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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

Lui e Giancarlo, quei ragazzi dalla «vita straordinaria»

«Oh, boys – you did it again! Ragazzi, l’avete fatto un’altra volta!». Diana Vreeland, onnipotente direttrice di Vogue anni Sessanta e una delle prime a capire il genio di Valentino (lei, discendente di George Washington, aveva l’occhio clinico per riconoscere i numeri uno), li chiamava così: «boys», ragazzi. I due ragazzi italiani che ogni volta erano capaci di sorprenderla con il miracolo della bellezza. Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.
Insieme dal 1960: ragazzi allora, ragazzi sempre, fino alla fine. Galeotto fu un locale nei pressi di via Veneto, il Pipistrello, nel pieno della dolce vita felliniana. Tre ragazzi rimasti in piedi nel baccano del tutto esaurito chiedono a Giancarlo se possono unirsi al suo tavolo. Si presentano: uno di loro si chiama Valentino. Ripensandoci oggi quell’incontro non sarebbe potuto succedere in nessun altro modo.
Valentino il lombardo sognatore, a ventotto anni già enfant prodige della moda, creativo assoluto votato a un’unica cosa, la bellezza («Non ha la minima idea di tutto il lavoro che sta dietro una piccola decisione sullo stile», disse Giammetti negli anni del trionfo con il sorriso tenero e esasperato che si dedica soltanto alle persone incorreggibili che amiamo per i loro difetti). In quel 1960 Giancarlo è diciottenne, ragazzo dei Parioli di ottimi studi borghesi (liceo classico al collegio San Gabriele, architettura alla Sapienza) che capisce subito con la precisione d’un laser, che non l’ha più abbandonato, che l’unica cosa da fare è lasciare Valentino libero. Libero di pensare, immaginare, creare. Il resto? Quello sarebbe stato il lavoro di Giancarlo.
Imprenditore visionario, diplomatico felpato con spina dorsale d’acciaio, capace di immaginare in modo architettonico la struttura dell’azienda. Nel 1960 il termine «brand equity» oggi onnipresente non esisteva ma Giammetti l’aveva già capito: lo sviluppo di un marchio ha regole ferree. Una collaborazione strettissima – l’immaginifica, preziosissima collezione d’arte moderna costruita attraverso i decenni ne è un esempio – attraverso 65 anni non ha altri paragoni, nella moda e fuori da essa: un rapporto totale che vent’anni fa alla cerimonia d’investitura parigina a Chevalier de la Légion d’honneur, prima di commuoversi teneramente davanti all’occhio spietato delle telecamere, Valentino definì sublime – il sublime fu la sua vita – come amitié, amicizia. Una parola che per i francesi include il calore, il rispetto reciproco, la camaraderie di chi vive e combatte al fianco dell’altro (toutes mes amitiés, scrivono i francesi a conclusione delle lettere, espressione che il francofono e francofilo Valentino fece propria con gioia).
Giancarlo si rende conto che la pubblicità allora non era prioritaria nella moda, e soprattutto che gli abiti non raccontavano una storia (la ricetta del successo, ieri come oggi); nel ’67 Giammetti capisce che ci vuole il logo, con quella «V» inconfondibile, e che con la magia del licensing qualunque cosa con la «V» sarebbe diventata «Valentino», come un abito couture (un gioco pericolosissimo allora come oggi, il logo è come la nitroglicerina ma le sue mani sono sempre state salde).
La sede della maison in piazza Mignanelli a Roma; l’espansione internazionale attraverso licenze strategiche, i rapporti certosini con i buyer, le operazioni di vendita al dettaglio. La penetrazione del mercato globale. E, anche se il termine giustamente gli è sempre parso greve, le «celebrities». Jackie Kennedy che di fatto lancia il marchio nel mondo – c’è tutto nella foto di loro tre a Capri, Valentino e Giancarlo e Jackie – e Sophia Loren e Liz Taylor e Lauren Bacall e le altre: «friends are friends», le amiche sono amiche tagliava corto Giammetti negli anni ’60 e ’70 cioè una quarantina d’anni prima che la moda chiamasse correntemente le celebrities «amici della casa».
Anche se Giammetti ha sempre ripetuto che «non è arte, sono ricordi», è anche un fotografo: cinquant’anni anni prima di Instagram, capisce che la loro «vita straordinaria» merita di essere fermata in qualche modo, e prima con una macchinetta tascabile poi con la Polaroid così amata da Andy Warhol e infine con il digitale scatta qualcosa come 57 mila immagini. Il diario, in diretta, della sua vita con Valentino; amici, viaggi, collezioni, case, macchine, aerei, architettura e decorazione d’interni («Questo sarebbe il suo ufficio? Direi un bell’ufficio», rise l’allora re degli intervistatori americani Charlie Rose durante un’intervista sulla Cbs davanti allo splendore di Palazzo Mignanelli).
Le foto di Giammetti diventano un libro, Private (Assouline), esaurito alla stampa nel 2013 e ora (maxi) oggetto da collezione: dentro ci sono più di cinquant’anni di quella «vita straordinaria», diario visivo e sentimentale di un uomo che scrive di «vivere sempre nel futuro, non nel passato», ma le foto del suo diario sono le tracce di quel che è stato. Glamour e un pizzico di provocazione, arte imparata da Diana Vreeland che portò lui e Valentino in teatro a vedere «Hair», i nudi sulla scena, lo spirito dell’imminente Sessantotto.
Nel 2008 l’imperatore lascia la sua casa e con lui il suo co-imperatore che riassume senza tristezza: «Una bellissima fiaba con un bellissimo finale», e da allora Giammetti il manager si concentra sulla conservazione dello straordinario patrimonio culturale creato e sul suo impatto sociale. Nel 2016 lancia la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (sulla homepage fondazionevg-gg.com per una volta in primo piano c’è lui, Valentino poco più indietro) salvaguardare il patrimonio del marchio, promuovere la creatività emergente e sostenere cause benefiche, l’organizzazione di mostre.
Nel secondo atto della sua carriera Giammetti si concentra sulla sostenibilità: l’approccio equilibrato alla moda, la fusione di strategia commerciale con impegni culturali e umanitari senza i quali – è stato tra i primi a capirlo con la solita lucidità – il sistema non potrebbe andare avanti. Ieri sera, al crepuscolo, sulla pagina Instagram nella quale tiene il suo diario digitale, questa volta non «private» ma serenamente pubblico, Giammetti regala al suo mezzo milione di follower il più recente esempio della sua classe: un ritratto di Valentino, giovane e sorridente, la cravatta a pois e la pochette nel taschino che pare una scultura del suo – loro – amato Henry Moore. E una parola sola, preceduta e seguita da puntini di sospensione: «...forever...», per sempre.