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 2026  gennaio 19 Lunedì calendario

Europa e Stati Uniti, la pace commerciale appesa a un filo. A rischio 500 miliardi di export

Aveva ragione, numeri alla mano, chi considerava quell’accordo un meno peggio per l’Europa. Rischia però di avere ragione anche chi lo riteneva scritto sulla sabbia, perché uno come Trump gli accordi se li rimangia quando vuole, specie con chi considera debole. Il momento è arrivato, con la pretesa di annettersi la Groenlandia e relativa nuova crisi transatlantica. Di cui la prima vittima potrebbe essere proprio la sudata intesa commerciale siglata lo scorso 27 luglio in Scozia da Trump e Von der Leyen. Sono già ripartite le minacce incrociate di dazi e controdazi. Tornano a ballare oltre 850 miliardi di commercio bilaterale, oltre 500 miliardi di esportazioni europee negli Stati Uniti, oltre 60 miliardi dall’Italia.
Era la pace di Turnberry. Dopo settimane di braccio di ferro, con una tariffa del 10% già in vigore sui beni Ue, la minaccia di passare al 50 e grandi divisioni tra i 27 governi su come reagire, Ursula volò nel resort golfistico di Trump per siglare un’intesa asimmetrica, che “limitava” le tasse americane a un 15%, lasciando al 50 solo acciaio e alluminio, in cambio dell’azzeramento di quelle europee sui beni Usa. C’erano anche l’impegno ad acquistare dagli States chip e gas (che ci servono) e le solite vaghe promesse di maxi investimenti.
Apriti cielo. Da quasi tutte le parti, compresi governi che si erano opposti a un negoziato più energico, arrivò l’accusa di capitolazione. Con il passare dei giorni però ci si rese conto che l’asimmetria accettata da altri Paesi, anche alleati degli Stati Uniti, era maggiore. Secondo gli economisti della Bocconi Daniel Gros e Niccolò Rotondi, il dazio medio pagato oggi dalle merci europee è del 6%, superiore solo a quelli di Canada e Messico ma molto inferiore a Corea e Giappone, per non parlare della Cina. Esplosi all’inizio del 2025, per anticipare le tariffe, dopo la loro entrata in vigore i flussi di export si sono ridotti, ma nel complesso sembrano tenere. E molte aziende sono state in grado di passare parte del costo extra a valle, visto che i loro prodotti non erano facilmente sostituibili. In sintesi: doloroso ma sostenibile.
Certo, sull’interpretazione dell’accordo si è continuato a litigare. L’Europa accusando gli Stati Uniti di averlo tradito, continuando a tassare al 50% non solo acciaio e alluminio ma anche i prodotti derivati. E gli Stati Uniti accusando l’Europa di non attuarlo, visto che i dazi Usa sono scesi subito al 15% (è bastato un ordine esecutivo di Trump), mentre la direttiva per azzerare quelli europei attende ancora l’approvazione del Parlamento. Quanto all’ambizione di Bruxelles di esentare vari prodotti, Washington rispondeva con la solita – inaccettabile – richiesta di ammorbidire le norme su Big Tech.
Non proprio armonia, ma neppure guerra. E un minimo di stabilità per le imprese. L’impressione è che l’approvazione dell’intesa in Parlamento si sarebbe sbloccata a breve, magari limitandone la validità all’orizzonte della presidenza Trump. Ora questo via libera è congelato, e al suo posto ecco una nuova escalation. Contro i dazi del 10% minacciati dalla Casa Bianca per i Paesi che hanno inviato i loro manipoli per opporsi presa di Nuuk, l’Europa tira fuori dal cassetto una lista di controdazi su beni per 93 miliardi di euro già approvata lo scorso luglio. E torna a evocare il bazooka anti-coercizione, nonostante le divisioni interne paiano ancora più nette della scorsa estate, vedere come l’Italia provi a tenersi fuori dalla vicenda.
In questo giorno della marmotta, Trump potrebbe minacciare altre contro-ritorsioni, o di stracciare l’intesa scozzese. I conti dell’impatto di una guerra commerciale aperta sono noti, più alti per gli Stati Unti ma notevoli – fino a un punto di Pil – anche per l’Europa, specie per grandi esportatori come Germania e Italia. Peserebbe eccome su un blocco che già fatica a crescere dell’1%. C’è chi però ha sempre avvertito che se non sei disposto a pagare qualcosa oggi, rispondendogli a tono, Trump alzerà il prezzo domani. Hanno ragione?