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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Mossa del guano. La strategia Usa

Nel corso delle ricerche per il mio ultimo romanzo mi sono imbattuto in una vicenda storica che rimanda, con una punta di swiftiana ironia, alla più scottante attualità.
Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata vecchia di secoli, di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati. Alcuni ne erano completamente coperti, raggiungendo un centinaio di metri d’altezza, veri iceberg di deiezioni stratificate dalla notte dei tempi. I navigatori ne conoscevano l’esistenza ma se ne tenevano lontani per motivi facilmente comprensibili. Finché, all’inizio del secolo, il famoso naturalista Alexander von Humboldt scoprì che il guano, ricco di fosfati, era un fantastico fertilizzante: proprio ciò che serviva in quel momento all’agricoltura. Si entrava nella rivoluzione industriale, la popolazione cresceva ma i metodi di coltivazione erano arretrati. Il guano divenne rapidamente la risposta ai problemi della produttività agricola. Ma chi possedeva il guano, denominato a quel punto l’«oro bianco»? Principalmente il Perù. Proprio nell’America del Sud si scatenarono vere guerre del guano, con migliaia di morti. Laddove non si combatteva, ci si mise alla ricerca di isole del guano non ancora rivendicate da nessuno.
Puntiamo adesso la nostra attenzione sugli Stati Uniti, perché è qui che questa vecchia storia si intreccia con l’attualità.
A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» – da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata».
Una dichiarazione che suona piuttosto familiare, di questi tempi, e perfino formulata con un’eleganza diplomatica sconosciuta a Donald Trump. La cosa interessante è che già allora gli americani sentirono la necessità di associare alle minacce più o meno aperte una sorta di alibi legal-giudiziario, come nel caso del narcotraffico per l’attacco al Venezuela di oggi. Il 18 agosto 1856 il Congresso approvò il Guano Islands Act, tuttora in vigore. La legge stabiliva che «ogni volta che un cittadino degli Stati Uniti d’America scopre un deposito di guano su qualsiasi isola, scoglio o isolotto, il quale non rientri nella giurisdizione legale di un altro governo, e non occupato da cittadini di altri governi, e prende possesso pacifico dello stesso e lo occupa, questa isola, scoglio o isolotto può, a discrezione del Presidente, essere considerato come appartenente agli Stati Uniti d’America».
Apparentemente, una pratica allora popolare, anche se discutibile: se scopri qualcosa, diventa una tua colonia. Il problema con le isole del guano era però appunto che molte di esse, trattandosi di montagne di merda, non erano mai state davvero rivendicate da nessuno pur essendo evidente che pertinevano geograficamente alla terra più vicina. Per esempio Navassa, nei Caraibi, fungeva da sempre come base di pesca per gli haitiani, i quali non furono felici quando la Duncan & Cooper, fondata appositamente a Baltimora, piantò la bandiera a stelle e strisce su qualcosa che da sempre tutti consideravano di Haiti o – quantomeno – territorio libero. Il governo haitiano protestò con veemenza e mandò anche due vascelli a presidiare l’isola. Gli americani mandarono due cannoniere, più grosse e meglio armate, e da allora Navassa è territorio Usa. Lo è ancora oggi, insieme a un’altra decina di isole o atolli che, esauritosi il guano, sono quasi sempre diventate basi militari: è per esempio il caso delle famose Midway, acquisite dagli Usa proprio tramite la legge del guano. La legge, infatti, valeva ovunque sul globo terracqueo: le Midway, per esempio, stanno a più di 5 mila miglia di distanza da Washington. Un’altra novantina di isole, nel corso del tempo, furono prese, usate e poi abbandonate. La legge è congegnata in modo tale che i territori di cui si prende possesso non diventano parte degli Usa, ma solo loro proprietà. Di modo che, una volta sfruttati i giacimenti, li si possa lasciar andare al loro destino, e con loro gli eventuali abitanti.
Un affascinante capitolo di questa storia riguarda proprio Navassa che, finito il guano, venne rivendicata agli Usa per motivi strategici dal presidente Buchanan tramite uno di quegli «ordini esecutivi» oggi così familiari. La decisione seguì i tragici fatti del 14 settembre 1889.
Bisogna innanzitutto capire che scavare il guano è – scusate la facile e volgare battuta – un lavoro di merda. Lo si fa ancora oggi a mano e in condizioni igieniche e ambientali terribili, a rischio continuo di intossicazione, tanto che per decenni vi furono impiegati schiavi, detenuti o immigrati cinesi quasi sempre turlupinati: pensavano di andare in California e venivano invece scaricati in mezzo all’oceano a lavorare senza speranza.
Esaurite queste categorie di sventurati, le compagnie yankee erano passate a impiegare gli afroamericani che, per quanto teoricamente liberi dopo la Guerra di Secessione, sempre miseri e squattrinati rimanevano. A Navassa, per di più, i 139 raccoglitori neri erano controllati da undici sorveglianti bianchi di attitudine spiccatamente razzista. Capitò così che un lavoratore di nome Henry Jones, in mancanza di una rappresentanza sindacale degna di questo nome, pensò che una badilata sul cranio di chi lo angariava fosse il modo migliore per rivendicare i suoi diritti. Non avendo da perdere altro che le loro catene – secondo il famoso adagio – Jones e i suoi colleghi si scatenarono in una caccia all’uomo di cui fecero le spese altri quattro sorveglianti, ammazzati in varie maniere. Non potendo però scappare dall’isola, i rivoltosi furono facilmente arrestati e portati in tribunale a Baltimora. Ne seguì un processo che si concluse con diciassette condanne, di cui tre capitali. Fortunatamente lo scandalo che accompagnò il processo condusse alla grazia per i tre; non prima, però, che l’avvocato di Jones ponesse un’interessante questione legale. Se, secondo il Guano Islands Act, Navassa è proprietà degli Usa, ma non ne fa parte, come è possibile giudicare un fatto di sangue là avvenuto in base a norme – quelle statunitensi – che la legge stessa dice non essere valide su quel territorio? La causa, denominata «Jones vs. the Us» arrivò fino alla Corte Suprema, che decise di dirimerla a favore del governo, equiparando l’isola a un vascello, su cui vale il codice marittimo relativo alle insubordinazioni.
Al di là dell’involontario surrealismo, la parte «politica» della sentenza venne così argomentata: «Non è nostra materia investigare, e tantomeno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica». In altre parole, il governo può anche compiere azioni ingiuste, come l’appropriazione di un’isola tramite una legge unilaterale, ma la magistratura non è tenuta a decidere della correttezza della legge, bensì solo ad applicarla. Una sentenza che non sarebbe dispiaciuta a Ponzio Pilato.
Gli storici sono concordi nel ritenere il Guano Islands Act il primo passo consapevole dell’imperialismo americano nel dare una veste legale ai suoi atti di forza. Insomma, la storia che in questo millennio si sposta verso i ghiacci della Groenlandia germoglia da solide radici che affondano nel guano.