La Stampa, 17 gennaio 2026
Filo della Torre, Claps e gli altri. Quegli omicidi risolti dopo decenni
«Noi non dimentichiamo e non ci arrendiamo mai», disse il procuratore distrettuale della contea di Santa Clara Jeff Rosen. C’erano voluti 48 anni per trovare l’assassino di Jeanette Ralstom, stuprata e strangolata con le maniche di una camicia, in una stradina buia di San Jose, California, il primo febbraio 1977, uno dei cold case più lunghi d’America. «I media possono dimenticarsene. Noi no. Questa è la nostra missione», disse Rosen.
L’omicidio di Nada Cella non è l’unico a trovare spiragli di giustizia tanti anni dopo. Il fatto è che la scienza forense ha compiuto enormi passi avanti e in tutto il mondo, ormai, gli apparati investigativi hanno allestito squadre di specialisti attrezzati a rileggere con occhi e strumenti nuovi ciò che un tempo era apparso indecifrabile. Willie Eugene Sims fu scoperto semplicemente per le impronte digitali lasciate su un pacchetto di sigarette rinvenuto nell’auto di Jeanette. Allora non era possibile farlo. Sims era un giovane soldato di stanza in una base militare di Fort Ord. Aveva conosciuto la sua vittima al Lion’s Den Bar di San Jose, ma nessuno si era ricordato di lui, fino a quando non è arrivato Jeff Rosen con la sua squadra.
Il caso freddo italiano più incredibile è quello di Lidia Macchi. Questa volta la scienza è servita a liberare un imputato, non a trovare il colpevole. Lidia, giovane di Comunione e liberazione, volto fiero scolpito di bellezza, studentessa di legge e capo scout, è massacrata nei boschi di Cittiglio, Varese, il 5 gennaio del 1987, dopo aver subito una violenza sessuale. Nel giorno del suo funerale arriva una lettera anonima scritta in versetti danteschi infilata nella buca, «In morte di un’amica», con riferimenti precisi sull’omicidio ancora non rivelati dagli inquirenti. Il mittente sembra proprio essere l’assassino. Ventotto anni dopo, primo colpo di scena: una signora, guardando Quarto grado alla tv, riconosce in quella lettera anonima la calligrafia di un amico, che ogni tanto le spedisce delle cartoline dai suoi viaggi. Sempre nel 2015 il quotidiano La Prealpina pubblica la paginetta di un quaderno, con dei versi che nascondono dettagli molto precisi sulla scena del delitto. E tutto porta alla stessa persona: Stefano Binda, ex tossicodipendente, compagno di scuola di Lidia, anche lui nel giro di Cl. Non ha un alibi per quella notte. E in primo grado viene condannato all’ergastolo. Lo scagiona il corpo di Lidia riesumato nel 2017: i quattro peli ritrovati sul pube non appartenevano a lui e tra i resti del reperto e il suo Dna non c’è corrispondenza. Assolto in appello e in Cassazione.
Ma in genere i nuovi strumenti scientifici servono più per condannare che assolvere.
Come nel caso di Aldo Silingardi, 78 anni, ucciso il 9 luglio del 2012 nella sua abitazione vicino a Correggio. L’assassino l’ha colpito con la gamba spezzata di un tavolo fino a massacrargli il cranio. Una piccolissima impronta palmare ritrovata sul pezzo di legno svela il nome del sospettato 13 anni dopo: il marocchino Said Saraa, vicino di casa, scoperto mentre stava rubando nell’appartamento della vittima, viene indagato.
E grazie alla genetica fu risolto il caso della contessa Alberica Filo della Torre, assassinata nel luglio del 1991 a Roma, quando viene isolato il Dna dell’assassino. Il colpevole, il cameriere filippino Manuel Winston, sarà individuato e condannato solo vent’anni più tardi, nel 2011. Sempre la genetica permette di far luce sul caso di Elisa Claps, scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata il 17 marzo 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità: Daniele Restivo, sin dall’inizio sospettato dai familiari ma non dagli inquirenti, è stato condannato in via definitiva a 30 anni (e all’ergastolo in Inghilterra per un altro delitto simile).
Il Dna però non basta da solo. Ci vogliono il coraggio e la tenacia di familiari e inquirenti. «Noi non dimentichiamo e non ci arrendiamo mai». Per l’assassino di Bruno Caccia, il super magistrato ammazzato il 26 giugno 1983, mentre portava a passeggio il cane, da due killer che lo avevano avvicinato su un’auto, scaricandogli addosso 14 colpi di pistola, si è dovuto aspettare 32 anni. Il mandante l’avevano trovato subito, grazie all’imbeccata di un mafioso e dei servizi segreti: Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta. Per trovare chi fece fuoco quella sera c’è voluto un lungo lavoro di indagine. Il 22 dicembre 2015 la Dda di Milano ha arrestato Rocco Schirripa, detto Barca, da Gioiosa Ionica, panettiere, villetta nel torinese con un manichino vestito da padrino nel giardino.
Scienza e tenacia anche per Denis Bergamini, calciatore del Cosenza, trovato morto sulla statale 106 nel novembre dell’89, e rubricato come suicidio per la testimonianza della fidanzata e del camionista che l’aveva schiacciato sulla strada. Ma nel 2017 una nuova autopsia eseguita con le ultime tecniche scientifiche accerta che Bergamini è stato soffocato con un sacchetto di plastica e poi gettato sotto il camion. L’ex fidanzata Isabella Internò è condannata a 16 anni: era rimasta incinta, lui non voleva sposarla e l’aveva lasciata.
Poi a volte non basterebbero neanche la scienza e la tenacia. Ci pensa il destino. Come per Liliana Grimaldi, uccisa in casa il 31 maggio del ’94. Tanti anni dopo hanno in mano il Dna, ma non il colpevole. Poi capita che la polizia arresti un giostraio incensurato. Gli prende le impronte digitali perché si fa così. E guarda, sono le stesse trovate nell’appartamento di Liliana Grimaldi. La scienza per caso.