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 2026  gennaio 18 Domenica calendario

I nipotini di Céline. Individui abietti, ma grandi scrittori

Non parlo di assassini che hanno scritto libri ispirati a crimini da loro commessi, come Richard Klinkhamer o Krystian Bala, né di assassini che si danno alla pittura, da Rolling a Henley, da Sagawa a Gacy. Parlo di grandi artisti riconosciuti che furono esseri umani spregevoli. Facile dire Caravaggio, genio debosciato e assassino: e forse con un pittore si coglie meno la contraddizione rispetto al luogo comune. Ma gli scrittori? Oggi Dostoevskij sarebbe ferocemente putiniano essendo in vita spregiatore delle democrazie europee, fanatico religioso, nazionalista e violentemente antisemita. Se fosse vivo, saremmo disposti a giudicarlo piccolo uomo e grande romanziere? E venendo a tempi meno lontani con ferite ancora aperte, che dire di Céline? Se non avesse scritto Viaggio al termine della notte sarebbe considerato uno scrittore mediocre sprofondato nel gorgo della più bieca letteratura ideologica.
Ma lo ha scritto, e il Viaggio resta un capolavoro assoluto. Poco noto in Italia, un altro scrittore francese vissuto in quegli anni tragici pone al lettore un problema identico, benché il suo registro antidemocratico, anticattolico e razzista sia modulato a un livello più colto e assai più complesso di quello di Céline. Parlo di Lucien Rebatet, che da noi sconta l’essere stato coltivato da case editrici espressioni dell’ideologia di estrema destra. Condannato alla pena capitale nel 1945 per collaborazionismo, nel tempo passato in carcere aspettando l’esecuzione (ma fu graziato nel 1952) portò a termine Les deux étendards. Un romanzo, assicura Massimo Raffaelli, «scritto in un’unica e possente presa di fiato, coi ferri ai piedi del condannato a morte, in una lingua di scintillante polifonia e nello stile à la diable del venerato Stendhal». Denso di umanità, di cultura musicale, di empatia profonda del dolore, cioè di vita, è uno dei capolavori taciuti del Novecento ed ebbe fra i suoi estimatori Mitterand e Truffaut.
Presentandolo ai lettori del “New Yorker” il 24 agosto 1992, George Steiner, il grande critico ebreo di origini francesi, dichiarò senza mezzi termini che «Rebatet era un vero assassino, un cacciatore di ebrei, di combattenti della resistenza e gollisti», e tuttavia il romanzo restava un capolavoro.
Rebatet, tra le due guerre il più importante critico musicale di Francia, fu anche critico cinematografico per il bieco “Je suis partout” lodando film opposti alla propria ideologia: quelli di Jean Renoir e Jean Vigo, i noirs americani, i film bolscevichi rivoluzionari e quelli dell’espressionismo ebreo-tedesco.
Firmandosi Vinneuil, forse un omaggio al Vinteuil proustiano. Coglieva lo iato in sé? Un essere abietto può essere anche un grande scrittore? Paradosso difficile da accettare.
Sappiamo che esistono orchi di raffinata cultura – gli stessi Hitler e Stalin, per quanto rozzi, amavano sinceramente la musica classica, per dire – ma un conto è essere colti, un altro essere creatori. L’uomo che nella vita reale uccide o si fa mandante di stermini di massa è anche in grado di creare? Quale profonda contraddizione! E Alejo Carpentier, diligente esecutore di ogni direttiva castrista nel campo della cultura e primo responsabile di un mancato premio a Reinaldo Arenas, forse per questo cessa di essere un grande scrittore? Ma prendiamo pure il caso di un assassino romanziere. Il primo nome?
Burroughs, e il caso è noto. E poi, Anne Perry.
All’anagrafe Juliet Hulme, figlia del fisico britannico Henry Hulme rettore dell’Università di Canterbury, scrisse settanta romanzi gialli fra 1979 e 2023. Ma prima, in Nuova Zelanda, ventiquattrenne, stretta una relazione con la coetanea Pauline Parker, nel 1954 venne condannata a cinque anni di carcere per aver ucciso a mattonate la madre di Pauline, che si era opposta a lasciar andare la figlia a vivere con Juliet in Sudafrica. Scontata la pena, si stabilì in Scozia, cambiò nome in Anne Perry e scrisse thriller. Sono mediocri romanzi, ma il contrasto resta. Tanto da ispirare nel 1994 il film, in cui la futura scrittrice è interpretata da Kate Winslet. E se l’autore conduce una vita normale scrivendo però trame disturbanti? Non ritengo che Tony Duvert si possa definire “grande”, ma che, per l’arcadica pedofilia omosessuale trattata nella sua narrativa, nessuno dopo gli anni Ottanta volle più pubblicarlo, lo rende un proscritto: condizione che non fa onore a chi la mette in atto, in questo caso opinione pubblica, editori e mercato. E qui si apre un dilemma collaterale: può, il soggetto di una trama, rendere impubblicabile un romanzo? Ed è, questo, accettabile? Davvero il mondo sarebbe migliore se De Sade fosse rimasto inedito? Avrebbe senso vietare per legge la ristampa di Mein Kampf, che comunque non è narrativa? Io, invece, seguirei il consiglio del maresciallo di Francia Lyautey, che lo voleva lettura obbligata in tutte le scuole. Con segno opposto, però: insegnare ai ragazzi a riconoscere e disprezzare le fake-news stile Grokipedia.