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 2026  gennaio 20 Martedì calendario

Meloni gioca di sponda con Londra e Berlino. E organizza l’opposizione al «bazooka» francese

Ha lasciato la Corea all’ora di pranzo, ma non ha smesso di chiamare gli alleati europei. È perfettamente allineata con Ursula von der Leyen, che, come lei, vuole evitare a tutti i costi un’escalation dagli esiti imprevedibili. Ha ricevuto complimenti, diretti e indiretti, per esempio dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per aver fatto qualcosa che ha richiesto una buona dose di coraggio: chiamare Trump e dire al capo della Casa Bianca che sta sbagliando.
Giorgia Meloni è atterrata ieri sera a Roma, dopo quasi una settimana trascorsa in Asia: da oggi si dedicherà ancora di più al nuovo scontro diplomatico fra americani ed europei, in vista del Consiglio europeo di giovedì. Nel giro di contatti che ha avuto nelle ultime ore, compresi quelli con Starmer e con Merz, la premier sta tenendo una linea che più diplomatica non si potrebbe, convinta che si debbano verificare gli spazi per un accordo complessivo, ancorché complicato, fra Danimarca, Ue e Stati Uniti sullo sfruttamento della Groenlandia, ma una de-escalation non si può realizzare se prima non si passa dalle minacce reciproche a un tavolo di confronto.
Per questo motivo, pur comprendendo le ragioni di Parigi, la premier sembra non aver gradito la reazione immediata dei francesi: sarà anche vero che per attivare lo «Strumento anti-coercizione» (una sorta di bazooka commerciale che autorizza Bruxelles a chiudere intere fette del mercato dell’Unione, di beni e servizi, alle aziende americane) ci vuole una procedura lunga, fatta di analisi, notifiche, risposte, almeno cinque passaggi tecnici e burocratici, ma nell’attesa sicuramente Trump non starebbe con le mani in mano.
Anche per questo condivide la posizione di Berlino, che considera quella del bazooka commerciale una sorta di ultima ratio, e non per nulla, in raccordo con la Farnesina, sta cercando di trovare un minimo comune denominatore proprio fra Roma, Berlino e Londra. Operazione non facile, perché a giudizio della premier si è già vanificato (inviando truppe europee in Groenlandia) il lavoro che al quartier generale della Nato era iniziato insieme agli americani.
Bisognerà dunque ritessere quello che si è strappato, almeno questo ritiene necessario Meloni. Molti le chiedono di attivarsi di più, facendo leva sul rapporto personale che ha con Trump, una mediazione che può avere degli spunti di utilità per tutti, ma che resta in salita.
Meloni per esempio non vuole sentire parlare di bazooka, ritiene che sia una reazione in cui tutti perdono. E se a Bruxelles qualcuno vorrebbe mostrare i muscoli, «chiudiamo l’Unione a Google e X e vediamo che succede» si è ascoltato dire a un ambasciatore durante la riunione del Coreper, non tutto viene ritenuto così semplice.
Quando giovedì si presenterà a Bruxelles Meloni avrà insomma un ventaglio di argomenti diplomatici diversi, e nel caso di insistenza di Parigi sul bazooka commerciale potrebbe ventilare la facilità di costituire una minoranza di blocco, facilità accresciuta perché lo «Strumento anti-coercizione» (con la contestazione a uno Stato straniero di aver adottato politiche di coercizione contro la Ue) passa a maggioranza super qualificata.
Le carte per coloro che vogliono far raffreddare la situazione, insomma, esistono. Ma nelle interlocuzioni con l’amministrazione Usa, sia nella nostra premier che nella nostra diplomazia si sta facendo strada una nuova consapevolezza: Trump insisterebbe sulla proprietà della Groenlandia perché le basi militari gli interessano sino a un certo punto, piuttosto sembra che la fetta migliore della torta si chiami Zone economiche esclusive (200 miglia nautiche dalle coste) e sfruttamento della Piattaforma continentale (il prolungamento naturale di un territorio sotto il mare).
Secondo Palazzo Chigi il presidente americano è convinto che la sola Danimarca non sia in grado di difendere i suoi diritti di fronte ad azioni a sorpresa di sfruttamento delle risorse da parte di Russia e Cina. E allora la prospettiva cambia del tutto: si comincia a parlare di un accordo economico, prima ancora che militare. E anche con questa cartella sotto braccio, Meloni arriverà al Consiglio europeo fra due giorni.