qatar, regimi in grandi affari con Washington. Pochissima Cina, raramente di profilo così basso qui. Il resto del mondo, relegato alla periferia del villaggio.
Naturale domandarsi: è solo immagine Davos, oppure nel nuovo disordine trumpiano l’America sta davvero vincendo? «In termini relativi sì», dice Eswar Prasad, professore di economia internazionale all’Università Cornell. «L’America è ancora un’economia molto dinamica e sembra risplendere perché il resto del mondo ha difficoltà: la Cina affronta problemi strutturali, l’Europa è frammentata. Ma Trump sta danneggiando le istituzioni che la rendono grande, e temo che lo splendore stia svanendo».
Un sondaggio dello European council on foreign relations mostra che la percezione degli Stati Uniti nel resto mondo è cambiata: li si ritiene ancora potenti, ma sempre meno cittadini li considerano un alleato e sempre di più “solo” un partner necessario. Necessario, però, resta la parola chiave. Di certo per il mondo del business: «La crisi dei dazi alla fine si è risolta con un compromesso, costoso ma accettabile: alzare il livello dello scontro rischia di farci più male», dice un manager italiano a registratore spento.
Il mantra dei capi azienda, nella Davos di Trump, è parlare il meno possibile di geopolitica o diritto internazionale, e concentrarsi su IA e altre opportunità di crescita. Accarezzare l’orso, che ha mostrato di poter prendere di mira anche le imprese americane quando non cooperano. E fare pressione sugli altri Paesi perché evitino escalation. Scrive l’Economist che il “capitalismo delle cannoniere” di Trump rende il mondo più insicuro e più povero, e che questo si comincia a vedere anche nei bilanci delle aziende. Almeno per ora però ai big degli affari pare andare bene: un sondaggio di PwC tra 4.500 amministratori delegati globali mostra che la maggioranza vede la crescita accelerare. Nonostante tutto.