Il Messaggero, 19 gennaio 2026
Commercio oltre i dazi. Aumentano gli accordi
Dazi è la parola che ha contraddistinto il 2025 del commercio internazionale e anche l’avvio del 2026. Ma sugli scambi globali agisce anche un’altra forza che fa da contrappeso al protezionismo. «Anche se i dazi e le restrizioni al commercio continuano a proliferare, lo stesso si può dire di intese regionali e bilaterali, il cui intento è ridurre le barriere al commercio internazionale», si legge nell’incipit di uno studio realizzato dalla società di consulenza McKinsey.
Buona parte dello scorso anno è stata segnata dall’annuncio di inizio aprile di extra-costi su gran parte dei partner commerciali degli Stati Uniti e dai successivi mesi di trattative tra le capitali e l’amministrazione a stelle e strisce guidata dal presidente Donald Trump. Da ultimo, la Casa Bianca ha minacciato la leva delle tariffe contro gli alleati Nato per rivendicare il controllo sulla Groenlandia. Tuttavia, i 12 mesi appena trascorsi sono stati anche quelli della rincorsa degli Stati a firmare quanti più accordi commerciali possibili.
L’impatto di alcuni degli accordi più recenti «è già evidente», scrivono ancora gli autori dello studio. Ad esempio, è diminuito il flusso di investimenti diretti esteri verso la Cina ed è raddoppiato, prima tra il 2015 e il 2019 e poi, post Covid, tra il 2022 e maggio 2025, l’ammontare destinato agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, entro il 2035, circa un terzo del commercio globale prenderà altre rotte.
A fare da battistrada, secondo le previsioni, saranno i corridoi che legano la Repubblica popolare cinese all’India, al Medio Oriente e all’Asean, l’associazione che riunisce le 10 nazioni del Sud-Est asiatico in un unico grande mercato. Grandi attese riserva anche la prossima attesa firma dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e Nuova Delhi.
Nell’ultimo quarto di secolo il numero di accordi bilaterali è cresciuto a una media del 7% l’anno. All’inizio del millennio erano 41, nel 2025 sono arrivati a 225. Sono balzate da 17 a 82 le intese multilaterali che coinvolgono da tre a venti aderenti (con una media del 6% l’anno), mentre hanno mantenuto un ritmo del 4% le firme che hanno coinvolto più di 21 tra Stati e organizzazioni, passate da 16 a 44. La firma dell’accordo di libero scambio tra la Ue e i paesi latinoamericani riuniti nel Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) continua quindi questo trend in crescita.
Secondo gli esperti di McKinsey, le imprese dovranno ora adattarsi al nuovo quadro di integrazione regionale degli scambi.
Ad esempio, la Cina e altri paesi hanno fatto richiesta per entrare nel Cptpp, acronimo la cui traduzione dall’inglese in italiano è l’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico, un patto che mette insieme Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Regno Unito, Singapore e Vietnam, che oggi mette insieme economie con un pil cumulato di quasi 15.800 miliardi di dollari e una popolazione di 593 milioni di abitanti. Numeri destinati a schizzare qualora Pechino, seconda economia al mondo, con 1,4 miliardi di cittadini e un pil per il 2026 che, per il Fondo monetario internazionale, andrà oltre i 20mila miliardi, dovesse unirsi al gruppo.
Secondo le più recenti cifre dell’Unctad, la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, molte catene di valore hanno già visto riposizionamenti. Ad esempio, la crescita dei flussi tra Cina e Unione europea, positiva nel periodo tra il 2018 e il 2024, è stata contraddistinta dal segno meno nell’ultimo biennio. Nello stesso periodo hanno frenato gli scambi tra Usa e Canada e quelli tra Messico e Stati Uniti, mentre sono cresciuti i flussi tra europei, americani e cinesi con il Vietnam. Cresce poi lo scambio Sud-Sud. I Paesi in via di sviluppo sono meno dipendenti dai Paesi avanzati e oltre metà delle loro esportazioni va ai mercati emergenti.
L’export, nota ancora l’Unctad, è inoltre sempre più una questione di servizi. Soltanto nei paesi meno sviluppati le merci ricoprono una quota maggioritaria degli scambi commerciali. Al contrario, nelle economie sviluppate e in via di sviluppo a dominare sono i servizi digitali che stanno assumendo un peso sempre più consistente negli accordi regionali e bilaterali. La digitalizzazione, che oggi rappresenta il 27% del commercio globale, conterà sempre di più, in aumento del 9% nel 2026.Ci sono poi le regole fissate dagli accordi sempre più numerosi. Ricorda McKinsey che il Mercosur ha come orizzonte in materia di diritto del lavoro gli standard dell’Ilo. L’intesa sull’economia digitale tra Cile, Nuova Zelanda e Singapore ha creato una cornice per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e lo scambio di dati. Allo stesso tempo, l’accordo di libero scambio tra Singapore e Unione europea regola le licenze per il lancio di servizi di pagamento forniti da aziende fintech.