lastampa.it, 18 gennaio 2026
Auto d’epoca, la grande crisi: crollano le quotazioni, ormai in picchiata libera
Crollano le quotazioni delle auto d’epoca. Quei reliquiari su quattro ruote, santuari ambulanti di un tempo che fu, quando il rombo di un motore era sinfonia e non solo rumore di fondo nel traffico isterico delle metropoli.
Le guardavamo con lo stesso rispetto misto a invidia con cui si osserva un anziano aristocratico che passeggia in smoking tra i jeans sdruciti della plebe. E invece, eccole qui, precipitate in una crisi che ha il sapore amaro: le quotazioni crollano, in picchiata libera, come se il cielo del mercato del lusso si fosse improvvisamente squarciato.
È ufficiale, e non è un pettegolezzo da box auto. All’ultima asta di Mecum – quel circo Barnum dei collezionisti dove il martelletto batte come un cuore in fibrillazione – il sacro graal dei motori, la mitica Ferrari GTO, è stata svenduta per la misera (si fa per dire…) somma di 38,5 milioni di dollari. Misera, sì: meno della metà di quanto i battitori si aspettassero. La stima veleggiava intorno ai 100 milioni. E per di più, molto meno della precedente vendita all’incanto, quella del 2023, quando una GTO simile era passata di mano per 51,7 milioni. Ma il dettaglio che punge come una spina nel fianco è un altro: il proprietario ha accettato l’offerta senza batter ciglio, senza quel tira e molla da mercante in fiera che tanto anima queste aste.
Giù tutte le quotazioni delle classiche “ante Settanta”
Segno che la crisi morde, e morde duro. Basta un giro virtuale sui siti di inserzioni per classic car – quei bazar digitali dove il passato si vende a peso – per toccare con mano il disastro. Dalle Jaguar E-Type alle Rolls Royce Silver Cloud, pachidermi di lusso che un tempo facevano girare la testa ai potenti, dalle Giulietta Spider, frizzanti come un aperitivo anni Cinquanta, alle Lancia Aurelia, eleganti e un po’ snob: tutto in picchiata, un crollo generalizzato che sa di fine epoca.
Persino il presidente Scuro, in una nostra recente intervista ha confermato il fenomeno con quel suo aplomb da esperto navigato: “È il riavvicinarsi a valori veri di mercato”, ha detto, come se stesse annunciando il ritorno alla terraferma dopo un’alluvione.
Valori veri? Forse, ma nel frattempo il mercato sanguina, e il sangue è quello dei collezionisti che vedono evaporare fortune accumulate in garage blindati.
Tanti i motivi della crisi
I motivi? Sono un intreccio di generazioni e di mode, come sempre accade quando il tempo accelera e lascia indietro i suoi cimeli. Le nuove leve, quei millennial e zeta che crescono a pane e app, comprano le auto della loro giovinezza: roba anni Ottanta e Novanta, vetture che odorano ancora di plastica fresca e non di naftalina. Tutto ciò che è ante anni Settanta è spacciato, condannato all’oblio come un vinile graffiato in un’era di streaming. E a conferma della tesi, ecco che volano le quotazioni delle auto “quasi d’epoca”, quelle più giovani, che si possono ancora guidare senza sentirsi archeologi al volante.
Ma volano le quotazioni delle classiche più giovani
La stessa asta di Mecum, se da un lato ha intonato il de profundis per la GTO, dall’altro ha celebrato un trionfo pagano per le quasi moderne: 1,7 milioni per una Ferrari 430 Scuderia, 6,6 per una F40, 11 per una LaFerrari Aperta, addirittura 12,2 per una F50 e 17,8 per una Enzo. Follie, se pensiamo che una GTO, icona assoluta, non ha superato i 38 milioni.
È come se un Picasso venisse battuto all’asta per meno di un poster di Ikea. In fondo, questa crisi è una metafora perfetta del nostro tempo: il passato, per quanto glorioso, si sbriciola sotto il peso dell’obsolescenza. I collezionisti, quei moderni Mida che trasformavano ferraglia in oro, ora si ritrovano con tesori che perdono lustro. Forse è meglio così: torniamo a valori veri, come dice Scuro. O forse è solo l’ennesimo giro di valzer del capitalismo, che divora i suoi idoli per far posto ai nuovi. Intanto, le vecchie glorie arrugginiscono in silenzio, aspettando un collezionista dal cuore tenero.