Domenicale, 18 gennaio 2026
«Ogni italiano è un buon cantante»
È un’autentica vita da artista romantico, raccontata dalla viva voce del protagonista, quella che investe il lettore d’una cospicua raccolta di lettere inviate dal Belpaese tra il 1874 e 1890. L’artista in questione è Pëtr Il’ič Čajkovskij, che nell’arco di sedici anni compì ben sette viaggi in un’Italia prevalentemente umbertina (si trovava a Milano quando, nel corso del secondo viaggio, passò a miglior vita Vittorio Emanuele II: una disdetta, perché il lutto di Stato fece saltare l’unica occasione di assistere a uno spettacolo alla Scala).
Tradotto e curato con attenzione da Marina Moretti (utili le note essenziali, ad esempio su costumi russi o rapporti parentali, così come i sintetici inquadramenti di ciascun periodo affidati al compositore e musicologo Valerij Sokolov; peccato soltanto per l’assenza d’un indice delle opere citate), l’epistolario costituisce un diario vibrante e apparentemente senza filtri della condizione psicologica e dell’attività di Čajkovskij durante questi sette viaggi. Indirizzate principalmente agli adorati fratelli, all’editore Jurgenson e all’allievo Taneev, al direttore del Conservatorio di Mosca Nikolaj Rubinštein, le lettere hanno per principale destinataria una figura centrale della biografia čajkovskijana, la mecenate Nadežda Filaretovna von Mekk, conosciuta alla vigilia del secondo viaggio e principale sponsor del compositore esattamente fino all’ultimo viaggio italiano, quando interruppe bruscamente i rapporti con Čajkovskij, che peraltro evitò sempre accuratamente d’incontrare e che seguirà nella tomba a due mesi di distanza.
La splendida, lunga lettera indirizzata all’ereditiera da Milano il 28 dicembre 1877 può rappresentare un buon punto di partenza nella lettura dell’epistolario per la ricchezza e la tumultuosa compresenza d’una polifonia di temi: l’impressione ricevuta dalla Venezia appena lasciata, i progetti di viaggio, le annotazioni turistiche, il nesso tra la propria condizione psicologica e l’indispensabile lavoro creativo, l’interesse per la musica italiana, tanto per l’offerta operistica (molto deludente) quanto per le canzoni di strada, che Čajkovskij trascrive, entusiasta per «l’innato senso del ritmo degli italiani», perché «ogni italiano è un buon cantante per natura». L’epistolario si rivela naturalmente un sismografo sensibile della condizione psicologica del compositore, di cui mette a nudo l’anima quando esprime, con un’irriferibile espressione scurrile (in francese) il proprio amor proprio, o lamenta da Roma il troppo tempo «perduto senza lavorare», o ancora erompe, da Venezia, nel proclama giubilante «L’Italia è così bella, io mi sento così tranquillo e l’anima è così leggera». E tuttavia la nostalgia, «grandissima» per i fratelli e «atroce» per la patria, è una corda che risuona lancinante, così come l’affetto per Kolja, il bambino sordomuto di cui il fratello Modest è tutore. Risuonano ugualmente l’eco dei cattivi rapporti con l’ex moglie, o della salute precaria, che lo costringe a rinunciare a un incarico governativo a Parigi. O più leggeri scherzi dell’inconscio, come quello che gli fa sognare un pranzo con Rossini.
Vi si ritrova anche molto lavoro: discute da Roma della distribuzione delle parti nell’Onegin, s’immerge nella strumentazione dello stesso Onegin, il suo «figlio più caro», e della Quarta sinfonia, descritta nella celebre, drammatica lettera alla Mekk del 17 febbraio 1878 sull’incombere del Fato, cui è possibile opporre soltanto «la rassegnazione e lo sterile conforto». Un rifugio, il lavoro, che gli permetterà di «resistere» un mese a Venezia, in giornate ordinate, divise tra turismo, passeggiate, composizione, lettura e corrispondenza, di cui è lui stesso, a più riprese, a fornirci il programma.
Così come non manca l’attenzione al mondo esterno: l’apprezzamento per la bonarietà degli italiani ma anche le difficoltà con gli albergatori, il carovita romano, il moderato interesse per le arti figurative (lo commuovono il Gladiatore morente in Campidoglio, un San Gerolamo di Villa Borghese, S. Croce a Firenze, il Guercino e Raffaello, paragonato all’idolatrato Mozart), il Duomo di Milano (e il cibo milanese), l’aria «tiepida» e «limpida» d’inizio marzo a Firenze («che bella città Firenze! Più ci si vive, più la si ama»), quando addobba il davanzale con un mazzo di viole, avendo goduto degli «amati mughetti» che allietano la città, il piacere delle passeggiate quotidiane a Roma («tutta la giornata di ieri»), Tivoli, «luogo meraviglioso» che coniuga campagna, montagna e antiche rovine, S. Miniato, dove ascende in solitaria, la difficoltà di lavorare a Napoli tra tanta bellezza e tanto rumore, l’insofferenza per le relazioni sociali con i connazionali espatriati, lo shock per l’incidente mortale di cui è (quasi) testimone durante il carnevale romano, le notizie che gli giungono dall’estero (la stroncatura a Vienna del Concerto per violino da parte di Hanslick, l’uccisione dello zar Alessandro II).