il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026
Intervista a Minnie Minoprio
Pratica, diretta, spiccia quanto allegra. Nessun formalismo. Le prime parole non sono “buongiorno”, “come va” o “piacere” ma un romano-british “ok, iniziamo”.
Minnie Minoprio è dentro il palco, la televisione, la radio della scoperta, della rinascita post bellica; è dentro la necessità di trovare delle risposte, di scovare la strada giusta, spesso estera, per ricostruire e delineare lo spazio artistico nostrano. Alla fine degli anni 50 è stata scovata su un palco londinese (“grazie a Walter Chiari e Lelio Luttazzi”) e in Italia ha ballato, cantato, condotto, scandalizzato. Ha vissuto sia la Dolce vita sia la vita amara (“sono stata giudicata e messa da parte”); le luci più accecanti come i teatri “dei paesini più sperduti dove ci hanno pagato con dei polli”. Poi l’anno scorso è tornata in tv con The Voice senior: “Di solito sul palco sono un carrarmato, lì avevo un po’ di timore perché venir giudicata dai colleghi non è semplice; ed ero rientrata dopo un periodo di allontanamento dallo spettacolo…”.
Allontanamento, perché?
Nei primi anni Duemila, con mio marito, abbiamo aperto un locale a Roma, il Cotton Club, e tutte le sere eravamo lì, così ho ridotto i miei spettacoli altrove; questa vita è durata quasi quindici anni.
Sempre con suo marito.
Insieme da 54 anni.
Quando è arrivata in Italia?
Da teenager; Walter e Lelio mi hanno scoperta a Londra, in teatro; poi mi hanno contattata, proposto un’audizione e nel 1959 sono sbarcata a Roma.
Che Italia ha trovato?
Ancora molto indietro, molto ferita dalla guerra; Roma la trovavo piccola e mi colpiva girare e scoprire che la gente si riuniva nei bar perché avevano il televisore.
Per lei una realtà superata.
Finito il conflitto, Londra si era ripresa con maggiore velocità: negli anni Cinquanta era tutto tornato quasi alla normalità.
Avrà pensato “ma dove sono finita…”.
Quando ho accettato la proposta di Walter, i miei genitori erano preoccupati; l’offerta era per una commedia musicale, scritta proprio da lui: otto mesi di tournée, anche nel profondo Sud, e lì ho scoperto un Paese ancora più arretrato di Roma, quasi allo stato brado; posti nei quali non c’erano i servizi basilari, dove non avevano mai visto una ballerina dal vivo.
A quel tempo le ballerine non erano giudicate benissimo.
Era un mestiere non considerato adatto alle signorine perbene.
Nessuno parlava inglese.
Macché, zero. E io, per stare sul palco, ho imparato le battute a memoria, senza capire cosa stessi dicendo: ero un pappagallo (ride, cambia tono, affonda nella memoria e ripete le battute di allora: “Ehi ragazzi, andiamo a ballare!”).
Tosta per resistere.
Ero temprata: a sette anni i miei genitori mi avevano messo in un college, una specie di accademia dedicata allo spettacolo; vedevo mamma e papà ogni tre o quattro settimane e per un pomeriggio, giusto il tempo di un tè in un bar.
E basta?
Solo questo; il resto era accademia, nient’altro, costretta a difendermi anche dalle altre compagne di corso.
Perché?
Nei college femminili c’era tantissimo bullismo, sembrava un luogo di pena, una galera, non un posto nel quale si crescevano i ragazzi; (pausa) ripeto: dopo quegli anni, niente mi poteva spaventare, neanche l’Italia, il palco, la non lingua. Niente.
Nemmeno la celeberrima durezza di Garinei e Giovannini.
Con loro ho lavorato bene, sempre gentili, e mi hanno coinvolta in Ciao, Rudy con Marcello Mastroianni protagonista; cambiarono delle battute per evitare i termini dove emergeva troppo la mia matrice inglese.
