La Stampa, 18 gennaio 2026
Alessandro Bergonzoni: "Chiamatemi nonno"
«Temevamo che non venissi: sei nonno da due giorni», lo accoglie Giacomo Poretti. Alessandro Bergonzoni al suo fianco gongola. E dice di questa nipotina Aria «che ha scelto di essere figlia di mio figlio». E c’è tenerezza nella sua voce. «Sei tu che scegli dove arrivare. I bambini non hanno paura di fare: è questa la loro grande potenza, una potenza che si oppone al potere dei grandi». E questo anche se poco tempo fa aveva detto di non sentirsi pronto a diventare nonno. «Ad avere un altro bambino da portare in carrozzina, da vestire, da portare ai giardini. Mi sembrerebbe di tradire Alice e Leonardo». Come genitore è stato presente, ma anche un po’ spaventante. Ricorda: «Entravo di notte mentre dormivano: un versaccio. Poi più tardi un altro. E più tardi ancora un terzo. Era una scossa per prepararli alla scuola della vita. Anche le fiabe che raccontavo erano per svegliarsi e non per addormentarsi. Però: sono stato molto “mammo”, di notte ero a teatro e dunque stavo spesso con loro di giorno. Mi piaceva stare con loro, fargli da mangiare. Nonostante la separazione dalla loro mamma, il rapporto è rimasto molto buono e tutti noi insieme ci vediamo spesso». Oggi si definisce «un pedinatore dall’alto», li segue ma senza farsi notare.
Per una volta Alessandro Bergonzoni parla di sé, cosa che fa molto raramente, anche se poi l’oggetto dei suoi spettacoli è sempre profondamente personale, intriso del suo senso della vita e del mondo che ci gira intorno. Tende a non farlo perché «non ho il culto dell’io – assicura –. Non mi interessa. Ho una valvola salvavita che tiene me nel concreto (ma sono nella stratosfera in ambito creativo)». Tuttavia non ha saputo dire di no all’invito di questi due amici che sono Poretti e Luca Doninelli direttori con Gabriele Allevi del teatro Oscar. E la serata «Io, Alessandro Bergonzoni», è stata di fatto un dialogo-intervista in cui si è raccontato.
Lo stile è quello di sempre, funambolico e spregiudicato nell’uso di termini, paradossi e calembour, scambi di senso, slittamenti di significati. Tutto pur di spiazzare e, ovviamente, far ridere. Ma il retrogusto è sempre molto amaro. Poretti introduce poi si sfila astutamente, lasciando sul palco Doninelli. «Non riuscirei a stare serio – si scusa Giacomo–. Siamo amici, so che tipo è. Da anni incontrandoci ci salutiamo con lui che mi dice “Ciao, sei con tua figlia?”, avendo io acconto mia moglie. “E tu con tua suocera?”, rispondo io».
«Il titolo e il tema lo hanno deciso loro – dice Bergonzoni –. A me già solo il nome pareva troppo. Aggiungerci anche “io”... C’è modo e modo di essere o diventare personaggio: io proprio non mi ci sento».
Si parte dall’infanzia e giovinezza in quel di Bologna, naturalmente, a spizzichi e bocconi. «All’inizio mi chiedevo: non avrò sbagliato? Se fossi una donna sarei l’uomo migliore del mondo. È l’Angelo Incustodito che mi ha dato una mano. Crescendo, di me a scuola dicevano: “Capisce il giusto”, che a Bologna non è proprio un complimento, a meno che tu non sia magistrato. Però alla fine mi sono laureato in legge. L’ho fatto per papà, che è morto un anno dopo: se l’avessi saputo avrei evitato... Se fosse stato per me... Aaah, per me... Ma quanto fa A per me?».
Dalla nascita reale a quella artistica: chi è e cosa si sente Alessandro Bergonzoni? «Nasco scrittore. Se non lo fossi, non potrei fare teatro. Posso solo interpretare i miei testi. D’altronde, non so recitare: all’Accademia a Bologna mi hanno bocciato due volte. “Non sarai mai attore”, mi dissero. E avevano ragione: non so immedesimarmi, cantare e ballare. Insomma: è la scrittura il mio vero lavoro. Poi è arrivata l’arte: istallazioni, performance, sculture. La parola è più limitata dell’arte, che arriva senza bisogno di traduzioni». I primi saggi scritti, i temi scolastici in realtà, alle superiori. «Ero innamorato della prof di italiano al ginnasio. Il tema: che bella cosa libera in un Paese sotto dettatura. Ma il blocco dello scrittore l’ho superato quando papà mi ha dato un block notes e ho iniziato a scrivere». Da allora di scrivere non ha mai smesso. Anche ora è al lavoro. «Sto lavorando a un nuovo libro per il 2027». Mentre, finalmente, una delle sue opere riuscirà a varcare i confini italiani. «Mi hanno finora considerato intraducibile. Ma chi ha tradotto Joyce e i Finnegans Wake dice di volerci provare con il mio Non ardo dal desiderio di diventare uomo finché posso essere anche donna bambino animale o cosa. Sono il più finneganiano degli autori italiani».
Confessa che, anche se per tutta questa e la prossima stagione continuerà la tournée di Arrivano i Dunque, «sul teatrante è lo scultore ad aver preso il sopravvento: sto preparando due mostre cui tengo molto. A giugno a Bruxelles porterò Il tavolo delle trattative (grande tavolo le cui gambe sono protesi artificiali per amputati che ha realizzato per Emergency e ha già esposto a Milano alla Casa degli Artisti, ndr): voglio che ci si siedano i parlamentari europei per parlare davvero di pace. A settembre invece al Maschio Angioino a Napoli porterò il triplice Le tre anime, una parte di spettacolo, e poi performance e installazione».
Quanto alla tv che lo ha lanciato, conferma di avere chiuso con lei, fin dai tempi del Maurizio Costanzo Show. «Tutti dicono che lì “sono esploso”. Ma non è vero. Mai esploso, io. Ci sono stato una ventina di volte – anche se c’è ancora chi incontrandomi mi dice: “L’ho vista l’altra sera da Costanzo”. È stato un momento, poi voleva che andassi sempre: non ho accettato. Che fatica andarci: prima lui nei camerini che ti parlava e non capivi; poi incontravi Alberto Silvestri (il papà del cantautore Daniele), il vero talent scout; quindi ti sedevi davanti al pubblico del Parioli e, oltre, c’era quello a casa. Dopo è iniziata una meticolosa costruzione di me, minuto per minuto. Costanzo, è vero, mi ha dato una coloritura. Ma il mio pubblico resta fatto di piccoli numeri. Occorre una vita di spettacoli per fare una serata tv. Ricordo quando ho partecipato al concerto per il terremoto in Emilia: ho parlato per 8 minuti davanti a 40 mila persone e già mi sembravano tanti. Poi è stato trasmesso: tre milioni e mezzo. Pensa a quante tournée e trasferte e benzina risparmiate».
Divagando da sé, non manca di parlare del tempo presente che non gli piace affatto. «La bomba atomica è già scoppiata: o aspettate di vedere il fungo? Le persone faticano a capire: 6 morti, 40, 240, 40 mila... Sono uguali. La pace dov’è, perché non c’è? Non è erotica come la guerra? E allora cambiamole nome: “RA”, che è la fine della guerra». La sua risposta all’ insana passione per le armi che sente nell’aria è il claim “Sbellichiamoci”, che ha inventato per la Conferenza nazionale delle Scuole di Pace, e che anche qui rilancia come la sola possibile. «Ridiamo a crepapelle e smettiamo di combattere. E a fine anno facciamo l’esame… di coscienza».