repubblica.it, 19 gennaio 2026
In Cina si fanno sempre meno figli: natalità al minimo dalla fondazione della Repubblica Popolare
“Fare un figlio? Troppo costoso, non ci penso proprio”, racconta la trentenne Wu Xueying. Il Partito le sta provando tutte da tempo: sussidi, congedi parentali più lunghi, l’Iva sui contraccettivi, compresi i preservativi (non una gran mossa quest’ultima): sforzi in gran parte vani. La popolazione cinese cala per il quarto anno consecutivo e il tasso di natalità scende al minimo dal 1949, anno di fondazione della Repubblica Popolare. A dieci anni dalla fine della politica del figlio unico, la crisi demografica che continua ad aggravarsi rimane uno dei maggiori mal di testa per la leadership comunista. Una crisi che complica le prospettive di crescita della seconda economia mondiale.
Il numero di neonati nel 2025 è diminuito ancora: 7,92 milioni (erano 9,54 milioni l’anno prima). Sono aumentati i decessi (saliti a 11,31 milioni dai 10,93 milioni del 2024). E il numero di nascite ogni mille persone è sceso a 5,63: il più basso tasso di natalità dalla fondazione della Nuova Cina nel ’49. In totale, la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone attestandosi a 1,405 miliardi.
Perché si fanno così pochi figli? Perché mettere al mondo un bimbo qui costa molto, in un momento in cui l’economia non se la passa benissimo e con una disoccupazione giovanile che rimane elevata (attorno al 17%). Crescere un bebè costa mezzo milione di yuan (quasi 70mila euro), fino al compimento della maggiore età, secondo un rapporto dell’istituto YuWa: in termini relativi, la Cina è uno dei Paesi più costosi al mondo in cui crescere i figli. Perché i giovani si sposano di meno (nonostante recentemente il governo abbia semplificato le procedure di registrazione dei matrimoni) o più tardi, impegnati a bilanciare le loro intense carriere con la creazione di una famiglia. E pure perché il numero di donne in età fertile è calato di 16 milioni negli ultimi 25 anni (risultato, in parte, della politica del figlio unico: in quegli anni si prediligevano i maschi, scelte che hanno provocato un sostanzioso squilibrio di genere).
“Ci sono fattori come l’economia in calo, le crisi nel mondo, e poi il fatto che la nostra generazione non considera più avere figli una norma sociale. In più avere figli significherebbe abbassare la mia qualità di vita. Il costo è troppo alto: i soldi che occorrerebbero per pagare la scuola, le spese mediche, vanno oltre ciò che i giovani di oggi, me compresa, possono permettersi”, continua Wu. “Sono sposato da dieci anni e non ho figli. Il mio reddito non è più quello di una volta. Nessuno vuole che i propri figli abbiano una vita instabile in un ambiente incerto”, ci racconta invece Yang, 40 anni.
Xi Jinping e compagni stanno promuovendo una cultura del matrimonio, la costruzione di “famiglie armoniose”, anche con corsi specifici all’università. Negli ultimi anni la Cina ha offerto sussidi, ha aumentato i congedi, ha annunciato di voler rendere gratuite le spese relative al parto. Ha reintrodotto l’Iva al 13% sui preservativi e, sebbene la mossa non fosse esplicitamente finalizzata a questo, è stata interpretata come l’ennesimo tentativo di incoraggiare le nascite. “Chi sceglierà di avere figli perché i contraccettivi costano 7 o 8 yuan in più? Non aumenterà il tasso di natalità, ma l’Aids”, uno dei commenti su Weibo, l’X cinese. Tra il 2002 e il 2021 il tasso di casi segnalati di Hiv e Aids è aumentato da 0,37 per 100.000 persone a 8,41: la maggior parte delle nuove infezioni è legata a rapporti sessuali non protetti.
Dopo più di tre decenni di politica del figlio unico, il governo cinese ha permesso alle coppie prima di averne due di figli e, dal 2021, pure tre. Oggi però la Cina ha uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, con circa un figlio per donna, al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1. Altre economie della regione, come Corea del Sud, Singapore e Taiwan, hanno tassi di fertilità altrettanto bassi.
Un calo demografico che ha ripercussioni sull’economia. Una forza lavoro che si contrae e l’invecchiamento della popolazione sono un problema e una futura minaccia: gli over 60 sono già oggi il 23% della popolazione e saranno 400 milioni entro il 2035; il rapporto tra lavoratori e pensionati si riduce; il sistema pensionistico viene messo ancora più sotto pressione. L’età pensionabile è stata alzata e aumenterà gradualmente nei prossimi quindici anni arrivando a 63 anni per gli uomini e 58 per le donne (55 per le operaie), ma resta tra le più basse al mondo.
I dati demografici sono stati pubblicati nello stesso giorno in cui Pechino ha reso noti i dati sulla crescita economica: +5% nel 2025, raggiunto dunque l’obiettivo ufficiale di crescita del Pil stabilito dal governo, anche se nell’ultimo trimestre del 2025 l’economia è cresciuta del 4,5%, al minimo degli ultimi tre anni.
Quella cinese è un’economia che continua a viaggiare a due velocità: se export (con un surplus commerciale record di 1,2 trilioni di dollari) e settore manifatturiero (la produzione industriale è aumentata del 5,9% rispetto all’anno precedente) vanno molto bene, domanda interna (vendite al dettaglio sono cresciute solo dello 0,9% a dicembre) e mercato immobiliare (investimenti crollati del 17,2% lo scorso anno) rimangono deboli.