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 2026  gennaio 19 Lunedì calendario

I genitori impauriti e le uscite dei figli. Per due su tre serve maggior controllo

La strage di Crans-Montana colpisce nel punto più fragile della nostra umanità: l’idea che l’innocenza possa spezzarsi all’improvviso, senza preavviso e senza colpa. Era un viaggio che avrebbe dovuto essere di gioia, di gioco, di neve e di amicizia. È diventato, invece, il luogo di uno spartiacque irreversibile. Fa male soprattutto il contrasto tra ciò che quella vacanza avrebbe potuto rappresentare e ciò in cui si è trasformata: le risate, i compagni di scuola, i sogni semplici dell’adolescenza schiantati contro la realtà più dura, quella della morte e delle ferite che non si rimarginano. Chi è più avanti negli anni lo sa, conosce i tempi dello svago del divertimento e riconosce la piacevole sensazione di quella magnifica età dell’adolescenza in cui ogni emozione è portata all’ennesima potenza. È proprio questo scarto violento a rendere la tragedia ancora più insopportabile, perché ci ricorda quanto la felicità possa essere fragile, effimera e precaria. Con la consapevolezza del “dopo”, l’opinione pubblica cerca oggi risposte, ma soprattutto protezione. Secondo i dati di Only Numbers – realizzati per la trasmissione RealPolitik -, il 66,3% degli italiani ritiene che i genitori dovrebbero controllare con maggiore attenzione le uscite dei propri figli; una percentuale che sale a quasi l’80,0% tra gli over 65. A esprimersi in senso opposto sono però proprio i ragazzi tra i 18 e i 24 anni: il 52,2%, infatti, non crede che un aumento dei controlli possa rappresentare la soluzione. Ci si trova di fronte ad una frattura generazionale che racconta molto del nostro tempo, sospeso tra il bisogno di sicurezza degli adulti e il desiderio di autonomia dei più giovani. Eppure, tragedie come questa ci costringono, volenti o nolenti, a interrogarci sulla responsabilità collettiva: sulla sicurezza, sulle scelte e sulla cura. Non per cercare colpe ad ogni costo, ma perché ogni vita persa o sfregiata chiede, silenziosamente, che si faccia tutto il possibile per evitarne altre. Dopo tragedie di questa portata, ciò che colpisce non è solo il rumore dell’impatto, ma il silenzio che segue: le aule vuote, i letti disfatti, gli zaini che non verranno più aperti... È un silenzio che pesa più di qualunque parola e che accompagnerà per sempre chi resta, un silenzio che travolge anche chi non conosceva direttamente le vittime, perché la perdita di un figlio supera ogni confine geografico e culturale. Si riconosce un dolore che non ha lingua né nazionalità: davanti a esso siamo tutti uguali, tutti vulnerabili ed è forse in questa tensione irrisolta che affonda le radici anche la sfiducia verso le risposte istituzionali. Il 57,5% dei cittadini italiani giudica l’operato dei magistrati svizzeri poco (33,5%) o per nulla adeguato (24,0%). Da qui la convinzione, condivisa dal 49,6% degli intervistati, che la magistratura italiana dovrebbe assumere un ruolo più attivo – e, in senso più profondo, più protettivo – nelle indagini. Una richiesta che arriva con particolare forza dai più giovani, tra i quali la percentuale sale al 74,6%. Parallelamente, emerge un dato di fiducia nei confronti delle istituzioni: più del 60,0% degli italiani si dichiara infatti soddisfatto della vicinanza e dell’impegno mostrato dal Governo italiano nei confronti della Svizzera nelle ultime settimane. Un contesto segnato, tuttavia, dall’evolversi delle indagini: la Procura di Roma ha infatti aperto un fascicolo per i reati di omicidio colposo plurimo, incendio colposo e disastro colposo. L’inchiesta mira ad accertare eventuali omissioni nelle misure di sicurezza e a ricostruire la dinamica dell’incidente. Alla fine, ciò che rimane non sono solo le percentuali, le inchieste, le competenze da chiarire. Resta una domanda più profonda, che interpella tutti: che cosa siamo disposti a fare, come comunità, per proteggere ciò che abbiamo di più fragile? La strage di Crans-Montana non chiede vendette né slogan, ma attenzione, cura e responsabilità, esige che il dolore non venga archiviato insieme alle notizie del giorno dopo, perché la memoria, quando è autentica, non è solo ricordo: è un impegno… ed è l’unico modo che abbiamo per dare un senso al silenzio che resta.