Corriere della Sera, 20 gennaio 2026
Sante, frati e signori Medioevo pacifista
Quando il 20 luglio 1304 i guelfi bianchi e i ghibellini rientrarono a Firenze da cui erano stati banditi lo fecero sventolando «insegne bianche spiegate», indossando elmi inghirlandati d’ulivo e brandendo «spade ignude». Si presentarono al grido di «pace, pace!». Nella testimonianza del guelfo bianco (non esiliato) Dino Compagni il ricordo di quelle parole è nitido. Il solo sentirle pronunciare, racconta Compagni, provocò in tutti grande gioia perché stava a significare che i vincitori avevano intenzioni inoffensive e avrebbero rinunciato a qualsiasi forma di vendetta. La parola viene riproposta nella celebre canzone di Francesco Petrarca (scritta probabilmente nell’inverno 1344-1345) Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno: «I’ vo gridando: pace, pace, pace». L’invocazione tornerà poi in una lettera di santa Caterina da Siena a Carlo V, re di Francia, in conflitto (per la corona) con i sovrani d’Inghilterra: «Io vi dico, da parte di Cristo crocifisso, che non indugiate più a fare questa pace: fate, fate, fate pace». Siamo nell’estate del 1376, quattro anni prima della morte di santa Caterina che non incontrerà mai il sovrano a cui si era rivolta in quei termini così determinati.
Ermanno Orlando in Pace, pace, pace! Donne e uomini contro la guerra nel Medioevo, in uscita venerdì per il Mulino, si è proposto di ricostruire la storia delle personalità e dei movimenti che tra il X e il XV secolo si sono dedicati a come far cessare una guerra. Partendo dalla consapevolezza del fatto che la civiltà medievale, quando raccontava sé stessa, lo faceva per lo più proprio attraverso la guerra. Non c’era spazio per la pace intesa, anzi, «come assenza, come vuoto, come un non fatto senza alcuna rilevanza storica (e storiografica)». Quasi che «la pace non potesse essere trasposta in racconto e non avesse una propria storia».
D’altra parte, a leggere proprio i libri di storia, «la guerra scoppia, la pace si negozia e poi si fa». La guerra «è una regola», la pace «una parentesi». La guerra «si presta alla cronaca, è un dramma dotato di una sua intrinseca spettacolarità (e di una sua complessa liturgia)»; può essere anche «bella, orgiastica e inebriante, quando non addirittura santa». La pace, invece, è «sfuggente, elusiva, poco appariscente, quasi mai sensazionale». Non a caso una consolidata tradizione filosofica – come si capisce dalla lettura di Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese (il Mulino) di Franco Cardini e ancor più da Pace (il Mulino) di Arianna Arisi Rota – ha da sempre considerato lo scontro in armi «un fenomeno naturale», anzi «il principale motore della storia umana». Semmai era la pace a rappresentare l’eccezione, «trattandosi di qualcosa di artificiale e di anomalo». Una sorta di elaborazione «culturale».
La pace può essere a tal punto sfuggente e inafferrabile da non lasciare tracce nelle fonti. È «un non fatto, un vuoto storico, uno stato di sospensione». Che «mal si adatta al racconto e alla rappresentazione». È stato persino messo in dubbio che sia possibile una «storia della pace». Per questo, sostiene l’autore, mentre straboccano le opere dedicate alla guerra, gli studi sulla pace (in particolare le sintesi) «sono molto più modesti, soprattutto in ambito storiografico italiano».
Invece, c’è molta pace da raccontare. In un certo senso, scrive Orlando, «il Medioevo occidentale rappresenta la più stimolante delle contraddizioni: una civiltà spesso votata alla guerra, ma capace di slanci e riflessioni sulla pace». E di «spinte pacifiste di cui ancora oggi siamo profondamente debitori». Ma bisogna far attenzione a non inciampare in un grande peccato. Quale?
Marc Bloch – in Apologia della storia o il mestiere di storico (Einaudi), un libro incompiuto, scritto nella Francia occupata dai nazisti nei giorni che precedettero la cattura e fucilazione dello stesso Bloch – parlò del «peccato di anacronismo». Ossia, sintetizza Orlando, «raccontare un’epoca con gli occhi, le strutture concettuali e interpretative del presente». Con il rischio «di schiacciare il passato sull’oggi, facendogli perdere le sue specificità, i suoi sapori originali, la sua complessità, a volte pure la sua alterità». D’altra parte, come è noto, Benedetto Croce avvertiva che ogni storia è storia contemporanea, nel senso che la nostra ricerca sul passato, il tentativo di comprenderlo sono sempre sotto l’influenza condizionatrice delle domande che ci poniamo oggi. E le risposte sono filtrate dalle nostre categorie interpretative e spirituali formatesi, appunto, nell’attualità. Nell’oggi, appunto. E la tentazione di proiettare quell’oggi sul passato ricostruendolo a misura di quel che pensiamo adesso è il diavolo che tenta ogni storico.
