repubblica.it, 19 gennaio 2026
La lotta per l’asciugamano, gli insulti a Brahim Diaz: la surreale notte del trionfo del Senegal
Asciugamani contesi, portieri di riserva assaltati dai raccattapalle, conferenze stampa ad altissima tensione. Marocco contro Senegal è stata la sgangherata e surreale finale di Coppa d’Africa, in cui i maghrebini, oltre ad aver perso un trofeo che inseguiva da 50 anni, hanno visto scemare rapidamente le chance di ospitare la finale del Mondiale 2030 a Casablanca. L’atto conclusivo contro il Senegal resterà nella storia del calcio più per il suo contorno inspiegabile che per il gioco espresso: lontano dalle telecamere, ma non dagli smartphone, la finale della Coppa d’Africa ha raggiunto livelli incredibili.
L’asciugamano di Mendy
Sorvolando sulle scelte dell’arbitro Ndala e sul rigore di Brahim Diaz, c’è un tesoro, se vogliamo chiamarlo così, fatto di aneddoti inspiegabili che rende epica la partita che ha portato il Senegal a vincere la sua seconda Coppa d’Africa. I social sono impazziti con la lotta per l’asciugamano di Mendy: un gruppo di raccattapalle marocchini ha preso d’assalto la porta senegalese per sottrarre al portiere il suo asciugamano, necessario per asciugare i guanti e il pallone sotto l’incessante pioggia di Rabat. Già nella semifinale contro la Nigeria fu il portiere Stanley Nwabali ad essere derubato dell’asciugamano: dopo essere andato in panchina a prenderne uno di riserva, è tornato a difendere la sua porta con gesti eloquenti a raccattapalle e tifosi marocchini che filmavano divertiti.
La lotta e l’assalto a Diouf
Proprio dopo il precedente di Nwabali, il Senegal si è presentato con una guardia del corpo speciale per Mendy, cioè il suo secondo, Yehvann Diouf. Il tutto è iniziato quando Hakimi, l’esterno del Psg campione d’Europa, ha lanciato l’asciugamano di Mendy, appoggiato a terra accanto al palo, verso la propria curva: è stato un giocatore del Senegal, in quel caso, a correre a recuperarlo, anche se Saibari ha provato a impedire a Diouf di restituire l’asciugamano al portiere. Da quel momento è iniziata una vera e propria guerra di posizione: Diouf si è piazzato sulla linea di fondo, impedendo ai raccattapalle di rubare l’asciugamano. Scene patetiche, difficili da commentare: dopo il rigore sbagliato da Diaz, hanno letteralmente aggredito il senegalese del Nizza, placcandolo in quattro contro uno e inseguendolo per il campo in una scena surreale. La scelta di Infantino di assegnare l’organizzazione al Marocco è stata un autogol clamoroso.
Il ct Pape Thiaw si è poi presentato in conferenza stampa da vincitore. Dopo essersi scusato per aver abbandonato il campo, decisione che ha scatenato la reazione dei tifosi senegalesi sfociata in una mega rissa che ha costretto la polizia a intervenire ("Mi scuso con il mondo del calcio. Ho agito d’impulso. Riconosco che è stata un’azione inaccettabile e me ne assumo la responsabilità"), sono arrivate le domande dei cronisti marocchini. Ne è nato un acceso confronto che ha costretto Thiaw, che aveva portato con sé la figlia, a lasciare in anticipo la sala.
Un capitolo a parte lo merita il cucchiaio di Brahim Diaz, 20 minuti dopo esser stato concesso per una spinta inesistente ai suoi danni. In una partita surreale non poteva che essere così anche il rigore dell’ex Milan, un “cucchiaio” sgangherato e mal riuscito. Un errore che pesa tanto: l’ordine di Mohammed VI, re del Marocco, di vincere la Coppa d’Africa 50 anni dopo l’ultima, come se potesse bastare un ordine, è stato disatteso. Ha finito in lacrime Brahim Diaz, “acquistato” dal Marocco dopo aver giocato con la nazionale spagnola. Ha finito con gli insulti dei compagni, con la sostituzione dell’allenatore. Tutto finito? Non proprio, perché a rendere ancora più surreale la situazione ci ha pensato la Caf, la confederazione africana. Che ha stigmatizzato con forza quanto successo: “La CAF condanna fermamente qualsiasi comportamento inappropriato che si verifichi durante le partite, in particolare quelli che prendono di mira la squadra arbitrale o gli organizzatori delle partite”. Come se le vittime fossero state l’arbitro Ndala e gli organizzatori marocchini: due disastri della stessa medaglia d’argento.