La Stampa, 17 gennaio 2026
Intervista a Gabriele Sbattella, l’Uomo Gatto
È stato protagonista di un’importante stagione del quiz musicale Sarabanda Gabriele Sbattella alias Uomo Gatto. Il canto del cigno, si disse, perché, dopo di lui, il programma campione di ascolti di Italia 1, declinò. Correva la stagione 2002-2003, eppure il suo personaggio è rimasto impresso nella memoria del pubblico. Tant’è vero che, proprio da questa notorietà, è derivato il bailamme di polemiche di questi giorni, sul fatto che sia stato scelto come tedoforo di Milano-Cortina 2026, preferito a tanti campioni sportivi anche medagliati, che a portare la fiaccola olimpica non sono stati chiamati. Un «polverone», dice, di cui avrebbe fatto volentieri a meno: si considera vittima innocente della voglia di protagonismo di qualcuno, lui ha semplicemente risposto al form aperto a tutti di una nota azienda di bibite ed è stato selezionato. «Non cercavo visibilità e non merito le cattiverie social».
Non le manca la tv ?
«È stato un momento bello e divertente ma pensavo che fosse finito, ed ero pronto a tornare al mio vecchio lavoro di traduttore e interprete. E invece mi arrivano tuttora proposte per ospitate ed eventi. Un giorno finirà? Pazienza, arrivederci e grazie, non mi dannerò perché il pubblico mi ha dimenticato».
Dopo Sarabanda che cosa?
«Ho partecipato come concorrente a Ciao Darwin e Avanti un altro, a Caduta libera. E ancora nel 2025 a Don’t Forget the Lyrics. Programmi che mi hanno permesso di ribaltare la fama di campione senza premi, che non vinceva mai denaro. Sarabanda non mi ha reso ricco, è stato con questi altri show che ho portato a casa bei premi e un po’ di denaro».
E oggi?
«Ho cambiato pelle. La voglia di mettermi in gioco non mi è mai mancata. Sono giornalista sportivo free lance, iscritto all’albo dal 2003: scrivo per il Corriere Adriatico, seguo le partite dell’Elpidiense Cascinare, ho poi un paio di blog: “LevaCalcisticaDiIeri”, dedicata al calcio storico, e “Il blog della musica”, su storie di musica e musicisti. Ho seguito anche il Festival di Sanremo».
L’Uomo gatto, in tutto ciò?
«Lui è lui. Il giornalista musicale e sportivo è Gabriele Sbattella, un altro. La musica è la mia prima passione: non vedo possibile un mondo senza musica. Mi piace soprattutto quella Anni 70 e 80, sono un discreto collezionista di vinili».
Come iniziò l’avvenuta tv?
«Proprio per via della mia passione per la musica. E poi ero curioso di scoprire la tv dietro le quinte. Mi proposi, feci un paio di provini a Roma. Mai avrei immaginato il seguito».
Chi era Gabriele prima di “Sarabanda”?
«Un traduttore e un interprete che aveva studiato duramente per diventarlo. Ero bravo e mi piaceva. In estate però, per migliorarmi nelle lingue che parlo (inglese e tedesco, francese e spagnolo) e visto che vivo in un’area eminentemente turistica, facevo l’animatore. Per Sarabanda fui convocato da un giorno per l’altro, lavoravo a un convegno ad Ascoli. Catapultato a Roma, quando gli autori mi videro preoccupato, mi tranquillizzarono ricordandomi l’altro mio lavoro: “Fai conto di essere in uno dei tuoi villaggi e che noi siamo quel pubblico lì”. Rimasi per 79 puntate».
Vinse e…?
«Non esultai, ma abbracciai il precedente campione che pareva imbattibile e invece in quella puntata era andato in crisi. Così come strinsi la mano a quello che a febbraio 2003 mi batté. Fui quasi sollevato: ero esausto per la tensione di quei mesi».
Come mai il soprannome Uomo Gatto?
«Avevo preso parte a una versione amatoriale del musical Cats nel ruolo di Old Deuteronomy e venne semplificato».
E il look?
«Hanno fatto tutto gli autori: spararmi i capelli con il gel, il guardaroba di camicie e cravatte sgargianti. È stata la prima volta nella vita con la cravatta: non la mettevo neppure al lavoro».
Si è mai spiegato come mai sia diventato il personaggio simbolo di “Sarabanda”?
«Mi considero un concorrente tra tanti. Ho solo saputo indovinare tante canzoni. Perché ero così, spontaneo? Mi arrabbiavo, è vero, e qualche volta potevo risultare antipatico. Ma i vincenti sono sempre un po’ antipatici».
Il suo momento magico?
«Quando nella prima puntata indovinai subito Passengers di Elton John: lì ho capito che potevo vincere».
Dopo la sua uscita (anche allora) qualche polemica.
«Ancora ne soffro. Mi hanno accusato di avere affossato il programma. Nessuno mi difese, neppure Enrico Papi. Anzi, più recentemente, intervistato per Sarabanda Celebrity, ha detto cose su di me che mi sono molto dispiaciute. Io rispetto tutti, è la mia filosofia di vita. E mi avvilisce il contrario».
Dopo Papi, sono venuti i programmi con Paolo Bonolis e Gerry Scotti. Cosa ricorda?
«L’interista Bonolis mi prendeva in giro perché tifo Bayern Monaco (e Milan) che l’Inter aveva sbaragliato in una famosa finale di Champions. Scotti è il mio mito fin dai tempi di Radio Deejay. È il migliore: lavorare con lui è come salire sul pullman di una gita scolastica. Ho fatto le puntate speciali di Caduta libera dal 2016 al 2018, quando ho perso il titolo. Ha detto che mi avrebbe richiamato lo stesso, però».
Ultimo in ordine di tempo è stato Gabriele Corsi.
«Meriterebbe un programma in prima serata e forse persino di Sanremo. Di musica ne sa. Magari in tandem con Scotti, a sere alterne».
La tv è cambiata?
«Impoverita, piuttosto. Punta troppo sulla spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza. La vedo, certo, ma preferisco leggere o ascoltare i miei vinili».
Un programma che le piacerebbe fare?
«Opterei per uno dove poter cantare. Più di tutti Tale e Quale Show : sarei un perfetto Elton John».
Il suo rapporto con i social?
«Sono su Tik Tok e su Instagram ma privati: solo chi voglio io. Mi rattrista l’idea che siano un’arena della cattiveria e dell’astio immotivato. Penso che andrebbero regolamentati. Io credo nella libertà di informazione e parola. Ma quella dei social non lo è: solo mancanza di rispetto, e voler dire su cose di cui non si è minimamente informati».