In una storia del «Medioevo pacifico», riconosce l’autore, «il rischio dell’anacronismo è, forse, ancora più accentuato». Di fronte a figure come Francesco d’Assisi, Domenico Guzman, Caterina da Siena o Giovanna d’Arco, spesso indicate come antesignane dei movimenti pacifici e in qualche caso pacifisti ante litteram, «l’inciampo anacronistico (ma pure la tentazione attualizzante) è sempre dietro l’angolo». Quasi nessuno riesce a sottrarsi alla tentazione diabolica.
L’autore suggerisce (a sé stesso) di evitare le impostazioni aprioristiche, preconcette e ideologiche «desunte dai bisogni e dalle preoccupazioni di questo nostro presente». Ma, allo stesso tempo, di assumerselo, quel rischio di anacronismo, anche a costo di «guardare al Medioevo pacifico con voluta ingenuità e con consapevole idealismo». Alla ricerca «delle assonanze, delle simmetrie, delle continuità e delle anticipazioni espresse da un’epoca come poche altre votata ai cambiamenti, alle sperimentazioni, agli incroci di culture e di civiltà, alle mescolanze e alle combinazioni». Tanto più che, sostiene Orlando, «a cercare nel passato medievale anteprime e premonizioni di movimenti pacifici e di correnti pacifiste si può certo peccare di anacronismo ma spesso si coglie nel segno». Insomma, non si deve aver paura del diavolo. Dobbiamo essere consapevoli che è qui con noi e riferire il risultato della ricerca nella consapevolezza che il lettore saprà riconoscerne eventuali impronte.
Il primo «pacifista» che si incontra nella tempesta caratteristica dell’inizio del secondo millennio – ben descritta da Georges Duby in L’anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva (Einaudi) – è Aimone, arcivescovo di Bourges, che nel 1038 promuove «leghe di pace». È la Chiesa ad aver voluto quelle milizie deputate a combattere con le armi coloro che si ostinavano a intraprendere guerre private. In particolare, guerre a danno di monaci, chierici e beni ecclesiastici. Una sorta di pacifismo in armi sia pure per autodifesa. Molti storici poi, riporta correttamente Orlando, mettono in dubbio la partecipazione «numerosa e attiva» di popolo alle cosiddette «assemblee di pace» considerate all’origine di quest’esperienza. Le paci di cui si parla, «sarebbero nient’altro che la stipulazione di patti tra i vescovi e i signori locali sebbene formalizzati sotto il peso di una certa (ma non determinante) pressione popolare». Fonti cronachistiche e agiografiche – ad esempio, Rodolfo il Glabro – avrebbero esagerato la partecipazione del popolo a tali iniziative. Ma ad Orlando sembra che la costituzione di quelle leghe «sia stata l’occasione per una prima, sostanziale e attiva partecipazione delle folle ai movimenti di pace».
Nel secolo successivo si creò, soprattutto in area francese, qualcosa di più definito. Stiamo parlando di «associazioni di pace» nei comuni che nascevano allora, denominati generalmente communia pacis. La pax veniva amministrata da appositi «signori della pace», eletti da homines pacis o paciarii. Eventuali dissidi o conflitti interni dovevano essere risolti da giudici di pace che si riunivano periodicamente, appunto, per giudicare le cause e comminare eventuali pene. A «ulteriore garanzia della concordia interna» erano previste milizie. Dapprima su base volontaria, poi composte da professionisti retribuiti. Le coperture finanziarie erano assicurate dalla riscossione di tasse ad hoc. E ci risiamo con armi a difesa della pace. Ma la definizione del concetto di pace stava intanto facendo dei progressi.
Un grande salto si compie con Gioacchino da Fiore, lui sì una personalità fondamentale per la storia di cui qui ci stiamo occupando. Può essere considerato un sicuro, importantissimo antesignano del pacifismo, come ha sostenuto Gian Luca Potestà che ne ha scritto in Il tempo dell’Apocalisse. Vita di Gioacchino da Fiore (Laterza). L’abate calabrese che visse nel dodicesimo secolo e riuscì ad avere una grande influenza sugli uomini del suo tempo ha lasciato un segno preciso nel solco di questa storia.
