Corriere della Sera, 20 gennaio 2026
Così l’America si prende Davos
Trump per la prima volta da sei anni sbarca a Davos. A venire lo ha convinto Larry Fink, del colosso BlackRock.
Sulla fiancata di una montagna di Davos è già comparsa la scritta, tracciata nella neve, «No Imperialism». Giusto in caso che Donald Trump, arrivando tra qualche ora per la prima volta da sei anni al World Economic Forum, dovesse alzare gli occhi.
Ma la neve in verità non è molta e la temperatura sulla montagna del vertice dei ricchi e potenti della Terra non è mai stata così alta, sopra lo zero: proprio nell’anno nel quale i temi del riscaldamento della Terra e le fonti di energia rinnovabile sono discussi poco e con molti punti interrogativi sui titoli delle sessioni.
Perché quello che si è aperto ieri in Svizzera è un Forum diverso da quello di tanti altri anni. Lo è innanzitutto perché è il primo senza il fondatore, l’87enne professore tedesco Klaus Schwab, raggiunto da accuse di comportamenti abusivi e spese personali con le risorse dell’organizzazione che, in realtà, non hanno trovato grandi conferme in sue inchieste interne condotte a più riprese.
Ma i cambi della guardia possono essere spietati anche nell’ambiente in apparenza ovattato del World Economic Forum e ora il presidente e amministratore delegato è il sessantenne ex ministro degli Esteri norvegese Børge Brende.
La figura decisiva di Davos quest’anno è però sicuramente un altra: Larry Fink, fondatore e amministratore delegato del colosso BlackRock che ormai gestisce e investe fondi per 14 mila miliardi di dollari, una cifra quasi pari al prodotto interno lordo dell’area euro.
È Larry Fink ad aver usato la sua infinita agenda del telefono per ridare a Davos quella rilevanza che, con la crisi della globalizzazione finanziaria e l’ascesa del protezionismo, stava un po’ perdendo. Fink ha convinto Trump a venire e Trump si presenterà con un’operazione di sistema: con sé porta il segretario al Tesoro Scott Bessent, probabilmente il segretario di Stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il suo negoziatore preferito Steve Witkoff, assieme al genero Jared Kushner.
In cambio di questo impegno, il presidente degli Stati Uniti prova a catturare l’agenda e in qualche modo Davos stessa. Per la prima volta gli Stati Uniti (con il cortese contributo delle sue grandi imprese) affittano in paese una chiesa sconsacrata e ne fanno una «US House» dove si svolgerà un secondo programma di conferenze parallelo al Forum: dallo Spazio caro a Elon Musk, agli stablecoin.
Intanto nel programma ufficiale i temi di diversità, inclusione e gli altri punti dell’agenda «woke» di fatto escono dagli incontri principali. Questa non è più la Davos in cui Greta Thunberg annunciava che «il mondo va a fuoco». Si parlerà molto di intelligenza artificiale, criptovalute, semiconduttori. Il programma per la prima volta offrirà ai titani di Wall Street – Jamie Dimon di JpMorgan e Ken Griffin di Citadel – un trattamento pari o superiore a quello garantito a vari capi di Stato e di governo: conferenza in solitudine su un grande palco.
Ma neanche Trump, con tutto il suo potere, potrà monopolizzare. E non solo perché, malgrado il basso profilo scelto dalla delegazione cinese, non mancano altri protagonisti delle tensioni di questi giorni: il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, l’ucraino Volodymyr Zelensky; quanto a Giorgia Meloni, non appare nel programma ma la comunicazione del Forum continua a darla presente.
Trump però faticherà a dominare l’agenda anche in un altro senso: pochi sono con lui nello scontro con l’Europa sulla Groenlandia. Lo stesso Larry Fink, negli incontri preliminari di oggi, ha sottolineato un’infinità di volte l’importanza del dialogo. Poi ha preso la parola, in un incontro privato fra notabili americani, il governatore (democratico) del Delaware Chris Coons. Sulla giacca aveva appuntata una bandiera della Danimarca. Ha ricordato che suo padre ha combattuto nella Seconda guerra mondiale per la liberazione dell’Europa e che decine di soldati danesi sono morti in Afghanistan per gli Stati Uniti. «Che bisogno c’è di fare quello che stiamo facendo?» si è chiesto Coons. E hanno applaudito tutti, ma proprio tutti.