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 2026  gennaio 19 Lunedì calendario

Una mina sui mercati

Sempre più spesso Donald Trump, che ora minaccia nuovi dazi contro otto Paesi europei, si muove ai confini della pirateria. Prendete la sequenza a partire dal sequestro di Nicolás Maduro a Caracas. Questi era a capo di un regime criminale che falsificava i risultati elettorali per restare al potere. Ma Trump ha deciso di non restituire la sovranità ai venezuelani, bensì di procedere a una pura e semplice cattura di quello stesso regime ai propri fini: l’intera struttura di potere di Caracas al momento resta dov’è, con i metodi brutali di prima, solo che ora asseconda quelli che Trump considera gli interessi economici degli Stati Uniti.
Il primo petrolio già estratto è stato trasferito in America e venduto, per mezzo miliardo di dollari. A chi? Il maggiore acquirente è il gruppo dell’energia Vitol e la figura decisiva è un suo manager di nome John Addison – informa il Financial Times – il quale, guarda caso, ha versato sei milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump nel 2024.
M a anche più indicativo è il percorso di quel primo mezzo miliardo delle rendite petrolifere di Caracas. Trump ha appena emesso un ordine esecutivo che dichiara «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela, ovunque nel mondo, per farsi rimborsare attraverso i fondi generati dalle vendite di greggio. Senonché il Venezuela ha debiti esteri per almeno 150 miliardi di dollari verso la Cina o verso grandi imprese come l’italiana Eni (tre miliardi), l’americana ConocoPhillips (dodici) o la spagnola Repsol.
In sostanza, l’amministrazione Trump ha deciso che si terrà i soldi e i creditori di Caracas devono starsene alla larga. Per mettere il suo primo mezzo miliardo al riparo dai tribunali, ha persino trasferito i fondi su un conto off-shore in Qatar. Così il governo della prima economia del mondo si comporta come un oligarca russo: ha messo le mani sul malloppo e lo fa sparire in un paradiso fiscale lontano, al riparo dalla legge.
Questa è l’America con la quale oggi l’Europa deve fare i conti, non con quella che conoscevamo fino a qualche anno fa. Trump non sta offrendo una dimostrazione di potenza, né costruendo un nuovo impero; è solo disperatamente a caccia di un successo – qualunque tipo di «successo» – perché è ai minimi nei sondaggi e sa che una sconfitta nelle elezioni di midterm a novembre prossimo porterebbe alla sua messa in stato di accusa al Congresso per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021.
Quando è così, quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. Il caso venezuelano ovviamente finirà per costare qualcosa anche a chi paga le tasse in Italia, perché qualcuno dovrà pur compensare per le perdite dell’Eni e di conseguenza per i minori dividendi che l’azienda potrà versare allo Stato.
Ma questo è niente, rispetto alla minaccia che l’ultima ritorsione di Trump sui dazi pone al nostro Paese e a tutta l’Europa. Germania, Francia, Olanda, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi sono oggi presi di mira per aver inviato delle truppe a garanzia di un alleato (nel caso della Danimarca, per averle mandate sul proprio stesso territorio…). Ma questa è una mina posta sotto l’Unione europea stessa. Se i dazi differenziali contro alcuni Paesi scattassero davvero – o se l’America catturasse davvero la Groenlandia contro la volontà di tutti – l’esistenza stessa dell’Unione europea nella sua forma attuale sarebbe in pericolo.
Per misurare la reazione dei nostri governi a Trump, è dunque importante capire perché sia così e cosa potrebbe accadere adesso. Se entrassero in vigore dazi imposti per esempio contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, ad andare in pezzi sarebbe prima di tutto il mercato unico europeo. Le condizioni economiche e commerciali al suo interno sarebbero improvvisamente molto diverse. A quel punto gli esportatori francesi verso gli Stati Uniti potrebbero cercare di triangolare attraverso l’Italia? E Trump potrebbe allora mettere nuovi dazi anche contro di noi, per proteggersi dai prodotti francesi? La sola lezione chiara di questi mesi è che l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza destinata ad attirare altre forme di aggressione. L’accordo commerciale di luglio su un campo da golf era iniquo, ma ci è stato detto che andava subìto perché garantiva la pace transatlantica sui dazi e l’impegno di Trump sull’Ucraina al nostro fianco. Subito dopo Trump ha steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, mentre oggi tutti devono aprire gli occhi su ciò che era chiaro da mesi: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo.
La sola ricetta che funziona, invece, è la fermezza. La Cina non si è lasciata intimidire da Trump, ha risposto colpo su colpo fin dai «dazi reciproci» di aprile scorso, e adesso è il solo Paese che lui evita in ogni modo di provocare. Più di recente Jay Powell, presidente della Federal Reserve, ha risposto alla persecuzione penale del Dipartimento di Giustizia in modo così limpido e duro che ora la Casa Bianca, alla chetichella, sta già cercando di far morire il caso. Né è vero che l’Unione europea non abbia i mezzi per farsi valere di fronte agli Stati Uniti. Ne ha molti: investitori e risparmiatori europei sono i principali creditori esteri del debito pubblico americano; l’incredibile tolleranza di Bruxelles verso l’Irlanda consente al Big Tech e al Big Pharma degli Stati Uniti di pagare tasse assurdamente basse sulle quote enormi di profitti che quelli registrano in Europa, Medio Oriente ed Africa; lo strumento europeo «anti-coercizione» può escludere le imprese americane dagli appalti nei nostri Paesi (se non vogliamo mettere dei dazi) e comunque l’Unione può sempre attivare le tariffe su prodotti americani per 93 miliardi di euro già individuate. L’Europarlamento tra l’altro non ha ancora approvato l’accordo commerciale di luglio. Soprattutto, una seria emissione di eurobond per la difesa europea non farebbe che allargare i dubbi che già serpeggiano nei mercati sul futuro del dollaro come egemone unico del sistema finanziario internazionale.
Basta giusto che gli europei lascino filtrare alcune di queste opzioni. E vedrete che già in settimana, da Davos, Trump sospenderà le minacce sui dazi spiegando che il confronto sulla Groenlandia procede «bene».
Trump è un bullo: va trattato di conseguenza. Viviamo in un sistema internazionale in cui la proiezione di potenza conta sempre di più ed essa presuppone che i Paesi siano pronti ad accettarne anche i rischi e i costi. Non si tratta di dare l’assalto ai McDonald’s. Ma i costi dell’«appeasement» di Trump, sempre e comunque, sono più alti.