Ma come ci si può occupare di primi sentori di pacifismo in un’epoca in cui la Chiesa parla di «guerra giusta» (legittimata da sant’Agostino tra il IV e il V secolo) e incoraggia le crociate? Qualcosa, cercando, la si può trovare. La stessa teorizzazione agostiniana, fa notare Orlando, si pronuncia per «l’ordine naturale conformato affinché i mortali stiano nella pace». Questo «ordine naturale» esige «che l’autorità e la decisione di intraprendere una guerra spettino al principe, e che i soldati debbano eseguire gli ordini di guerra a favore della pace e della salvezza comune». E il Concilio di Clermont (1095) con il discorso di Urbano II per una spedizione armata in Terrasanta, secondo Orlando, «fu, innanzitutto un concilio di pace». L’appello di Urbano II intendeva estendere a tutta la Chiesa, compresa quella di Terrasanta, la «validità delle istituzioni di pace e tregua in via di progressiva codificazione nel diritto canonico». La prima crociata fu voluta come «un atto di legittima difesa della cristianità contro l’occupazione violenta e indebita degli infedeli». E «come un gesto di soccorso e solidarietà verso i confratelli d’Oriente, vittime innocenti della prepotenza nemica». Orribile e peccaminoso era «imbracciare le armi contro altri cristiani», non certo «brandirle contro gli infedeli». E non si tratta di forzature.
C’è poi il caso affrontato da Fulvio Delle Donne in Federico II e la crociata della pace (Carocci). Parliamo della VI crociata (1228-1229), quella con la quale l’imperatore, scomunicato, «riconquistò» Gerusalemme, Betlemme e Nazareth non con le armi ma attraverso un accordo diplomatico con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kämil. La Terrasanta tornava sotto il controllo dei cristiani senza che fosse versata una sola goccia di sangue e senza che nessun uomo morisse in battaglia per la sua liberazione. Avrebbero dovuto essere, scrive Orlando, squilli di tromba ed esplosioni di giubilo. Invece, si levarono le grida di scandalo. A creare sconcerto e disorientamento non furono i termini, evidentemente vantaggiosi, dell’accordo, ma le modalità con cui Federico aveva ottenuto la liberazione di Gerusalemme. Non «con una guerra santa e benedetta da Dio», ma «con un accordo infamante e inaccettabile, in quanto sottoscritto con l’infedele». Si sparsero voci – diffuse ad arte dal patriarca di Gerusalemme – che l’imperatore aveva aperto la sua dimora ai musulmani e si era intrattenuto con danzatrici lascive. Federico, a quel punto, prese d’assalto il palazzo del patriarca e la sede dei templari e agli assediati «non furono risparmiate violenze e offese». Alcuni frati accorsi a palazzo per festeggiare con le palme della pace l’imminente Pasqua furono tirati giù dai pulpiti e sferzati pubblicamente per le strade. La crociata della pace, ironizza Orlando, «non poteva di certo concludersi in maniera meno pacifica».
Si è già detto di san Francesco. Altra storia. La sua raccomandazione «fu accolta e praticata con estrema generosità e devozione da un altro minore, suo coetaneo, sant’Antonio da Padova (1195-1231), che votò gran parte della propria pastorale all’ascolto – mediante la confessione – e all’esortazione della pace». In particolare, durante la quaresima del 1231, «svolse fino quasi all’estenuazione una incalzante campagna di predicazione nelle città venete, esortando la folla alla concordia, perorando la riconciliazione tra nemici e chiedendo nello stesso tempo l’immediata liberazione dei prigionieri». André Vauchez in Ordini mendicanti e società italiana XIII-XV secolo (il Saggiatore) configura quest’opera di pace come un’autentica rivoluzione. Il mondo delle confraternite «elaborò specifiche liturgie di pace, ossia un complesso di riti, simboli, linguaggi e comportamenti, anche molto materiali e corporei». Come «il perdonare cum la bocha e cum lo core». Liturgie che «intendevano favorire le pratiche di pacificazione interna tra i confratelli». Qualche problema lo crearono i penitenti laici o il terz’ordine degli umiliati che, in nome di una rigorosa adesione alla pace evangelica e al pacifismo cristiano delle origini, si rifiutavano di portare armi e di prestare servizio militare nelle milizie comunali. Questo per descrivere un’epoca piena (come tutte le altre) di contraddizioni. Dove sarebbe sbagliato cercare le origini di un percorso lineare che conduca al pacifismo dei giorni nostri. Anche se semi di quella pianta – che avrà anch’essa rami bizzarramente intrecciati – sono ben individuabili.