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 2026  gennaio 17 Sabato calendario

Riccardo Chailly: "Sogno la musica di Frank Zappa alla Scala. I miei nipoti mi danno lezioni di rap"

A poco più di un mese da una prima della Scala di forte impatto, con quella Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovi? che era nei suoi progetti «da dieci anni» e che ha diretto per altre sei repliche, Riccardo Chailly torna al Piermarini lunedì per l’inaugurazione della stagione della Filarmonica. Classe 1953, è a un punto di passaggio della propria carriera, visto che a fine 2026, passerà il testimone della direzione musicale a Myung-Whun Chung. Ma il rapporto con il teatro non si interromperà. Dice: «Un legame come questo non può essere vincolato a un rapporto contrattuale. I progetti musicali non hanno una scadenza ma se tutto va bene un’evoluzione, ed è quello che sta accadendo sulla base di un’intesa collettiva che ho con l’orchestra, con il coro e con la direzione». Tra i progetti futuri c’è ancora molta musica russa, «un percorso per me inevitabile fin dagli Anni Novanta, da una Fiera di Soro?incy di Musorgskij».
E nel frattempo, ancora russi per il concerto inaugurale del 19, con il Terzo Concerto per pianoforte di Prokofiev, solista il molto emergente Alexandre Kantorow, e con la Quarta Sinfonia di ?ajkovskij. Che cosa significano per lei queste composizioni?
«Il terzo di Prokofiev è un brano molto conosciuto, ma io ho sempre bisogno di una lettura possibilmente innovativa rispetto alle abitudini del passato. Dunque da Kantorow, con cui lavoro per la prima volta, mi aspetto segnali di novità interpretativa. Per la Quarta di ?ajkovsij ho poi una predilezione da sempre, perché l’idea di un destino negativo compare all’inizio e viene poi richiamata nel finale, ma in chiusura l’autore fa vincere la positività: con quelle ultime battute che sono secondo lui “il gioire della gioia altrui” e in cui viene citato un tema popolare dalla Sinfonia su tre temi russi di Glinka. Tipico dei russi, fra l’altro, lanciarsi questi riferimenti fra colleghi: anche nel Concerto di Prokofiev c’è una citazione, dalla Notte sul Monte Calvo di Musorgskij. Ed è bello eseguire questi due brani nella stessa sera».
Quanto alle polemiche di questi anni sulla cultura russa…
«Sarebbe grave associare questi giganti alla situazione politica mondiale di oggi, agli orrori che tutti vediamo quotidianamente e in cui purtroppo la Russia è coinvolta in modo definitivo. Ma sarebbe terribile, anche, dimenticare le grandi lezioni artistiche che quella nazione ci ha impartito».
Che traccia ha lasciato in lei l’esperienza della Lady Macbeth scaligera?
«Un viaggio epocale».
In cui ha messo un’enorme energia fisica, tanto da dover interrompere una recita per un malore.
«È passato presto. Sono stato veramente toccato dalla quantità dei messaggi di affetto in quei giorni. Non potevo abbandonare l’impresa. Grazie alla bravura dei cantanti e alla collaborazione con il regista Vasily Barkatov, quell’opera è stato un momento di forte emozione per noi tutti. Orchestra e coro, in una delle partiture più mostruose del Novecento, sono stati formidabili fino all’ultima recita».
Dopo undici anni da direttore musicale della Scala, quale crede sia stato il suo apporto principale all’identità dell’orchestra?
«Un’apertura mentale, una flessibilità del repertorio, l’abolizione totale di ogni pregiudizio. Fare esperienza collettiva suonando autori nuovi. Penso all’entusiasmo che hanno messo, l’anno scorso, in Dis-Kontur di Wolfgang Rihm, un pezzo meraviglioso e infernale per difficoltà. Ne è uscito un concerto formidabile a Berlino».
In questi giorni l’orchestra e il coro della Fenice sono impegnati in una forte battaglia culturale. Vuole commentare?
«Si pensi a quello che rappresenta l’Italia nella storia della musica. Abbiamo importantissimi enti lirici su cui si potrebbe puntare con un’attenzione maggiore di quanto non si faccia, anche da parte di chi deve concentrare le risorse finanziarie a sostegno dei teatri».
Qualche altro suggerimento ?
«Un tavolo fra gli enti lirici che gestisse una volta l’anno la progettazione dei titoli. Si potrebbe evitare la continua ripetizione delle stesse opere, con un arricchimento generale dell’offerta. Non si tratterebbe assolutamente di abolire certi capolavori, ma anzi di aumentare le proposte».
Lei è riservatissimo sulla sua vita privata. Ma è vero che si fa introdurre dai nipoti al rap?
«Il fatto è che sono molto ignorante in materia e che ho bisogno di mantenermi up to date. Loro, che hanno 19 e 21 anni, mi aggiornano. È un processo che mi viene naturale, perché fin da giovane non ho mai messo barriere nei confronti dei generi, e per esempio ho un ottimo rapporto con il jazz. In un concerto della stagione sinfonica, a gennaio, eseguiremo un pezzo che alla Scala non si è mai sentito, il Ragtime di Hindemith, dove in quattro minuti il compositore trasforma una fuga di Bach. Da sempre mi piace quest’idea della sovrapposizione di due linguaggi».
Del resto, pare che da ragazzo lei abbia suonato la batteria in un complesso R&B. Conferma?
«È stato un peccatissimo di gioventù. Diciamo che la mia ossessione per il ritmo emergeva fin da allora».
C’è chi rimpiange di non averla ancora sentito dirigere Frank Zappa alla Scala.
«Ho studiato a fondo la complessa partitura di The Yellow Shark, ma ogni volta che ho provato a metterla in un programma di concerto sono sorti problemi con gli editori. Bisognerebbe far conoscere di più questa musica, Zappa è un erede del mio idolo Edgar Varèse e testava gli amici facendo ascoltare Ionisation».
Altri desideri artistici da realizzare?
«Ho la fortuna di aver cominciato prestissimo a dirigere e di aver realizzato tantissimo. Però la voglia di nuove avventure musicali non manca. La più prossima è il ciclo integrale delle sinfonie di Prokofiev, che sto portando avanti da qualche anno con la Filarmonica. In marzo dirigerò la Quarta ad Amsterdam con il Concertgebouw. Curiosamente un debutto: non solo per me ma anche per quella grande orchestra, e poi tornerò di nuovo a dirigere la Quinta alla Scala con la Filarmonica».