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 2026  gennaio 19 Lunedì calendario

Guzzanti: “Io, Scalfari e l’intervista scoop a Evangelisti”

Paolo Guzzanti, la sua intervista a Franco Evangelisti, “A Fra’ che te serve?, è una pietra miliare nella storia di Repubblica.
“Fu un bello scoop. Ma mi lasciò una certa melancolia perché quel poveretto di Evangelisti immaginava che io, come i miei genitori, fossi un amico di Andreotti. E così vuotò il sacco, confidandomi che ‘qui avemo rubato tutti’”.
Come nacque?
“L’intervista mi era stata affidata con l’intento di proteggere Evangelisti, il braccio destro di Giulio Andreotti, allora ministro della Marina Mercantile. Era stato tirato in ballo dall’Espresso di Livio Zanetti per una faccenda di assegni che il costruttore Gaetano Caltagirone gli aveva girato”.
Era riparatrice?
“Evangelisti chiamò Scalfari, disse che voleva chiarire la storia di questi finanziamenti alla corrente andreottiana della Dc. E Scalfari gli disse: ‘Ti mando Guzzanti’”.
Vi conoscevate?
“Assolutamente no. Lo raggiunsi al ministero. Evangelisti mi accolse in maniche di camicia, nell’androne, festoso come se avesse rivisto un vecchio amico. Mi sussurrò nell’orecchio: ‘Lo sai vero, che tu madre e tuo zio sono grandi amici di Giulio?’”.
Era vero?
“Sì, mamma e zia erano stati compagni di scuola di Andreotti al Collegio degli Orfani, e le madri erano amiche”.
Evangelisti le rivelò che Caltagirone ogni volta che lo chiamava gli diceva: ‘A Fra’ che te serve?’.
“Sì, ma lo fece dentro un ragionamento tutto difensivo, tranquillizzante. Disse che così facevano tutti”.
Evangelisti volle rileggerla?
“Mmm, no. Consapevole delle dichiarazioni esplosive che mi aveva fatto, la portai direttamente in tipografia. Ora non ricordo se la titolai io stesso lì”:
Possibile che la portò direttamente in tipografia?
“Sì, perché temevo che non sarebbe passata. Lo scandalo che ne sarebbe seguito sarebbe stato un colpo definitivo alle residue possibilità del compromesso storico a cui Repubblica offriva il suo appoggio”.
Ma uscì, a pagina 3 di Repubblica, il 28 febbraio 1980.
“All’indomani infatti scoppiò la bomba. Scalfari si divertì moltissimo. Ero nel suo ufficio quando lo chiamò Evangelisti, furibondo: ‘Mortacci tua, ma chi ca…mi hai mandato ieri?’. E Scalfari, impassibile: ‘Franco, non dimenticare che sei un ministro della Repubblica!’”.
Evangelisti fu costretto alle dimissioni.
“Era la rivelazione di Tangentopoli con dodici anni di anticipo: Evangelisti aveva squadernato un sistema. Ma fece scalpore solo per la franchezza di quella frase, il romanesco losco, che Caltagirone non smentì mai. È incredibile che a nessun magistrato venne voglia di indagare a fondo”.
Com’era arrivato a Repubblica?
“Per caso. Nel dicembre del 1975 ero a Genova in ospedale da un caro amico dell’Espresso, Giampaolo Bultrini, che aveva avuto un grave incidente. In quell’occasione conobbi Serena Rossetti, la compagna di Scalfari, che era la segreteria di redazione dell’Espresso. ‘Eugenio sta lavorando a un quotidiano, perché non ti proponi?’”.
Lei dov’era?
“Io, dopo anni all’Avanti!, ero andato a fare il redattore capo del Giornale di Calabria, un quotidiano voluto dal leader socialista Giacomo Mancini, la cui sede era in aperta campagna, a Piano Lago di Mangone, in provincia di Cosenza”
C’era attesa per Repubblica nell’ambiente giornalistico?
“Uh, enorme. Tutti dicevano: ‘Scalfari fa un giornale!’”.
Quindi lei arriva a Roma?
“Scalfari veramente quando mi conobbe mi disse: ‘Bene, tu sarai il nostro corrispondente dalla Calabria’. (Guzzanti ne imita la voce, come se stesse recitando). Ma io volevo tornare a Roma. Ho partecipato ai numero zero. In mezzo a tanti ragazzi giunti dai movimenti ero uno dei pochissimi che sapeva fare un giornale. Avevo già 35 anni”.
L’aveva assunta?
“No, avevo preso le ferie per partecipare alla fattura dei numeri zero. E quando le ferie erano finite andai a salutarlo. Scalfari mi rimproverò: ‘Perché te ne vai?’. ‘Perché lì ho uno stipendio!’. Due settimane dopo mi chiamò per dirmi che mi assumeva, a Roma”.
Che ricordo ha di Scalfari?
“Mi colpiva il suo ordine mentale. Aveva tutto chiaro. La sua scrivania rispecchiava questa sua attitudine: c’erano solo una penna, un taccuino, uno o due libri”.
Com’erano le famose riunioni?
“Anche le firme le attendevano col batticuore. Dava le pagelle a tutti i pezzi, ottimo, discreto, pessimo. Lusingava, cazziava, puniva. Talvolta ti faceva chiamare. ‘Rolando, passami Guzzanti!’. Rolando Montesperelli, il mitico segretario di redazione. Tremavamo tutti”.
In cosa consisteva la rivoluzione di Repubblica?
“Beh, intanto nel formato, un tabloid. E poi un linguaggio nuovo, moderno, irriverente. Mise una donna, bravissima, Rosellina Balbi, a dirigere la cultura. Una novità enorme. Scalfari aveva idee grandiose, un’ambizione smisurata”.
Tipo?
“Ricordo che un giorno mi chiamò per dirmi che mi aveva lasciato in segreteria il Carteggio dei fratelli Verri. ‘Che palle!’, pensai. ‘Leggilo! E poi te ne vai in Europa a raccontare la nascita della borghesia’, mi ordinò”.
Il giornalismo prima di internet. C’erano meno controlli, più disinvoltura?
“Scalfari mi chiamava e mi diceva: ‘Paolo, vai lì e fammi un grande affresco’. Sono stati gli anni più belli della mia vita professionale. Ho intervistato tutti. De Mita ogni volta mi diceva: ‘Ma davvero tu mi vedi così?’”
Lei deve moltissimo al fondatore di Repubblica.
“C’era tra noi un legame profondamente umano. Mi piaceva tutto quello che faceva, la sua fantasia, i tic…”.
Tipo?
“Diceva: ‘Qua è tutto un trallalà!’”
Lo imitava anche in redazione, faceva scherzi?
“Sì, scherzi tremendi, ai poveri colleghi…”.
Lei era socialista, e Repubblica combatteva Craxi.
“Ero l’unico che veniva dall’Avanti!”.
Ne ebbe disagio?
“È una buona domanda. A cui faccio fatica a rispondere, adesso. Mi dividevo, ecco”.
Craxi com’era con lei?
“Mi faceva dei cazziatoni terribili, come Eugenio, del resto. Però una volta mi protesse, da una diceria vergognosa”.
Cioè?
“Il generale Dalla Chiesa a un certo punto si convinse che io ero il capo occulto delle Brigate Rosse”.
Delle Brigate Rosse?
“Sì, e lo disse a Craxi, che lo mandò a quel paese. Io andai da Mancini, sconvolto, quando lo seppi. ‘Sì, c’era questa voce…’, mi confermò sornione”.