Il palco del Sistina equivaleva a una laurea.
Per Ciao, Rudy ballavo il tip tap con Mastroianni, ma lui faticava un pochino, così venne tagliato il passaggio.
Mastroianni per lei.
Un uomo molto gradevole, sornione, il classico romano che amava mangiare, divertirsi, ridere, uscire.
Innamorato?
Di me? Non era il tipo, ero troppo giovane, sotto alcuni aspetti una bambina; (sorride) alla fine dello spettacolo, al momento della passerella, alle altre ballerine il pubblico regalava dei fiori, magari delle rose; a me sempre dei cioccolatini; (ci pensa, cambia tono) erano altri, molti altri i personaggi viscidi, non Marcello o Walter.
In Ciao, Rudy c’era una giovanissima Raffaella Carrà.
Si faceva notare, era brava e ambiziosa, ma acerba. Da lì è stata intelligente a studiare, tenace nel migliorarsi.
Ambiziosa.
Voleva arrivare a tutti i costi e alle spalle aveva Boncompagni e il suo gruppo che la seguivano in ogni passaggio verso la televisione.
Anche lei ci è arrivata.
Daje e daje, poi ognuno aveva i suoi padrini; uno dei miei era Carlo Loffredo: grazie a lui sono entrata nel mondo del jazz e in alcuni programmi.
Neanche la tv l’ha intimorita.
Avevo studiato e solo per quello; in quel college sono entrata a sette anni e ne sono uscita a sedici; lì il pomeriggio affrontavo le materie normali, tipo Storia e Geografia, mentre tutta la mattina era dedicata alla danza, al disegno, al canto. All’arte.
I suoi genitori, artisti?
Nessuno, ma si erano accorti della mia indole: da piccola rubavo i vestiti a mamma e mi travestivo, poi imitavo gli animali, ballavo…
Una sigla tv con lei danzante provocò un’interrogazione parlamentare.
Sostenevano che ero troppo sexy; invece fu un successo clamoroso, per la prima volta si vedeva, in maniera ironica, una ragazza che si permetteva di sedurre un uomo.
Rivoluzione.
Era ancora l’epoca delle serate danzanti dentro le case, dove le ragazze restavano sedute e aspettavano l’invito dei maschi; con quel balletto ribaltavamo la cultura del tempo.
A Roma ha vissuto la Dolce vita?
Gli ultimi anni, pazzeschi, pure folli, poteva accadere tutto.
Tipo?
Passare di casa in casa, di festa in festa e finire all’alba al mercato di Porta Portese, vestiti in lungo, per trattare con gli antiquari; oppure tutti in via Margutta, magari cantava Modugno, poi in via Veneto in mezzo ai bar dei vip.
Alla Federico Fellini…
Ha raccontato solo la verità, non ha esagerato. Però il punto era uno: quella vita se la potevano permettere in pochi, giusto i figli di papà o gli stranieri.
Tutte le sere, festa?
Sempre; se avevi la fortuna di essere ricco o bella, l’imprevedibile ti avvolgeva, magari uscivi per una festa invece salivi su una macchina sportiva e finivi a cena in un ristorante dei Castelli Romani. O a lanciare cose nelle fontane.
Sempre alla Fellini.
Però anche a Londra non mi ero risparmiata: lì c’erano le feste nella metropolitana, quando salivamo sulla linea circolare, non si fermava mai, e con in mano le bottiglie di alcolici e la musica passavamo la notte.
Si è tuffata nella Fontana di Trevi?
No, ma ho attraversato Londra, di notte, su un go-kart; a Roma un classico era infilare il maggior numero di persone in una 500. Siamo arrivati a otto.
Con lei, chi?
Spesso stavo con Ursula Andress, bellissima e abbastanza spericolata.
Altro che interrogazione parlamentare.
Ma in quel balletto ho eseguito solo le indicazioni di Antonello Falqui (regista televisivo) e Don Lurio (ballerino e coreografo).
