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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

Vivo la mia vita in cerchi che si espandono

L’ultimo a essere uscito è Das Stundenbuch, il Libro d’ore: ultimo nella nuova grande edizione storico-critica commentata delle opere di Rainer Maria Rilke edita dalla Wallstein di Göttingen: pubblicato, a cura di Benjamin Krutzky, dopo i volumi dedicati alle Elegie duinesi (2023) e ai Sonetti a Orfeo (2025), per segnare il primo centenario della morte del poeta, avvenuta nel 1926. 750 pagine, l’edizione del Libro d’ore («und zugehörige Gedichte 1899-1905») per un titolo di grandissimo successo da quando uscì nel 1905 (vendette oltre cinquantamila copie), un titolo che assieme ad altri dei suoi lo ha reso un mito in tutta Europa.
Perché Rilke è un gigante della cultura e della poesia, al quale, come al T.S. Eliot della Terra desolata e dei Quattro quartetti, appartiene tutto il secolo successivo: il primo «poeta europeo» e il primo «senza casa», l’uomo che errava di luogo in luogo tra i più belli del continente, e di terra in terra fin in Egitto, da solo o in compagnia delle donne più affascinanti e intelligenti, come Lou Andreas-Salome; che fu ospite della principessa von Thurn und Taxis nel castello di Duino; colui che si fece discepolo di Rodin e fu colpito dalla pittura di Cézanne, Monet e Van Gogh; compagno e corrispondente di Stefan Zweig; che tradusse Valéry e fu amico di Gide; compose poesie in francese; incontrò Tolstoj; fu al centro, prima di morire, di un’intensa corrispondenza d’amore e poesia con (Boris Pasternak e) Marina Cvetaeva; e amò la notte e le stelle.
Rainer Maria (René) Rilke, nato a Praga nel 1875, morto nel 1926 a Valmont (Montreux), dopo un lungo soggiorno a Muzot (Svizzera). Fu sepolto nel cimitero di Raron: la lapide, sotto lo stemma di famiglia da lui stesso disegnato, declina il suo nome con i luoghi e le date di nascita e morte, e l’epigrafe da lui medesimo dettata: «Rosa, contraddizione pura! (reiner/Rainer) / Voglia / d’essere il sonno di nessuno / sotto sì tante / palpebre (Lidern/Liedern/canti)». Aveva pubblicato la prima poesia a Vienna nel 1890; fu autore di diari, Lettere pubblicate in vita, prose, racconti, un romanzo, drammi, e un vasto epistolario.
Il primo capolavoro poetico di Rilke è appunto il Libro d’ore – i Libri d’Ore, di grande uso nel Medioevo e nel Rinascimento, talvolta preziosamente miniati, erano volumi di devozione e meditazione, di preghiera – che egli continuò infatti a chiamare col nome di Gebete (Preghiere), cosciente però che si trattava di «un grande ciclo lirico». Lo depose «nelle mani di Lou» e lo divise in tre parti: i libri della vita monastica, del pellegrinaggio, della povertà e della morte. Vi parla un monaco russo scrittore di icone che, intriso di spiritualità orientale (Rilke aveva appena visitato la Russia con Lou) dialoga con sé stesso e si rivolge a Dio, compie un pellegrinaggio alla ricerca di Lui, contempla infine la morte e la povertà. L’opera inizia evocando il momento in cui «s’inchina l’Ora» e «con tocco chiaro, metallico» sfiora il monaco cui tremano i sensi: ecco, il giorno già gli offre la «forma», egli “può”, cioè ha adesso il potere quasi divino di creare, mentre si accinge a dipingere Dio «su fondo d’oro…e grande». Poco dopo, gli diviene chiara la forma che prenderà la sua quête: «Vivo la mia vita in cerchi che si espandono, / che sopra le cose si stendono. / Forse mai giungerò a compiere l’estremo, / ma tentarlo voglio. // Giro attorno a Dio, alla torre primordiale, / e da millenni giro attorno; / e ancora non so: se sono un falco, una tempesta / o un grande canto». Vita e ricerca sono dunque circolari, Dio non è antropomorfo, ma una «torre»: un polo, un asse immobile che non si lascia mai raggiungere. «La domanda conclusiva – falco, tempesta o grande canto – va intesa», commenta Federico Giuntoli, del quale è anche la bella traduzione, «come esplorazione di diverse modalità impersonali dell’essere. Le tre immagini rinviano a forme di energia che eccedono il soggetto… In particolare, il grande canto non allude a un atto espressivo individuale, ma a una funzione ontologica: il soggetto non sa se la propria esistenza resti creaturale o si stia trasformando in voce stessa del mondo».
E ora si guardi alla fine del Libro, quando, avendo attraversato la moltitudine delle «cose» e il loro cadere, avendo creato una straordinaria musica di rime, pause, esitazioni, versi distesi, Rilke evoca Francesco di Assisi, la sua letizia, il suo canto delle creature, la sua povertà. Si potrebbe dire del Libro d’ore: è compiuto, tutto ormai umano, tutto nostro, eppure in perenne contraddizione pura – come recita l’epigrafe sulla tomba di Raron, con la tensione verso l’«estremo».
Rilke dovrà passare ancora per il Libro delle immagini e per le due parti delle Nuove poesie prima di giungere alla pienezza dei Sonetti a Orfeo e soprattutto delle Elegie duinesi. È in queste ultime, facendosi «ape dell’invisibile», che egli compie in dieci tappe un cammino poetico del tutto unico. Partendo dalla perentoria affermazione che il bello non è che principio del terribile e che ogni angelo è tremendo, Rilke giunge quasi subito a lodare gli angeli, «opera prima felice, beniamini…del creato/ cime, crinali di monti all’aurora / dell’intera creazione…specchi: che la bellezza effluita / riattingono in sé»; celebra poi gli amanti, l’infanzia, i «girovaghi»; e in un continuo avanzare e retrocedere dell’essere uomo, pianta, animale, angelo (che di necessità semplifico), proclama infine che «Qui del dicibile è il tempo, qui la sua patria». All’angelo non bisogna mostrare l’indicibile, ma lodare invece il mondo, «il semplice, di generazione in generazione formato, / che come nostro vive». Dirgli bisogna «le cose». Allora anche noi saremo sgomenti e felici «per una cosa felice che cade». È questo il legato più grande che la poesia di Rainer Maria Rilke lascia ai secoli XX e XXI.