È vera la leggenda che Scalfari si sdraiò davanti all’ascensore per impedirle di andare al Corriere?
“L’ho raccontata tante volte”.
Un’altra volta.
“Seppe che ero stato a Milano, a firmare l’assunzione davanti al direttore del Corriere, Piero Ostellino. Era il 1984 o l’85, poi andai a Varsavia per un servizio, e di notte il portiere mi infilò un telegramma sotto la porta della stanza: ‘Passato a Milano. Non ho parole. Eugenio’”.
L’aveva saputo.
“Mi presentai in redazione, al ritorno. Era svuotata da uno sciopero. C’erano solo Scalfari, e il condirettore, Gianni Rocca. Fecero finta di non vedermi. Scalfari cominciò a parlare male di me. ‘Se ne vuole andare al Corriere, capisci? In quel giornalaccio!’, poi lentamente si tolse la giacca, e si sdraiò davanti all’ascensore. ‘Devi passare sul mio corpo…’”.
Lei è famoso anche per le imitazioni di Pertini.
(Guzzanti imita subito Pertini). “Una notte, a casa di Giovanni Minoli, presi l’agendina di Ezio Mauro, che era la più ricca dei giornalisti parlamentari, perché lui si segnava anche il numero dei giardinieri dei politici, e cominciammo a svegliare le persone. Chiami Gianni Minà, Mauro Bubbico, Flaminio Piccoli, e il presidente della Rai dell’epoca, di cui ora non ricordo il nome, e iniziai a blandirli e a rimproverarli, invitandoli tutti a pranzo al Quirinale, all’indomani”.
Si presentarono?
“Sì, una lunga teoria di auto blu…La cosa si seppe, e cominciai a tremare. Nel pomeriggio arrivai al giornale”.
In piazza Indipendenza.
“E mi venne incontro il caporedattore Mauro Bene, con aria angosciata. ‘Senti, Paolo, non è che per caso tu hai chiamato qui ieri sera, imitando Pertini?’ ‘No, no’”, risposi, come sollevato”.
Aveva chiamato il vero Pertini?
“E gli aveva risposto il caporedattore centrale, Franco Magagnini, un livornese vulcanico, a cui non andavo a genio. Era convinto che fossi io: ‘Aho, Guzzanti, hai rotto i coglioni con questi scherzi!’. E sbatté il telefono. Al presidente della Repubblica!”