Com’era Don Lurio?
Severo e simpatico, un grande amico, però quando ti invitava a pranzo era necessario mangiare qualcosa prima.
Attento.
Ti dava un bastoncino di pesce e un pezzo di peperone.
Parlavate in inglese o in italiano?
In una lingua non meglio identificata.
Sempre tv: ha lavorato con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
Stupendi, divertenti. Peccato che il programma è durato solo un anno, poi dal 1972 è nata della diffidenza verso di me.
Dovuta a cosa?
Avevo lasciato mio marito ed ero scappata di casa con Carlo.
Bollata.
Un po’ sì.
Non aveva calcolato il rischio.
Non me ne importava nulla. Se uno è innamorato, lo fa.
A quel punto?
Con Carlo abbiamo fondato una compagnia itinerante: per quindici anni siamo stati in giro per tutta l’Italia, con tanti artisti ingaggiati; in un agosto sono salita sul palco 34 volte, quindi anche due spettacoli al giorno.
Ci vuole il fisico.
Ce l’ho.
Anche suo marito.
(Ride) L’ho distrutto.
La tv di quegli anni era un riflettore gigantesco.
Nei nostri tour a volte mi dovevo nascondere nel bagagliaio della macchina, altrimenti la sfasciavano per un autografo; se avevamo una serata nei paesini, ogni reazione si amplificava: non avevano mai visto nulla di personaggi famosi e ci trattavano come degli Dei.
Esempio.
Ci offrivano tutto; (pausa) ancora negli anni 70 le donne famose erano poche: Carrà, Zanicchi, Mina, Milva, Goggi…
E in queste tournée…
Ci hanno pagato in ogni modo, anche con i polli.
Come con dei polli?
O giacche di pelle, pomodori in scatola.
Prendevate?
Perché dovevamo rifiutare? Con i polli ci mangiava il gruppo.
Giusto.
Anche dei bicchieri di cristallo; (pausa) siccome ero stata messa da parte dalla Rai, andavo nelle tv private, come a Napoli, e il compenso dipendeva dagli sponsor.
Mannaggia alla Rai.
Sono tornata solo una volta: quattro puntate al fianco di Gianfranco Funari, il suo battesimo televisivo.
E…?
Gianfranco era veramente forte, già si avvicinava alla telecamera e aggrediva il pubblico. Tutti lo guardavano stupiti.
Altri compagni di viaggio.
Lando Buzzanca “battezzato” in teatro: o era intimorito dalla platea.
Buzzanca intimorito?
Ogni sera si affacciava dal sipario per verificare il numero di paganti; noi del gruppo lo punzecchiavamo: ‘Attento, questo teatro è famoso per il suo pubblico di merda, urlano, fischiano…’.
Ha accettato le copertine di per Playmen e Playboy.
In quegli anni c’era un’altra libertà di costume, maggiore di oggi; alla fine ho posato per dei grandissimi fotografi e quegli scatti li ho ancora.
Poco cinema.
Non mi piace, noioso, con tutti quei tempi morti. Preferisco il palcoscenico, sentire e vedere il pubblico.
Ha provato l’angoscia del telefono che non squilla?
Detesto il telefono.
A parte lo strumento…
Mi sono sempre reinventata, mai fermata. La vita è piena di possibilità.
Alla fine i suoi genitori hanno fatto bene o no a metterla in collegio?
Da una parte sono stata fortificata, dall’altra avrei preferito sentire maggiore affetto dichiarato, meno britannico.
È diventata latina.
L’amore e l’affetto sono fondamentali; quando mia madre è diventata anziana, con Carlo l’abbiamo invitata in Italia per stare con noi. ‘Ma che vengo a fare?’. Mi ha ferito.
Lei chi è?
Mi chiamano “schiacciasassi”. Ma non schiaccio nessuno, solo i sassi.