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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Antonio Albanese: "I miei affettuosi eroi. Ridere con dolcezza"

«La comicità è misteriosa. È energia. Perché si diffonda deve essere vista con altri». Antonio Albanese torna al cinema, con un nuovo film da lui scritto (assieme a Piero Guerrera), diretto e interpretato, con Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero: Lavoreremo da grandi, dal 5 febbraio per PiperFilm.
Una commedia, dopo il dramma di Cento domeniche (2023), su un operaio truffato dalla sua banca, e l’esordio nel romanzo con La strada giovane (Feltrinelli), storia – ispirata dai racconti di uno zio – di un militare siciliano in fuga da un campo di prigionia nazista.
Protagonista di Lavoreremo da grandi è un gruppo di amici. Umberto, Beppe e Gigi vivono sul lago. Si conoscono da sempre. Umberto (Albanese) compone musica dodecafonica che nessuno vuole ascoltare, ha mandato in malora l’azienda del padre e ha due separazioni alle spalle. Beppe (Battiston), idraulico, ha una madre ingombrate e dicono che non abbia mai avuto una fidanzata. Gigi (Rignanese) è disperato, la zia che lo mantiene è appena morta e ha lasciato tutto alla chiesa; e a lui nulla, tranne i trucchi e una collezione di parrucche bionde, che lui indossa per protesta. Totalmente ubriaco raggiunge in barca gli amici. I tre – ma Gigi dormirà tutto il tempo – aspettano Toni, figlio di Umberto (Ferrero), per festeggiare la ritrovata libertà del ragazzo, in carcere per truffa ai danni del fisco dopo una serie di altri piccoli reati.
Quattro adorabili falliti che in macchina verso casa – dopo una serata al bar di Bebo (Bebo Storti), ex avvocato che dispensa frasi fatte – urtano qualcosa, o forse qualcuno, e finiscono per credere di aver ucciso un uomo: in una notte di follia ed esilaranti colpi di scena, si fanno travolgere da una serie di scelte sbagliate.
«Dopo Cento domeniche e il romanzo volevo fare un film che facesse ridere gli spettatori in sala, con semplicità. Puro divertimento», racconta a «la Lettura» Albanese, ospite nella sede milanese del «Corriere della Sera»: «E regalare agli spettatori personaggi a cui affezionarsi».
Così è nato «Lavoreremo da grandi»?
«Carlo Degli Esposti, già produttore di Cento domeniche, mi ha chiesto che film volessi fare: è emersa questa storia che si volge sul lago d’Orta, in uno spazio temporale limitato, dal tramonto all’alba».
Una commedia dell’assurdo, che appare diversa dai suoi lavori precedenti.
«Diversa... È il complimento più grande che posso ricevere. Quando con gli amici andiamo a vedere film o spettacoli, non usiamo mai la parola brutto... Diciamo che è in ritardo; cioè già visto, che non ha dato niente. Io provo a non esserlo. Per farlo devi trovare le giuste sfumature e dopo varie esperienze, non dico drammatiche ma comunque “diverse”, avevo voglio di andare in sala e sentire ridere. In montaggio ti vengono mille dubbi: ti chiedi, piacerà anche agli altri? La comicità è energia, condivisione, vive nelle variazioni. Certo, è un ridere a modo mio, che nasce da combinazioni create con un gruppo di lavoro che condivide con me idee e desideri. In Cento domeniche sentivo la necessità di raccontare quella maledetta conseguenza. Ora, desidero offrire al pubblico gioia e dolcezza. Ho dedicato il film a un caro amico, scomparso qualche mese fa: “A Massimo con gioia”, perché questo è il suo insegnamento e ciò che io, da essere umano, cerco e voglio offrire agli spettatori: gioia con semplicità, senza effetti speciali, senza dovere per forza richiamare l’attenzione, fare citazioni o sorprendere con costumi, urli, spari e cose varie».
Da dove si parte?
«La difficoltà principale è trovare gli attori giusti. Quando Giuseppe Battiston ha accettato, sapevo di essere a buon punto, perché è uno dei più bravi. Poi c’era Nicola Rignanese, Gigi, con cui lavoro da anni; una certezza. Mancava il figlio, Toni, ruolo importantissimo, perché è sempre in scena con me e Beppe. Ci sono voluti molti provini; mi ero quasi rassegnato, poi è arrivato Niccolò Ferrero (classe 1996, ndr), attore talentuosissimo. In mezzo a questi tre sessantenni sconquassati gli ho chiesto di fare Alain Delon... È stato bravissimo. E così tutto il cast. In un film drammatico hai bisogno di sguardi, corpi particolari che possono tatuare quell’immagine... Nella comicità non basta, serve la capacità di gestire il ritmo. L’ho trovata in amici: Marianna Fogli, Elena Giusti, Francesco Brandi che interpreta Mathias...».
L’uomo che i nostri credono di avere ucciso urtando la sua bicicletta (e vive nel bosco con la famiglia tedesca).
«Il mio desiderio era fare quella che viene chiamata black comedy – ma poi cosa significa? – costruita con tempi comici cercati teatralmente, provando prima di girare. Non per questione di memoria... La cerco da trentacinque anni, ma ancora non so dire che cosa sia la comicità. La devi sentire, quando la senti la devi fermare, e quando la devi replicare perde già un grammo di spessore. Quindi abbiamo molto provato e allestito al meglio, per far sì che durante le riprese fosse buona la prima, perché è lì che trovi l’energia migliore. La comicità è crudelissima, ma è una delle forme d’arte più elevate: non si ferma a colori, movimenti, suoni, ritmi, voci, corpi. C’è un corpo che deve suonare in tutte le sue variazioni che non sai di poter raggiungere».
Come si creano?
«Con una squadra con cui collaboro da tempo e con cui voglio lavorare ancora. Praticamente quella di Cento domeniche, tranne il direttore della fotografia, Italo Petriccione, che ha illuminato la notte del film in modo meraviglioso. Ci sono Davide Miele al montaggio, la costumista Carola Fenocchio, Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa per le scenografie... Ci capiamo con uno sguardo. Abbiamo studiato tutto insieme, per il personaggio di Gigi, che dorme dall’inizio alla fine, ad esempio, servivano strategie: abbiamo creato situazioni in cui lui all’improvviso ha dei movimenti, lo troviamo fuori dalla macchina, sulla finestra e noi, impassibili, lo trattiamo come uno straccetto. Questi meccanismi non sono casuali».
Il film inizia con l’arrivo in barca di Gigi. «Ha subito una bella botta», dite, «ma la cosa peggiore è che ora dovrà cercare un lavoro», lui che ha sempre campato alle spalle della zia, perché lavorare è «volgare»... Ecco il titolo «Lavoreremo da grandi». Anche se in lavorazione era «Qui non succede niente».
«In questo momento Qui non succede niente mi sembrava troppo. Anni fa facevo un cuoco che diceva: ho 45 anni, lavorerò da grande. L’ho messo al plurale».
Tornano temi a cui è affezionato.
«C’è la provincia che amo moltissimo. E si parla ancora del mondo del lavoro. Nella provincia dove sono cresciuto e a Milano, dove vivo, il lavoro mi è entrato nei globuli rossi. In questo film volevo essere trasgressivo, raccontare una comunità semplice, anche ingenua. Quattro persone non ambiziose, non pigre, ma che si accontentano di quello che hanno, in una provincia che può sembrare rassegnata, ma non lo è. Quattro personaggi che si fanno cullare dalle onde del lago».
Come sono nati?
«Proprio da passeggiate sul lago d’Orta, dove ho un piccolo angolo condiviso con alcuni amici, in cui ultimamente ho scritto parecchio. Ho pensato il film proprio per quei luoghi e lì abbiamo girato con l’appoggio della Film Commission Torino Piemonte. Ci siamo trovati molto bene, siamo stati coccolati. In quelle passeggiate ho raccolto aneddoti, come la storia della zia, che ha fatto partire un po’ il tutto. Una cosa che mi fa ridere, in un momento in cui rido sempre meno. Poi c’è Umberto, un benestante che decade economicamente, ci trovo sempre qualcosa di affascinante... Allora mi piaceva l’idea di quest’uomo che ha sbagliato tutto, anche le scelte delle mogli, ha educato malissimo i figli, però non l’ha fatto perché è una brutta persona, ma si è trovato così, confuso».
Seguiamo i quattro in una sola notte.
«E non possiamo fare altro che affezionarci. Volevo proprio questo: offrire agli spettatori la possibilità di affezionarsi, con dolcezza. Può sembrare molto semplice, ma non lo è: è un bisogno vero in un momento come questo, in cui trovo che la dolcezza sia trasgressiva. Se penso ai vari personaggi che negli anni ho creato in relazione al tempo che viviamo ora, il più trasgressivo di tutti è Epifanio».
Timido e gentile, gli occhialoni, il cappotto, tra i più amati tra le sue maschere: Alex Drastico, Cetto La Qualunque, il ministro della Paura...
«Epifanio è trasgressivo perché con questa dolcezza possiamo alimentarci, ricaricarci e non sporcarci con quello che ci circonda. Tra i personaggi che sto provando a costruire da mesi – ma non è semplice – c’è un quasi-generale. “Quasi” perché ha il doppio mento, mentre i generali devono essere precisi e perfetti, soffrire di vigoressia. Lui è un quasi-generale per demeriti, ma dà la colpa a quel difetto. E dice che c’è una quasi-guerra. Quando non è affatto così. Tratterà d’altro. Ma due anni fa mi è venuto il desiderio di raccontare questa dolcezza».
Nelle note di regia scrive che i protagonisti di «Lavoreremo da grandi» sono «cacciatori di alibi», e descrive la sua come «una generazione sconfitta, portata sempre a incolpare qualcuno o qualcos’altro del proprio fallimento».
«Hanno fallito tutto, ma non devono essere colpevolizzati. Ci hanno provato ma semplicemente non ce l’hanno fatta, non si dannano più di tanto e in una nottata si trovano ad affrontare qualcosa di travolgente... Alla fine si ritrovano sereni, disposti ancora a ricominciare».
Il film si chiude con il sorgere del sole e «Gli sbandati hanno perso» di Marracash. Il brano viene dall’album più recente del rapper, «È finita la pace», del 2024, ma sembra scritto per il film.
«Ho pensato proprio quello quando l’ho sentita la prima volta, in macchina con mio figlio. C’è un verso che dice “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa”. È la canzone perfetta per il finale».
La musica ha un ruolo importante.
«Ci sono anche Little Tony e tanta classica, Vivaldi, Rossini: mi piaceva il ritmo, il contrasto con questa vicenda così contemporanea. La tensione che crea».
Ci sono poi i brani dodecafonici di Umberto oltre ai temi originali composti da Giovanni Sollima.
«Invidio chi fa musica dodecafonica: è un viaggio personale, fatto per sé stessi, basta uno strumento musicale. Mi piacerebbe fare viaggi simili, ma nel mio lavoro ogni cosa ha un costo elevato».
Con la sua galleria di personaggi ha voluto raccontare i nostri scheletri. Lo fa anche il flm?
«Assolutamente. Attorno ai protagonisti, il film mostra una provincia che appare rassegnata. L’uomo che sente la corrente addosso perché è a disagio per tutto; l’avvocato che diventa barista e vive di sentiti dire; l’improbabile squadra che non si fida di nessuno e da un motoscafo controlla il lago con una brutalità che rispecchia il Far West che stiamo vivendo. E poi le donne, che sono le uniche che lavorano: l’escort fuori dagli schemi, la vigilessa, l’infermiera. Un microcosmo che racconta anche un po’ il nostro tempo».
Un microcosmo tranquillo?
«È una tranquillità che non esiste. Esiste l’agitazione che loro provano quando credono di avere ucciso una persona».
Fare commedia oggi è una sfida?
«Ultimamente vediamo film banali, vecchissimi. Credo invece sia bello andare al cinema e affezionarsi ai personaggi. Mi è capitato con Past Lives, il film americano-coreano (di Celine Song, 2023, ndr) con i due che da ragazzini si innamorano e ti fanno arrabbiare, ti viene da dirgli state insieme, ma il punto è che non puoi non affezionarti a loro. Oppure quel film inglese, Still Life (di Uberto Pasolini, del 2013, ndr), con protagonista un uomo che rintraccia i parenti di chi è morto in solitudine. Un personaggio potentissimo; fosse uscito ora, lo sarebbe ancora di più. Il più recente è Un semplice incidente di Jafar Panahi. Anche qui non puoi non affezionarti al protagonista. Abbiamo tanto bisogno di dolcezza e abbiamo la fortuna che nella sala cinematografica, di cui sono un grande sostenitore, la possiamo condividere con altri».
Questi film l’hanno ispirata?
«Tutto è ispirazione, film, spettacoli, libri, mostre. È una questione di curiosità. Cerco sempre di alimentarmi».
Sta lavorando ad altro?
«Sì, ma non so ancora se si riuscirà a realizzare, ma se si farà è un film con un tema importante realizzato tutto a Milano. Da anni mi piace cambiare registro; questo suonare in modi diversi».